lunedì 25 dicembre 2017

Mother

Povera madre
da sempre incapace
di riconoscere per sé
e i suoi figli
la possibilità di Volere.

Volere, desiderare,
afferrare, chiedere
Esistere.

Povera vecchia madre
Bella quanto
solo Bellezza può creare.
Bella persino nella più cupa vecchiaia,
curva,
corpo informe,
tenero e dolce.
Troppo il peso
da sopportare.
Troppo il dolore
evitato
comunque vissuto,
in forme strane,
senza forma, anch'esse
difficili da decifrare.

Rancida questa vita
che, a tratti, appare
inutile
a tratti si veste
del tuo sorriso
fiorito.



venerdì 22 dicembre 2017

The wild side

  • C’è un uomo vestito di nero che percorre l’Europa. Porta con sé due enormi valige dalle quali non si separa mai. Sulle spalle ha uno zaino ingombrante. Occhiali. Sorriso. Una spaziosa pelata. Occhi mobili e gentili. Siede al bar e, fissandoti, comincia la sua storia di guerra e di arte, estraendo, dalle borse, uno ad uno, pesantissimi fascicoli e voluminosi cataloghi. Prima di pranzo, a Sarajevo, ordina sempre due bicchieri di Slivovitz: uno per sé e uno per la moglie Jasminka, invisibile e fedele. L’uomo si chiama Enver, Enver Hadžiomerspahić.


  • Nel carcere di Milano-Opera, come in ogni carcere, c’è l’odore pesante delle istituzioni totali. Piedi che si trascinano. Ferro che sbatte. Urla. Lo spazio è compresso. Il tempo lentissimo. Fa caldo, è agosto. C’è un laboratorio di liuteria: un luogo di potenziale astrazione e libertà psichica. Jannis Kounellis, sette mesi prima di andarsene, visita le celle in silenzio, i corridoi, il cortile e i detenuti liutai. E ancora in silenzio si congeda da Giacinto Siciliano, direttore della prigione, avviandosi all’uscita con gli amici Mario Pieroni, Arnoldo Mosca Mondadori e il compositore Claudio Crivelli. Più tardi – quando l’artista avrà realizzato l’opera destinata a girare lungo tutte le carceri del paese – Crivelli scriverà una partitura per “Il Violino di Kounellis”. 




     
    Holly came from Miami F.L.A.
    Hitch-hiked her way across the U.S.A.
    Plucked her eyebrows on the way
    Shaved her legs and then he was a she
    She said, hey babe, take a walk on the wild side,
    Said, hey honey, take a walk on the wild side.
    Candy came from out on the island,
    In the backroom she was everybody's darling,
    But she never lost her head
    Even when she was giving head
    She sayes, hey baby, take a walk on the wild side
    Said, hey babe, take a walk on the wild side
    And the colored girls go,
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Little Joe never once gave it away
    Everybody had to pay and pay
    A hustle here and a hustle there
    New York City is the place where they said:
    Hey babe, take a walk on the wild side
    I said hey Joe, take a walk on the wild side
    Sugar Plum Fairy came and hit the streets
    Lookin' for soul food and a place to eat
    Went to the Apollo
    You should have seen him go, go, go
    They said, hey Sugar, take a walk on the wild side

    I said, hey babe, take a walk on the wild side, alright, huh
    Jackie is just speeding away
    Thought she was James Dean for a day
    Then I guess she had to crash
    Valium would have helped that bash
    She said, hey babe, take a walk on the wild side

    I said, hey honey, take a walk on the wild side
    And the colored girls say
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
     
     

    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo

    Doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo
    Compositori: Lewis Allen Reed / Lou Reed
     
     
     
     si ringrazia
     

giovedì 21 dicembre 2017

Luisa Muraro

 Il brano che propongo al link successivo è scritto da Luisa Muraro, autrice di libri efficaci e illuminanti. Filosofa e mille altre cose, donna che sembra respirare tra le righe delle sue riflessioni e analisi che abbiamo la fortuna di leggere. Parla di Potere, di Donne, di Femminismo, un femminismo che non cerca e non si accontenta della parità di trattamento economico o di una simmetrica distribuzione di seggi in parlamento, perseguendo l'obiettivo delle cosidette quote rosa, perché non si risolve molto se si punta tutto su quelle, così come non si risolve granché neppure se si ci si sente soddisfatti a gridare ai quattro venti di essere contro la violenza sulle donne! Come potrebbe essere diversamente? Non è quello il problema, ci dice Luisa Muraro:

 La mia idea è che quando ci poniamo il problema della violenza, dobbiamo dirci che il problema non è la violenza. Perché quando diciamo che il problema è la violenza, le donne sono fregate. E’ un’idea fuorviante: è giusto e normale essere contro la violenza, ma bisogna dirsi quella cosa. E l’esempio emblematico che porto lo traggo da Clarice Lispector (io sono una sua adoratrice, per me la sua parola è vangelo): c’è un capitoletto ne La passione secondo GH [3]dove c’è un elogio della violenza. Clarice Lispector aveva sposato un diplomatico e avevano girato l’Europa, era stata anche a Napoli, ritorna finalmente in Brasile e scrive alla sorella. Dice stiamo tornando, io sono cambiata; io per non fare del male agli altri – c’erano anche due bambini di cui uno subnormale – mi sono tagliata le unghie e non ho più modo di difendermi:“Per adattarmi all’inadattabile, per vincere le mie ripulse e i miei sogni, mi sono dovuta tagliare gli artigli (…) ho tagliato in me la forza che avrebbe potuto far male agli altri e a me stessa, e così ho tagliato anche la mia forza”[4]. Lei si è accorta che quello che lei faceva per fare il suo dovere, per essere buona, per andare in paradiso, lei, una donna nell’ordine simbolico patriarcale, per sentirsi a posto con se stessa, si faceva del torto.

e continua

Simone Weil, a sua volta, ha scritto nei Quaderni che la non violenza è buona solo se è efficace; questa cosa dell’efficacia è rimasta scolpita in me.
In Iliade poema della forza, Simone Weil riconosce la traducibilità tra forza e violenza. Non le separa e non le confonde. Per lei, patisce violenza chi subisce impotente l’esercizio di una forza, fosse anche giusta. Sono d’accordo. Si pensi al bambino separato dalla madre ritenuta indegna o dal padre divorziato, alla studentessa bocciata al concorso, all’uomo giudicato colpevole e condannato… Più cresce lo scarto tra il potere e l’impotenza, e più cresce la violenza.
Piuttosto che deprecare la violenza e predicare la non violenza, io preferisco dire: facciamoci forza e combattiamo lo squilibrio nei rapporti di forza. E porto l’esempio della rivolta femminile iniziata nei Sessanta-Settanta: è stato un sottrarsi alla soggezione che incute il potere per scoprire, nella relazione con altre donne, la propria forza e, dentro di sé, quel potere speciale che chiamo indipendenza simbolica. Questo vale per donne e uomini e credo che siamo sostanzialmente d’accordo.

da qui 

Il suo librino, come lo chiama lei, dal quale questa mia breve ricerca è nata è

Dio è violent,
nottetempo, 2012

Da leggere assolutamente, ci sono scritte cose come questa:

[...] non lasciamo che il significato e il valore delle nostre vite, come acqua preziosa messa in un secchio bucato dalla ruggine, siano risucchiati nell'agonia di forme politiche senza anima. Trasformiamo in politica quelle forme di convivenza e civiltà che pratichiamo giorno per giorno e che danno sostentamento alla nostra società. Non lasciamo che il nostro bene fatto di relazioni e di speranze, vada a vantaggio di una bottega discreditata che non ha l'autorità di tenere a bada i privilegiati e i prepotenti.

[...] Ma di tutti si dice ormai: "Sono tutti uguali".
Un modo di parlare sbagliato, secondo le persone di buona volontà: bisogna fare la differenza tra gli onesti e i disonesti, per esempio. Fare la differenza, rispondo, è un atto simbolico di primaria importanza, senza il quale non c'è parola. 
[...] Le cosidette Autorità, così si chiamavano una volta, non hanno più autorità. E senza credito, senza autorità, cioè senza forza simbolica, che cosa diventa la politica? Nella migliore delle ipotesi, un faticoso darsi da fare che troppo spesso si arena nell'impotenza. Nella peggiore, un verminaio.

[...] Perché dico queste cose? Cerco di promuovere l'indipendenza simbolica nei confronti dei mezzi e delle mediazioni del potere costituito, e dal potere stesso. Ho parlato, in negativo, dell'importanza, ormai urgenza di fare presente, farlo diventare presente nel senso forte della parola, il punto di vista delle donne. In positivo, mi muove la consapevolezza guadagnata con il nuovo femminismo, detto della differenza, che le parole, a certe condizioni di ascolto, risvegliano la coscienza e danno forza. Sono efficaci. L'abbiamo chiamata politica del simbolico, ma è politica.




mercoledì 13 dicembre 2017

Santi Numi







I miei lettori lo sanno, le foto delle mie visite alle mostre d'arte sono testimonianza di emozioni del tutto individuali e il racconto che ne faccio, attraverso esse, è il racconto della mia esperienza, non vuole in nessun modo essere una recensione o una critica delle opere che osservo.
Questa è l'ultima mostra del gruppo artistico dei Sapiens Sapiens. Sono affezionata al gruppo nel suo insieme, ad alcuni dei suoi componenti in modo particolare. Non sono riuscita a fotografare tutte le opere perché alle inaugurazioni si è distratti da troppi elementi e poi, ripeto, questa non è tanto la documentazione della mostra quanto la mostra che ho saputo documentare attraverso la mia fotografia. 

Narrative e drammatiche sempre le opere di



Giulia Sini





Gianni Nieddu 

(una delle Stazioni di quella che può apparire come la interpretazione della Via Crucis  cristiana, che Gianni Nieddu ripropone con i tipici tratti essenziali dei suoi disegni,  in questo caso paiono acquisire una valenza particolarmente tagliente e feroce)



La foto in secondo piano fa parte dell'opera di Giorgio Urgeghe che si è fatto ritrarre, sorridente e allegro, in ambienti abbastanza anonimi, interamente vestito di nero, compresi dei guanti in pelle. Ogni posa, delle diverse foto che lo ritraggono, è accompagnata da un attrezzo rosso smontabile che lui tiene tra le mani, seppure poggiata, come in questo caso su di un davanzale. Durante l'inaugurazione Giorgio Urgeghe si aggirava per i magnifici locali dell'ex convento che ospitava la mostra con lo stesso abbigliamento e lo stesso misterioso strumento tra le mani. Inquietante e bellissima, a mio parere, performance.


Seduta e calzature di due artiste



Enrico Pugioni

(pianeta Terra circondato dal nero assoluto. Punto di fuga, anima dell'universo, ricchezza dell'umanità, amore, persino, per tutto ciò che in essa è racchiuso. Profondamente evocativo)



E, infine, gli artisti a colloquio con il loro pubblico e con i rappresentanti istituzionali che hanno messo a disposizione i locali dell'antico convento a Ploaghe, trenta km. circa da Sassari.
Luci quasi caravaggesche su di loro





Max Mazzoli

martedì 5 dicembre 2017

Sul Sapere

  Pubblico un brevissimo stralcio dell'articolo letto sul blog di Slec, il quale, a sua volta, riporta l'intervento di Federico Bertoni sulla condizione attuale dell'università italiana, pubblicato sulla rivista "Gli Asini".
Leggetelo perché è davvero lucido e illuminante di quello che l'intero sistema del Sapere è diventato nel mondo e in Italia. 

"Merito, eccellenza, scelte politiche
 
L’ambizione del libro era anche quella di uscire dal recinto dell’università. Per esempio, l’uso di strumenti quantitativi nelle valutazioni ha degli aspetti politicofilosofici che riguardano un po’ tutto il mondo in cui viviamo. È fondamentale nel governo dell’università contemporanea ma anche di tanti altri ambiti della società occidentale. Tra le altre cose, è un meccanismo che produce una depoliticizzazione dell’azione pubblica: la decisione politica viene nascosta, schermata da un apparato tecnico o tecnocratico che le conferisce una finta oggettività e un potere retorico che si basa su questa apparente razionalità, certificata da numeri, cifre, indicatori. Questo deresponsabilizza la scelta politica o, peggio, la dissimula. C’è sempre un’altra istanza, un decisore esterno più o meno occulto: facciamo la tal cosa perché ci viene chiesto da un organismo tecnico, sovraordinato o parallelo, e quindi non siamo più responsabili della nostra scelta (di fatto, politica).
La funzione principale della valutazione della ricerca e dell’università nel complesso è quella di legittimare, con una parvenza di razionalità, i tagli finanziari e l’ineguale distribuzione delle risorse. Non è un caso che il primo esercizio di valutazione nazionale sia stato avviato in Inghilterra a metà degli anni Ottanta con la Thatcher, in pieno regime neoliberale e di fortissimo definanziamento dei servizi pubblici, e non è un caso che sia diventato un obiettivo strategico in Italia tra il 2008 e il 2009, quando all’orizzonte si profilava la crisi economica e le risorse destinate all’università cominciavano ad assottigliarsi. Il primo provvedimento che ha cominciato a ridurre drasticamente i finanziamenti è la legge 133 del luglio 2008, e da lì in poi è diventato fondamentale non solo tagliare le risorse, ma escogitare e imporre un meccanismo di distribuzione ineguale che apparisse razionale, dunque legittimo."



 Wassily Kandinski

venerdì 1 dicembre 2017

I miei Anni '90

Bene, sono contenta di partecipare a questo gioco, io da sempre restia a "entrare" nei giochi degli altri, per timidezza, forse, per riservatezza, anche, per mancanza di abitudine, sicuro!
Però… la decisione è stata presa lentamente, pensandoci sù dopo aver lasciato un commento sul post di Santa nel quale nomina anche me.

Ho pensato - ma davvero non ricordo nulla di quel decennio? -  e piano piano mi sono vista allora e vedendomi e ricordando i momenti di quella parte della mia vita mi sono venuti in mente anche una valanga di ricordi degli oggetti, dei luoghi, delle persone e/o delle esperienze vissute tramite o in compagnia di essi. Così partecipo, come so fare io, andando fuori tema, privilegiando forse aspetti che la maggior parte delle persone non dice, o non ricorda o chissà o semplicemente prendendomi la libertà di uscire dalle regole quando trattasi di pensiero e modi di esprimerlo.

Il gioco consiste in questo (e appunto, stando alle regole del gioco io non potrei proprio partecipare, dopo vi spiego il perché):

qualcuno sulla piattaforma di blogger ha lanciato l'iniziativa di ricostruire, attraverso alcuni temi base, i propri anni Novanta, non nell'interpretazione che ne daremmo ora, bensì attraverso esperienze culturali, sociali, di vita, realmente verificatesi in quella decade lontana. Leggendo il post di Santa, sono andata a curiosare nei link da lei citati e, proprio per risalire alle fonti, diciamo così, ho letto con interesse il post di colui che ha lanciato la proposta che è arrivata sino a me tramite La Santa furiosa blog. Ho trovato così il post di Miki Moz e letto le regole del gioco, oltre ad avere preso in prestito la sua icona 









Tra di esse si trova quella che mi escluderebbe senz'altro, infatti alla fine della ricostruzione del periodo, attraverso gli argomenti proposti, dovrei nominare cinque blogger scelti tra coloro che hanno lasciato commenti negli ultimi cinque post; i miei commentatori sono davvero pochi, non mi lamento, io stessa  non sono una grande commentatrice, così se escludo Santa e quelli che Santa ha nominato che commentano anche me, di tanto in tanto, l'unico che potrei chiamare fuori è il misterioso e glaciale Floy Turns. Ok, regola infranta, spesso gioco da sola 😂 😅. Vado ad elencare i miei legami al mondo dei '90. Ne tralascio una marea e affermo con convinzione che i miei '90 sono stati grandiosi.





Musica: anche se era già il 98, Clandestino di Manu Chao lo ascoltavo instancabilmente in quegli ultimi anni e molto ballato anche; Skunk Anansie con il loro Stoosh è stata la colonna sonora del viaggio in Cornovaglia del 1997; l'inizio, invece, del decennio è stato sicuramente accompagnato da Tracy Chapman, con i suoi versi
« Across the lines / who would dare to go / under the bridge / over the tracks / that seperate whites from blacks... » e Fast car e Talking about a revolution e ...but you can say baby, baby can I hold you tonight, maybe if I tell you the right words, at the right time you'd be mine, regalo anche questo, in musicassetta, le ricordate?

E poi ascoltavo tutta la musica che capitava ma, la maggior parte, precedente agli anni Novanta; sicuramente, di poco precedente, era Diavolo in me di Zucchero Fornaciari, ballata all'infinito nelle feste organizzate in quei primi anni.

Non ho comunque mai smesso di ascoltare i cantautori italiani, Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, anche Francesco De Gregori, il Banco del Mutuo Soccorso e , per finire fuori dall'Italia, un altra stella per me e gli amici che frequentavo in quegli anni, è stata certamente Patty Smith.





Cinema e Film: Lezioni di Piano di Jane Campion, film del '93; Pulp Fiction di Tarantino, del 1994, Le Iene, Tarantino, del '92; Il grande Lebowski, del 1998 di Joel Coen; Forrest Gump, del 1994 di Robert Zemeckis; Seven, di  David Fincher; Casinò, di Martin Scorsese; Arizona Dream, del 1992, di Emir Kusturica con l'allora bellissimo, per me, Johnny Depp; Lisbon Story, del 1994, di Wim Wenders; Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante, di Peter Greenaway, film del 1989 ma che sono certa di avere visto tra il 1990 e il 1991, dello stesso regista, in quegli anni, L'ultima tempesta e I Racconti del cuscino; Léon (meraviglia sempre, nell'ultima battuta di Lèon, appunto - Da parte di Mathilda... - quando consegna, al super farabutto poliziotto della narcotici corrotto fino al midollo, il detonatore appena staccato della bomba che Léon indossa su di sé), film del 1994, diretto da Luc Besson; L'odio di Mathieu Kassovitz, del 1995; e Trainspotting diretto da Danny Boyle, del 1996;  Full Monty, del 1997, regia di Peter Cattaneo, con uno stupendo Robert Carlyle; tutto il cinema di Pedro Almodovar, dei Novanta, da Légami a Tutto su mia madre.  Aggiornamenti  del 04/12/2017: Smoke, diretto da Wayne Wang e Paul Auster, del 1995, bellissimo!



E poi basta, non credevo di riportare a mente e tastiera così tanta ricchezza e più ci penso, più mi viene in mente vita 😍





Comics: la mia rivista di Comics era Linus, da prima degli anni Novanta. Innamorata delle strisce dei Peanuts, ho conosciuto tramite Linus molti dei fumettisti importanti di quegli anni. Aggiornamenti del 04/12/2017: Dylan Dog, come ho fatto a dimenticarlo? Credo di averlo letto costantemente per tre o quattro anni





Giochi: quelli che regalavo a mio nipote, nato nel 1993, costruzioni, pupazzi dei film visti insieme, come Toy Story e il suo personaggio preferito Woody





Videogames???????:  No


Televisione: tutta la serie dei programmi di Serena Dandini; amato tutti i numerosi personaggi interpretati da Corrado Guzzanti, da Sabina Guzzanti e tutta la banda che gravitava attorno a loro. Poi, a dire il vero, per molti anni, forse proprio durante i Novanta, spesso nelle case in affitto dove andavo ad abitare in trasferta di lavoro mancava la TV.

Cibo: niente di particolare da segnalare, se non che, imparavo, finalmente a cucinare qualcosa. Bevuto anche tanta birra, rigorosamente Guinness e Murphy's nei viaggi inglesi e irlandesi. Verso la fine del decennio abbiamo aperto anche alla grappa cinese. In quattro riuscivamo a berne, in una serata, un'intera bottiglia. La reggevamo, tutti! Che tempi!


Libri: non sono stata mai, o quasi, lettrice di Best Seller, i miei anni Novanta sono stati gli anni della scoperta di classici, o divenuti tali col tempo, della letteratura di diverse parti del mondo con una propensione maggiore a quelli latinoamericani, tra gli altri Manuel Scorza e la sua La Danza Immobile, è stato il libro con il quale ho inaugurato i Novanta, ricevuto in regalo; e poi Jorge Amado, con Santa Barbara dei Fulmini e Teresa Batista stanca di guerra e Dona Flor e i suoi due mariti e Luis Sepulveda con il suo Il Mondo alla fine del mondo e poi, di seguito, tutti gli altri; José Saramago, (portoghese, non latinoamericano),  L'anno della morte di Ricardo Reis, per iniziare...
Ma negli anni Novanta ho conosciuto anche, insieme ai miei amici artisti, Raymond Queneau e I Fiori Blu e Il diario intimo di Sally Mara e Zazie nel Metrò. Lo so, R. Queneau nei Novanta era morto da un pezzo, la traduzione de I fiori blu, risale al 1967, la lettura di quel romanzo straordinario la posso collocare tra il 1992 e il 1995. Gli italiani Domenico Starnone, Enrico Brizzi e Sergio Atzeni (sardo). E poi non ricordo quanti altri…
Leggevo con passione il manifesto, alcune recensioni letterarie o riflessioni filosofiche dell'epoca,  le ho assimilate e le conservo in me.

Shopping: marche non ne ricordo, indumenti indossati sì: 1) mini abito in cotone elasticizzato, blu con margherite bianche del diametro di non più di quattro centimetri. Era il 1997, lo indossai per andare a prendere i traveler's cheques presso una delle banche della nostra città, per l'imminente viaggio in Gran Bretagna, Londra e giro della Cornovaglia.  Le maniche erano corte, arrivavano appena più giù della spalla; 2) abito (tubino) sopra il ginocchio, in seta, di quella bella seta un poco lucida ma spessa, scollatura a V, senza maniche, sfondo color verde acqua con disegnate, sugli stessi toni di colore dello sfondo, linee oblique di diverso spessore. È stato un abito importante, oltre che perché mi stava d'incanto, perché lo avevo comprato a St. Ives, sulla costa della Cornovaglia, dove per la prima volta vidi, stupefacente, il fenomeno delle maree.


pantaloni con le tasche laterali, mi pare di ricordare si usassero molto in quegli anni. Io li ho certamente avuti, a vita bassa, di un bellissimo cotone resistente e spesso, come non ne ho visto più. Eccoli, in realtà questa è una foto del 2000, ma questi pantaloni mi hanno accompagnato per un numero davvero grande di anni. Li adoravo.



Life: non mi sono sposata negli anni Novanta, neppure in nessun anno precedente. Non ho avuto figli negli anni Novanta e neppure prima, neppure dopo, se è per questo. Ho iniziato timidamente tutta la mia vita di oggi, in quei Novanta. Ho iniziato a lavorare come insegnante, ho iniziato a soffrire di seri problemi all'udito, ho cambiato lavoro diventando docente bibliotecaria, figura non riconosciuta formalmente, per alcuni sono insegnante utilizzata in altri compiti, per altri docente inidonea (saranno loro inidonei!). E' nato mio nipote, appunto, mi sono sentita un po' mamma. Ho, iniziato a frequentare persone legate al mondo meraviglioso dell'arte. Ho imparato moltissimo di quello che so e lentamente trasformata in quello che sono, in quegli anni. Anche i miei brevi ma intensi viaggi sono iniziati allora. La foto che pubblico qui sopra mi vede felice in bici su una delle isole Aran, al largo delle coste irlandesi. 

Ringrazio molto Santa per l'invito, è stato davvero divertente e stimolante.


Scusate per la scrittura assurda, non sono riuscita a modificarla, sarà perché ho realizzato il post su due computer diversi 😕


riproduzione di un disegno di 
Roy Lichtenstein

Dedica sul libro 
La danza immobile

sabato 25 novembre 2017

Amalia









Ho iniziato ieri a leggere L’amore molesto di Elena Ferrante, non sono riuscita a terminarne la lettura per oggi, Giornata Internazionale per ricordare e contrastare la violenza sulle donne, ma ne parlo ugualmente perchè già mi ha dato un’infinità di spunti di riflessione.
Per partecipare, come biblioteca, a questa giornata, vorrei con questo articolo e tramite la lettura intrapresa ieri,  accennare al difficile e, a volte, estramemente inquietante, mondo di donne normali, innocenti, quanto ogni essere umano può essere, se osservato dal punto di vista della sua volontà di sopravvivenza, della sua identità e quindi della sua storia personale, della sua necessità di gratificazione, di riconoscimento, e, persino, d’amore; di tutto questo parla questo libro profondo e difficile.
Certo il contrario dell’ideale di amore cortese, certo il contrario delle storie d’amore a lieto fine, il contrario anche delle storie di amori appassionati e vincenti, dove gli ostacoli incontrati, per quanto numerosi, sono abbattuti dalla forza d’animo dei protagonisti, o aiutati dagli eventi che, nel corso dell’esistenza, si verificano.




https://bibliotecaliceofigari.wordpress.com/2017/11/25/amalia/

mercoledì 22 novembre 2017

Meraviglia!

 Non diventerò mai una brava cuoca, vegana, per di più, ma questo blog mi fa sognare di gustare cibi veri e buoni


http://luckynoriblog.blogspot.it/





venerdì 17 novembre 2017

Ed eccomi alla Bicocca


I grandi spazi costruiti nel secolo scorso per ospitare il lavoro di migliaia di persone intente a creare prodotti che in seguito alla prima rivoluzione industriale si diffondevano nel mondo (soprattutto nell'emisfero nord della terra) e trasformavano le nostre città, circondandole da periferie estese rubate ai campi, ai boschi, alle pianure; i grandi capannoni industriali rimasti vuoti nel secolo in corso detengono, ai miei occhi, un grande fascino. Seppure si collocano all'opposto dell'ambiente naturale, suscitano stupore e meraviglia simili a quelle provate al cospetto dell'altro, di quel paesaggio nel quale l'uomo non è intervenuto. In più, queste vestigia del nostro recente passato  suscitano la tenerezza legata al riconoscimento dello sforzo umano, alla fatica, alle speranze, alla più o meno conscia volontà di raggiungere, in grandezza, quell'infinito dal quale si proviene e dove si ritornerà. Il lavoro, quando si era orgogliosi di contribuire al progresso del proprio paese; quando lavorare nelle grandi fabbriche del Nord Italia significava l'emancipazione dalla povertà, significava maggiore possibilità di offrire ai propri figli istruzione e una vita migliore di quella propria. Innumerevoli sono i pensieri e le riflessioni che sopraggiungono accanto o all'interno di essi. Amo visitarli. Sono sempre una sorpresa, riesco a sentirne la vitalità e l'energia che in essi si è spesa. Sono vivi, sempre; quando vengono riadattati per l'arte contemporanea  sono bellissimi, evocativi e grandiosi di potenzialità che l'arte è in grado di realizzare.

 Pirelli HangarBicocca si stende su 15.000 metri quadrati ed è tra gli spazi espositivi a sviluppo orizzontale più grandi d'Europa. L'accesso allo spazio è completamente gratuito. Il direttore artistico è, dal 2013, Vincente Todoli. Un tempo sede di una fabbrica per la costruzione di locomotive.



La scultura che accoglie il visitatore all'ingresso dello spazio esterno di Pirelli HangarBicocca è di Fausto Melotti.




Era quasi l'imbrunire, le mie foto rendono pochissimo la bellezza di questo ingresso e della scultura di Melotti.






Installazioni dell'opera Take Me (I'm yours) da un'idea di mostra concepita da Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski nel 1995. A cura di Christian Boltanski, Hans Ulrich Obrist, Chiara Parisi, Roberta Tenconi. Dal 1 novembre 2017 al 14 gennaio 2018. Questa prima grande installazione, che si incontra non appena superato lo spazio di ingresso, è allestita nello Shed, uno dei tre ambienti dai quali è costituito il capannone. Lo Shed misura 1400 metri quadrati. La sua costruzione risale agli anni Venti del secolo scorso, quando accoglieva l'area adibita alla fabbricazione di locomotive, treni e macchine agricole, ed è riconoscibile all'esterno dai mattoni a vista tipici dell'architettura industriale del quartiere.
Molti gli artisti che hanno contribuito alla realizzazione della grande opera interattiva dello Shed. Sedersi di fronte al cavalletto e provare a dipingere l'immobile modello è un'esperienza che ognuno può provare.


Le piramidi di indumenti usati sono di Christian Boltanski, da esse si può prendere e aggiungere.


Franco Vaccari si serve, per la sua performance, del rapporto continuo con gli spettatori ai quali si offre la possibilità di far parte dell'opera lasciandosi fotografare da un iPad ed apparendo per pochi minuti, mentre il video scorre, sullo schermo.

Ci sono anch'io


Bellissima l'opera che chiede di ricostruire il proprio itinerario nel centro della città di Milano. I lucidi, in questo momento purtroppo esauriti, sovrapposti ad una mappa della città, permettono ad ognuno di disegnare punti di partenza e di arrivo, strade percorse, vicoli e pensieri della propria esperienza milanese. Peccato non averlo potuto fare.





Lasciandosi lo Shed alle spalle si entra nella vastita scura e assolutamente misteriosa dello spazio chiamato Le Navate.  
... un tempo adibito al montaggio e alla prova di macchine elettriche di grande potenza. Costruito tra il 1963 e il 1965 è il corpo di fabbrica più alto di tutto il complesso. Anche successivamente agli interventi conservativi e di restauro la struttura è rimasta intatta nelle dimensioni - 9500 metri quadrati complessivi per circa 30 metri di altezza massima - e conserva ancora oggi l'estetica industriale originaria, con le strutture del carroponte ben visibili.

Alte sullo spettatore, nella fitta oscurità, risplendono, elettriche e sinuose, le luci bianche e azzurre di Lucio Fontana, Struttura al Neon, realizzata per la IX Triennale di Milano del 1951.






Ambiente spaziale e luce nera
si incontra nella prima delle stanze disseminate lungo il percorso della grande navata laterale. 
"Ma non intendiamo abolire l'arte del passato o fermare la vita: vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro. Una espressione d'arte aerea di  un minuto è come se durasse un millennio, nell'eternità. A tal fine, con le risorse della tecnica moderna, faremo apparire nel cielo: forme artificiali, arcobaleni di meraviglia, scritte luminose". (Lucio Fontana)



Fonti di energia, soffitto al neon per Italia '61
e la stanza alla fine del percorso. 

E poi nell'ultimo enorme spazio c'è lui, Anselm Kiefer, con la sua

I Sette Palazzi Celesti

Installazione permanente, concepita e presentata per l'apertura di Pirelli HangarBicocca nel 2004.


Stelle con le loro costellazioni, con i loro nomi, espressi in numeri, frammenti di vetri rotti o tagliati in forme regolari, supporti di immagini, cemento che appare cartone, leggero e sospeso quasi per magia, porte che si aprono ad ogni piano che non si sa come raggiungere, di cui ci si chiede la funzione, delle quali si subisce il fascino. Una città un tempo meravigliosa e ora in rovina.




Foto di bibliomatilda,
viaggio di bibliomatilda
emozioni pure sue

Le scritte in corsivo sono tratte dai depliant di presentazione disponibili all'ingresso della struttura.

domenica 12 novembre 2017

Canto il mio maestrale


e il mio mare, mi confondo con l'allegra solitudine della spiaggia, affronto il vento a testa alta, felice di ritrovarlo ogni volta che i nostri desideri si incontrano, e tutto appare straordinario, persino gli anni e l'insolito vorticare dei capelli, chiome di alberi immaginari, mobili, in cammino, da sempre.





ero un'aquila in una vita passata



e la bellezza del vorticare delle onde, lo spazio le rende del tutto irregolari, vanno e vengono come le nubi, ma l'andare e il venire non ha direzione prevedibile, il vento le disperde, in alto, non procedono soltanto in orizzontale, ma tentano di raggiungere il cielo e arrivano sino a me, sulla spiaggia, al riparo dalla loro forza in contemplazione della loro bellezza.







Forse a qualcuno appariranno ripetitive, tutto nella vita si ripete, all'infinito, beato chi, nella ripetizione sa cogliere il cambiamento e si trasforma lentamente, di corpo (purtroppo) e di anima (per fortuna)





Se uno nasce accanto al mare, se uno ha un padre che ama il mare, il mare non lo dimenticherà mai, non potrà farne a meno, per tutta la vita troverà in esso l'energia, l'amore, la forza e la sostanza del proprio essere.








A luglio come a novembre, all'alba come al tramonto, parlerà con il mare, gli ruberà dei momenti, respirerà insieme a lui, cercherà persino di baciarlo, immergendo il volto nella sua acqua


I cartelli ricordano gli uomini, il mondo degli esseri umani






Il mistero

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