sabato 10 settembre 2016

La felicità al potere

Sono andata in libreria; ho chiesto il libro, dicendone il titolo, non sono sicura su come si pronunci il nome, latinoamericano, del suo autore; lo hanno cercato a lungo, il computer diceva loro che il volume era presente in libreria; alla fine lo hanno trovato; ho visto riapparire la giovane donna con un libro tra le mani, doveva certamente essere il mio. Stamane ho letto la prefazione di Omero Ciai e iniziato a leggere lo scritto di Massimo Sgroi che fa "una biografia romanzata" (dalla nota a piè pagina) "liberamente tratta da diversi testi sulla vita di Mujica e da sue dichiarazioni pubbliche". Bellissima. Si intitola Un sogno venuto da lontano. Leggetelo! Sono troppi i passi epici che mi piacerebbe condividere, provo comunque a riscriverne alcuni: 

1. (si tratta del primo impegno politico di José Mujica, ancora ragazzo, partecipa come delegato del Movimento uruguayano Lista 41, al Primo Congresso della Gioventù latino-americana che si tenne a Cuba):
«Il congresso fu tenuto al Teatro Blanquita e lì incontrai uno degli uomini che ho ammirato di più nella mia vita. Mi accorsi che qualcosa stava accadendo per le urla, gli applausi e i cori che si scatenarono all'improvviso; un uomo serio, con la barba scura e l'uniforme militare era entrato nel teatro dirigendosi verso il microfono. Era la persona che i giovani di tutta l'America Latina adoravano: il comandante Ernesto Che Guevara. Me lo trovai di fronte, travolto dall'emozione, mentre lui con le mani dietro la schiena andava verso il palco. Alle sue spalle una ragazza reggeva la bandiera di Cuba. Il Che cominciò il suo discorso e per noi fu un momento memorabile. Il rivoluzionario argentino parlò anche in nome di tutti coloro che stavano cominciando a soffrire le repressioni militari, compresa la sua Argentina dove i sindacalisti, gli studenti e gli oppositori del regime venivano arrestati e dove l'aeroporto era stato già dichiarato zona militarizzata.  "Le mie braccia e le braccia di tutta Cuba sono aperte per accogliervi" dichiarò Che Guevara,  "per mostrarvi ciò che di buono o ciò che di sbagliato sia la Rivoluzione cubana, in modo tale che, quando tornerete nei vostri Paesi, possiate sapere e raccontare cosa sia esattamente questo fenomeno nato in un'isola dei Caraibi che si chiama Rivoluzione cubana. Un'esperienza che può servire da insegnamento a tutti i popoli attraverso questa straordinaria università di esperienza e con il vivo contatto con il popolo, le sue necessità e i suoi sogni". [...] 
2. In quei giorni parlai con tanti giovani che venivano dal Cile, dall'Argentina, dall'Uruguay e da tutta l'America Latina. Ero entusiasta per quello che stavo vivendo a Cuba ma, contemporaneamente, cercavo  una mia strada; mi chiedevo, ad esempio, se fosse giusto accomunare la piccola borghesia imprenditoriale che, con il duro lavoro, riusciva a creare qualcosa di buono e al contempo rispettava il popolo, con le grandi oligarchie degli imperi multinazionali, che anzi tendevano a divorarlo.
Ascoltai anche Fidel Castro e suo fratello Raul; Cuba mi affascinava sempre di più per la sua rivoluzione e per cosa essa significava per il popolo. Il Paese era caotico, popolare, dolce, complesso, ma i cubani erano felici di vivere così. Ho sempre pensato che sia davvero importante per un popolo liberarsi di una dittatura e tornare a vivere l'essenza della propria patria; in questo, il Paese caraibico era straordinario (lo è ancora - n.d.b.). [...]
3. Il ritorno in Uruguay mi mise di fronte a una realtà sempre più dura; il governo Nardone, sotto la direzione del capo della CIA locale, Tom Flores, aveva espulso gli Ambasciatori di Cuba e dell'URSS con l'accusa di intromissione negli affari interni uruguayani e così, mentre Benito Nardone, la moglie e altri ministri del suo partito brindavano con lo champagne per l'inaugurazione della nuova villa, noi ci riunimmo di fronte a una damigiana di vino, all'altro capo della città, per discutere se fosse possibile creare una rivoluzione nel nostro Paese. Non immaginavo certo un'Unione Sovietica uruguayana, anzi, solo che ci ponevamo il problema se fosse possibile arginare il nascente fascismo. [...] 
4. Le grandi lobby economiche internazionali, in particolare quelle statunitensi, avevano messo gli occhi sul nostro Paese e, sostenuti da una classe dominante che difendeva i propri privilegi, chiudevano gli spazi di libertà e di diritto; lo scontro sociale si faceva davvero duro. A complicare le cose avvenne un fatto eclatante: il 17 agosto del 1961 Ernesto Che Guevara tenne una conferenza all'Università di Montevideo; il Che parlò del diritto dei popoli di vivere una vita migliore lottando attraverso la democrazia ma aggiunse anche che, quando i diritti di questa democrazia fossero cessati, rimaneva solo la forza per difendere la propria esistenza verso i poteri più grandi. - La forza è l'ultima risorsa - disse il Che mentre noi applaudivamo entusiasti. - La forza è la risorsa definitiva che spetta la popolo. Un popolo non può mai rinunciare al ricorso alla forza, soprattutto quando essa si esercita contro chi la usa in forma indiscriminata -. Parole che sembravano un presagio, un'anticipazione di quello che sarebbe avvenuto di lì a poco. Mentre usciva dall'Università furono sparati contro di lui parecchi colpi di pistola. Nessuno raggiunse il Che, ma il professore di storia Arbelio Ramirez che si trovava accanto a lui cadde morto».




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