lunedì 7 novembre 2016

I labirinti (dei pensieri di ognuno)

… e riappesi il ricevitore. Immediatamente dopo, riconobbi la voce che aveva risposto in tedesco. Era quella del capitano Richard Madden. Il fatto che Madden si trovasse nell'appartamento di Viktor Runeberg significava la fine dei nostri affanni e anche – ma questo pareva molto secondario, o almeno doveva parermi tale – delle nostre vite. Significava che Runeberg era stato arrestato, o assassinato. Prima che declinasse il sole di quel giorno, io avrei certo subito la stessa sorte. Madden era implacabile. O meglio: era costretto ad essere implacabile. Irlandese agli ordini dell'Inghilterra, uomo accusato di tiepidezza e forse di tradimento, come non avrebbe profittato e gioito di questo miracoloso favore: la cattura, forse la morte, di due agenti dell'Impero tedesco? Salii nella mia stanza; chiusi a chiave, assurdamente, la porta, mi stesi sullo stretto letto di ferro. Dietro la finestra aperta c'erano i tetti di sempre e il sole obnubilato delle sei. Mi parve incredibile che questo giorno senza premonizioni né simboli fosse quello della mia morte implacabile. Con tutto questo: che mio padre era morto; con tutto questo: che ero stato bambino nel simmetrico giardino di Hai Feng: io, ora, stavo per morire? Poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me… Il ricordo quasi intollerabile del volto cavallino di Madden abolì queste divagazioni. […]
Sono un uomo codardo. Ora lo dico, ora che ho condotto a termine un piano di cui nessuno potrà dire che non fosse arrischiato. Io so che la sua esecuzione fu terribile. Non lo feci, no, per la Germania. Nulla m'importa di un paese barbaro, che m'ha obbligato alla condizione abietta di spia. E poi so d'un uomo d'Inghilterra – un uomo modesto – che per me non è meno di Goethe… Lo feci, perché sentivo che il capo teneva a vili quelli della mia razza – gli antenati innumeri che confluiscono in me. Volevo provargli che un giallo poteva salvare i suoi eserciti. Ora io dovevo sfuggire al capitano. Le sue mani e la sua voce potevano battere da un momento all'altro alla mia porta. Mi vestii senza rumore, mi dissi addio allo specchio, scesi, scrutai la strada deserta e tranquilla, e partii.

Jorge Luis Borges
Finzioni,
da: I Meridiani Mondadori, 1984
pp. 690-692



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