giovedì 8 novembre 2018

Il bene e gli altri


E' un periodo, quest'ultimo, che leggo con piacere saggi che discutano del Bene.

 Cosa è il Bene, cosa è la Bellezza? Hanno, questi due concetti, a che vedere con la Verità? E allora che cos'è la Verità?
Credo di avere iniziato questo percorso con la lettura di Educare bellezza e verità, di Marco Dallari, la cui immagine potete trovare qui e del quale ho parlato qui e qui, avere continuato con  Il bisogno di pensare di Vito Mancuso


ed essere approdata, appunto, al libro di Filippo La Porta che affronta il tema del Bene scorrendo episodi della Divina Commedia e lo lega al fondamento stesso scelto da Dante per la costruzione della sua opera maggiore.

Il bene e gli altri è uno di quei libretti, apparentemente semplici e agili, vista anche la dimensione e la grafica, che senza abbandonare mai l'essenzialità nelle parole scelte, esprime la volontà e il desiderio di fornire un'approccio etico serio all'educazione  intesa come bagaglio di valori che un genitore ha a disposizione per accompagnare il proprio figlio nel processo di crescita.

Da qui l'idea di fare della Divina Commedia uno strumento utile per guidare i giovani, gli studenti che si trovano a doverne affrontare lo studio, nella distinzione e nella scelta tra ciò che è bene e ciò che è male.

Non è dunque un saggio letterario vero e proprio, quanto uno di quei tentativi di unire, far combaciare, teoria e prassi, dare realtà, ad un'opera citatissima, amatissima dai letterati ma pochissimo raggiungibile dai giovani se la si presenta solamente attraverso uno studio scolastico tradizionale.

Se lasciamo parlare l'autore comprendiamo meglio quanto sin qui affermato:

Solo poche righe per spiegare i moventi autobiografici di questo temerario studio o viaggio dantesco, e per introdurre la mia riflessione sull'idea di bene e di male nella Commedia, e in particolare sulla rappresentazione dei sette peccati capitali  nel Purgatorio.  Anzitutto: vedere il mondo dal punto di vista di un genitore significa vederlo in modo perlomeno ansioso, e a volte perfino drammatico. A che cosa educare i propri figli? All'integrità e onestà, sapendo che possono implicare emarginazione sociale? Al successo e alla lotta per l'esistenza? E in base a quali valori educarli dopo che gli dei hanno abbandonato i nostri cieli e non ci sono più tradizioni abbastanza solide cui affidarsi? A un certo punto, nell'educazione di mio figlio, ho cominciato a sostituire i concetti di buono e cattivo con quelli di reale e irreale, per quanto ciò possa sembrare arbitrario. L'ispirazione di uno "spostamento del genere viene da Pasolini e da Elsa Morante ("Contro la bomba atomica, non c'è che la realtà") i quali appunto usavano i concetti di reale e irreale in questo senso, ma credo che a loro provenisse almeno in parte da Carlo Levi, e certamente per Elsa Morante dai Quaderni di Simone Weil ("La gioia altro non è che il sentimento della realtà. La tristezza altro non è che l'indebolimento o la scomparsa di questo sentimento"). Poi ho cominciato a rileggere Dante e ho trovato un'essenziale conferma, sia pure indiretta, dello stesso schema.

Dove trovare la realtà nell'universo della Divina Commedia dove tutto è frutto di pura invenzione?
Esattamente nell'analisi dell'opera, del momento storico e culturale nel quale essa prende vita, nella biografia stessa di Dante e nell'uso che egli fa del suo potere sulle parole e sul modo di utilizzarle per raccontare e criticare, molto spesso aspramente, la società del suo tempo e i personaggi  che in essa si muovevano o rappresentavano, comunque, figure significative.

La realtà nasce da quell'universo di valori ai quali fare riferimento e sui quali basare, sempre, la propria azione in relazione agli altri e all'intero mondo che ci circonda. Infatti un'altra delle parole chiave dell'argomentazione di Filippo La Porta sul rapporto tra il Bene e la Commedia è proprio relazione

... relazione con un mondo mutevole, vario e profondamente interconnesso (perfino sul piano fisico e delle forze nucleari) -  e  dunque riconoscimento pieno dell'esistenza degli altri, della loro alterità, mai troppo manipolabile. Un riconoscimento che ha bisogno sopratutto di ascolto [...]. L'etica implica una rivelazione della condizione umana stessa. I cosidetti "valori", spesso collocati in una sfera nobilissima ma un pò fumosa, non sono altro che precondizioni dell'esperienza della realtà (la fanno esistere).

e vedete un po' cosa Filippo La Porta indica e riconosce come irrealtà (e dunque male):
Mentre chiamo invece irrealtà il potere (con le sue strategie sempre rivolte al futuro), il calcolo del vantaggio personale, l'illusione che le cose siano manipolabili e controllabili, il rapporto strumentale con le persone. Tutte cose che, a ben vedere, impediscono una vera e piena esperienza della realtà, e del presente. Il bene ha a che fare con il riconoscimento della realtà, del valore di tutto quello che esiste, mentre il male ci tenta anzitutto svalutando ciò che è reale e che è in qualche modo in nostro possesso (benche inafferrabile). Una verità che ci ripete ogni fiaba, ogni tradizione sapienziale e ogni grande opera letteraria.

Un altro elemento di realtà e verità è riscontrabile, secondo l'autore di questo illuminante libro, anche nella personalizzazione che Dante fa per la creazione della sua opera maggiore,  parlando del momento nel quale, nel corso della sua vita lo smarrimento lo assale. Esperienza umanissima, condivisibile da chiunque. Sono molti gli studiosi a rilevare come in Dante e nella Divina Commedia l'io dell'autore entri in modo così forte ed indispensabile all'evoluzione stessa dell'opera e come questo sia uno dei primi esempi nella storia della letteratura mondiale.

  Nel mezzo di cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

  Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Eppure Dante non smette di parlarci, di comunicarci una verità urgente che riguarda l'esperienza personale, dietro il velame più o meno fitto dei suoi versi. E forse il suo invito ad andare oltre se stessi, a ritrovare l'eternità anche dentro il quotidiano, dentro l'episodio più insignificante, insomma a "trasumanare" - una parola bellissima, cara a Pasolini -, potrebbe aiutarci a ritrovare un filo dentro il groviglio debilitante del nostro relativismo morale. Anche perché Dante, benché si muova dentro un universo armonioso e stabile, ordinato in ogni sua parte - quanto distante dal nostro! -, nel suo viaggio ultraterreno esita e inciampa, ci appare goffo e dubitante, si interroga con stupore, non capisce, sviene continuamente, fa spesso delle gaffe. Devo però al lettore un'avvertenza preliminare: questo non è un saggio su Dante. Non bastauna vita per diventare "dantisti" [...]. E' invece un "saggio personale", che, certo, usa principalmente la Commedia dantesca e ne suggerisce una lettura abbastanza unitaria, alla luce di una citazione di Simone Weil. Quando accenno all'irrealtà del male - declinato qui in senso morale -, non intendo negare la pervasiva, tangibile consistenza del male nel mondo e, anzi, la sua trista "normalità" nell'orizzonte della vita quotidiana (dove il male è persino più "ovvio" del bene). Ma solo mostrare in che modo il male tenda a nascere dall'irrealtà della fantasticheria, da un'ipertrofia dell'immaginazione, mentre il bene dipende quasi sempre dal riconoscimento della realtà, dal saper vedere le cose come sono, nella loro interezza e nelle loro relazioni. Sul fatto che l'immaginazione, o una cattiva immaginazione, sia all'origine del peccato, esiste una nutrita letteratura, che discende da Aristotele e san Tommaso: [...]  Dante e Simone Weil sono evidentemente figure diversissime e lontane tra loro, anche se comunicanti. Aggiungo solo che hanno in comune un oltranzismo morale - che si origina anche da esistenze tormentate (conflitti sociali e politici, guerre, esilio e autoesilio) -, una radicalità di sguardo (che nasce da un'esperienza mistica e si proietta anche nella sfera pubblica), lontana anch'essa dal nostro mondo conflittuale, ma come anestetizzato, tiepido e dubitativo, sempre incerto nel giudizio, consegnato perlopiù a passioni esangui.

Proprio queste ultime parole mi riportano alla memoria la grandezza delle parole pasoliniane:

 L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.



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