venerdì 11 gennaio 2019

Il gioco del mondo

In quei giorni non faceva che almanaccare, e la brutta abitudine di ruminare a lungo ogni cosa gli era penosa ma inevitabile. Non aveva fatto altro che considerare sotto tutti gli aspetti il grande affare, e la scomodità nella quale viveva per colpa della Maga e di Rocamandour lo spingeva ad analizzare con crescente furia a che razza di bivio si era andato a trovare. In questi casi Oliveira afferrava un foglio di carta e scriveva le grandi parole lungo le quali ruzzolava il suo ruminare. Scriveva, per esempio: "Il grande haffare" o "l'hincrocio". Gli bastava per mettersi a ridere e preparare altro mate con minor svogliatezza. "La humanità, - scriveva Holiveira. - L'hego e l'haltro". Usava le acca come altri la penicillina. Poi tornava con ,aggiore calma all'affare, si sentiva meglio."L'himportante è non hesagerare, si diceva Holiveira. A cominciare da quel momento si sentiva capace di pensare senza che le parole gli facessero brutti scherzi. Unicamente un progredire nel metodo perché il grande affare continuava a mostrarsi invulnerabile. "Chi lo avrebbe detto, carissimo, che saresti finito nella metafisica?" s'interpellava Oliveira. "Bisogna rifiutarsi all'armadio a tre corpi, sai, contentarsi del comodino, dell'insonnia quotidiana." Ronald era venuto a proporgli di accompagnarlo in certe non ben chiare attività politiche, e per tutta la notte (la Maga non aveva ancora portato Rocamandour dalla campagna) avevano discusso come Arjuna e il suo Auriga, l'azione e la passività, le ragioni di rischiare il presente per il futuro, la parte di ricatto insito in ogni azione a fine sociale, nella misura in cui il rischio serve a mascherare almeno la cattiva coscienza individuale, le canagliate personali di ogni giorno. Ronald aveva finito per uscire a capo chino, senza essere riuscito a convincerlo che era necessario sostenere con l'azione i ribelli algerini. Per tutto il giorno gli era rimasto l'amaro in bocca, ad Oliveira, perché gli era stato più facile dire di no a Ronald che a se stesso. Di un'unica cosa era abbastanza sicuro, ed era che non poteva rinunciare, senza tradirla, alla passiva attesa alla quale viveva abbandonato fin dal suo arrivo a Parigi. Cedere alla generosità facile e correre ad incollare manifesti clandestini sui muri gli sembrava una spiegazione mondana, un saldare i conti con gli amici che avrebbero ammirato il suo coraggio, più che un'autentica risposta alle grandi domande. Misurando la cosa da un punto temporale e da uno assoluto, sentiva che sbagliava nel primo caso ed aveva ragione nel secondo. Faceva male a non lottare per l'indipendenza algerina, o contro l'antisemitismo o il razzismo. Faceva bene a rifiutare il facile stupefacente dell'azione collettiva e rimanere di nuovo solo di fronte al mate amaro, pensando al grande affare, rigirandolo come un gomitolo di cui non si vede il capo o ne ha quattro o cinque.
   Benissimo, sì, però si doveva anche riconoscere che il suo carattere era come un piede che schiacci ogni dialettica dell'azione, come una Bhagavadgita. Fra prepararsi il mate e farselo preparare dalla Maga non c'era dubbio possibile. Tutto però era inscindibile, ed ammetteva immediatamente una interpretazione antitetica: a carattere passivo corrispondeva una massima libertà e disponibilità, la pigra essenza di principi e convinzioni lo rendeva più sensibile alla condizione assiale della vita (quel che è definito un tipo banderuola), capace di rifiutare per accidia ma al tempo stesso capace di riempire il vuoto lasciato dal rifiuto con un contenuto liberamente scelto da una coscienza  o da un istinto più aperti, più ecumenici per così dire.
   "Più hecumenici", annotò prudentemente Oliveira.
   Inoltre, qual era la vera morale dell'azione? Un'azione sociale come quella dei sindacalisti si giustificava ampiamente in campo storico. Beati coloro che vivevano e dormivano con la storia. Un'abnegazione si giustificava quasi sempre con un atteggiamento a radice religiosa. Beati coloro che amavano il prossimo come se stessi. Comunque Oliveira rifiutava questa via d'uscita dall'io, questa magnanima invasione del gregge altrui, boomerang ontologico destinato ad arricchire in ultima istanza colui che lo lanciava, a dargli più umanità, più santità. Si è sempre santi a spese degli altri, ecc. Non aveva nulla da obiettare a quella azione in sé, ma sfiduciato la respingeva dalla propria condotta personale.

da Rayuela, il gioco del mondo,
Julio Cortàzar,
Einaudi, 2015
traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini



   

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