mercoledì 4 maggio 2016

Aleppo



 immagine tratta da qui

Aleppo, nel leggerne solamente su Wikipedia, si apre un universo di storia umana che appare quasi infinito e ritorna alla mente quanto detto dal Florentino Ariza di G. G. Marquez, che è la vita e non la morte a non avere limiti. Aleppo è una delle città più antiche della nostra storia di esseri umani e ha visto bellezze straordinarie accanto a crudeltà inimaginabili dai più. I fortunati della terra vengono a conoscenza delle crudeltà passate attraverso la lettura di quei libri che si assumono la fatica di raccontarle, per la conoscenza delle mostruosità odierne basta aprire i giornali o guardare i numerosi media a disposizione di più o meno ognuno di noi. Nonostante lo sguardo non basti, nonostante lo sguardo debba essere accompagnato dalla consapevolezza basilare dell'appartenenza ad un'unica specie, quella umana, mancando questa consapevolezza non si riesce a considerare quelle atrocità come tali, non si riesce a considerare se stessi vittime e artefici di quel male del quale si è testimoni.
Ad Aleppo, in questo periodo, troppo lungo, si muore, si muore persino schiacciati o bruciati sotto le mura degli ospedali crollati e incendiati sotto i bombardamenti, di governativi e di "ribelli", di "alleati" e di nemici, nemici, certo, del genere mano.

Da Aleppo, come da qualsiasi altra città della Siria, si fugge, quello che mi sorprende è come non fuggano più numerosi, alla ricerca di una casa, di un posto dove vivere, visto che nel loro non esiste possibilità.

Nel romanzo di Antonia Arslan, La masseria delle Allodole, Aleppo era, invece, considerata una possibile via di scampo dalla famiglia armena cacciata dal proprio villaggio dell' Anatolia, senza altro motivo che la propria appartenenza etnica. Il romanzo infatti è ambientato nel 1915, all'inizio della Prima Guerra Mondiale.
Avevo visto il film, solo in questi giorni ho letto il libro che racconta il genocidio del popolo armeno perpetuato dal governo turco di Mehmed Talat Pascià e Ismail Enver.
Si racconta un esodo, forzato allora, degli abitanti armeni di tantissimi villaggi verso un campo allestito in Siria, ma più che un luogo reale e terrestre quell'esodo appariva come un viaggio verso il nulla, circostanza della quale i "migranti" prendevano consapevolezza man mano che la loro marcia forzata proseguiva. Bellissime le pagine che raccontano proprio quell'andare, efficacissime nel dipingere la tremenda sofferenza, l'umiliazione della fame, dell'essere in balia di altri esseri simili a se stessi ma irriconoscibili in quanto tali. Vittime di ingiustizie incomprensibili e crudeltà gratuite.
Ad Aleppo, i protagonisti del romanzo, sperano di trovare un loro parente che possa salvarli. Oggi, nella realtà, da Aleppo si fugge, forse con la speranza di trovare un parente in una terra lontana. Si fugge  a piedi e affidandosi a piccole e inadeguate imbarcazioni per raggiungere l'Europa, quella del Nord, possibilmente. Le strade che gli armeni di Antonia Arslan attraversavano erano disseminate di cadaveri, anche gli esodi odierni ne contano un'infinità, quelli di cui ci giunge notizia sono soprattutto quelli restituiti dal mare, tra loro tanti bambini.

Aleppo, patrimonio dell'umanità dal 1986.
Perché è così, il genere umano, incomprensibile, ruba e sfrutta sin che può, a volte dando una giustificazione alle proprie azioni, altre volte senza fornirne alcuna, a volte le giustificazioni date sono del tutto irrazionali, a volte chiaramente false e ritenute tali anche da coloro che le usano ma necessarie al loro disegno. Poi si riconosce l'importanza della storia umana, quella delle testimonianze che essa lascia dietro di sé e allora si istituiscono le giornate della memoria, si proclamano siti, effettivamente meravigliosi, patrimonio dell'umanità, ma non si è in grado di difenderli, non si è in grado di rispettarli neppure in nome di quel principio di fratellanza che dovrebbero rappresentare. In questo specifico caso, nel non dare ospitalità e asilo ai siriani, ad esempio, (e alcuni popoli dell'Unione europea dichiaratamente non lo vogliono fare), non si mette in discussione il patrimonio dell'umanità formalmente proclamato, semplicemente i suoi cittadini, le persone che lo abitano e che per sopravvivere devono andare via.
Patrimonio dell'umanità sì, ma sfruttato e depredato, utilizzato al fine di creare falsi equilibri politici nella zona, falsi perché non hanno mai avuto niente di equilibrato, come può essere equilibrato un ordine deciso in virtù di interessi particolari? Individuali o di popolo non fa molta differenza.
Europei e americani hanno deciso di non farsi più guerra tra loro ma continuano a produrre armi e a venderle ai paesi che le usano, continuano ad essere interessati alle ricchezze rimaste nell'area mediorientale, continuano a fare accordi con paesi come la Turchia, per nulla interessata a creare condizioni di pace attorno ai propri confini se non a mettere a tacere per sempre le rivendicazioni del popolo curdo. I migliori alleati sono gli alleati economici, sia rappresentati da dittature che da democrazie.

La letteratura ci parla, così come ci parlano quelle immagini che ci vengono offerte quotidianamente dai media, non è molto, ma tenere viva nella propria considerazione del mondo e in quello che siamo in grado di condividere con gli altri quegli insegnamenti che dal mondo che ci circonda ci arrivano credo sia qualcosa meglio del nulla. Mi sono sentita in dovere di tentare un resoconto dei fili che uniscono la mia lettura  all'orrore di questi tempi. All'ipocrisia e alla nefandezza con la quale vengono affrontati temi tanto profondi e fondamentali per la convivenza umana e alla speranza che sempre più persone comprendano che niente è inevitabile e che tutto può essere determinato anche dal bene, con la sola, piccola, consapevolezza di appartenere tutti alla stessa specie umana. L'economia stessa può essere cambiata, la storia può essere letta per tutta la bellezza che è stata creata, l'ansia di distruzione può essere vinta dal desiderio di creare o, almeno, di difendere.

Alcuni brani di questo bel libro: il primo rappresenta uno dei momenti nei quali tra i capi si concretizza l'idea dello sterminio:

"Qui si incide un bubbone, hanno spiegato gli ittihadisti, senza rancori personali, per far guarire il corpo ammalato della nazione, per fare pulizia. E a coloro che opereranno bene, molto sarà perdonato, e dato il libero godimento di ciò che possono spremere da questa impura sottorazza di preti e di trafficanti.
Solo, bisogna agire con ordine, muoversi nei giorni stabiliti, non fare troppo chiasso nelle città. Fuori, prima di tutto: l'esodo deve svolgersi rigidamente, alla prussiana.
- Ci faremo ammirare dai nostri alleati, per l'impeccabile precisione con cui gestiamo la Questione Armena - pensa Enver; e una soddisfazione puntuta gli cresce dentro, a ogni telegramma che gli annuncia l'avvio di un'altra carovana. Le segue nel suo studiolo foderato di cuoio bulgaro, come lunghe righe, colle matite colorate, fissando piccoli segnacoli rossi su una privata carta dell'Impero disegnata in blu e verde, finché le tante linee, assottigliandosi, convergeranno in una, che si perderà infine, indistinguibile, nel deserto siriano."


durante la marcia forzata, una delle donne della famiglia (famiglia ormai quasi fatta solamente di donne poiché gli uomini erano stati già uccisi tutti) si perde, lei era stata la seconda moglie del capofamiglia:

"... Madame Nevart, che si trascina in un muto stupore, come accusando tutti di questo imprevisto incredibile, lei, la moglie saggia e provvida che ha dato ad Hamparzum ben nove figli, e avrebbe diritto a morire nel suo letto, rispettata, e ad avere un funerale importante, quasi come quello del marito.
Di questo, del funerale maestoso che vorrebbe, con atroce involontaria ironia Nevart continua a parlare tra sé e sé; e sembra non riconoscere più nessuno. Un'energia indomabile, dispettosa e cupa, spinge avanti il suo corpo grasso, che crolla da tutte le parti, quasi senza prendere cibo; [...] i capelli bianchi, un tempo sempre ben pettinati, ondeggiano spaventosamente sciolti per le spalle, frammisti a foglie, polvere, insetti; i denti digrignano scarsa sdaliva e parole smozzicate. Come un'erinni, come una furia miserabile e guasta, Nevart, la buona donna un po' stupida un po' maligna, dal cervellino contento, che faceva marmellate e cuoceva biscotti, si avanza instancabile e curva, gli occhi semichiusi, spaventevoli, fissi sull'orizzonte, portando con sé tutta la polvere delle strade, tutto il destino delle armene, inconsapevole simbolo di degradata paura.
Neppure gli zaptié la toccano, superstiziosamente. Porta sfortuna, sussurrano. Nevart, scomparirà una notte, inavvertita, chiamata da un vento misterioso, da un miraggio accecante, una cucina calda che le appare oltre l'altura spelacchiata ai piedi della quale si sono rannicchiate, in una sera qualunque di quel giugno interminabile.
Solo Henriette la vede andar via; ma Henriette non parla. E poi anche lei ha visto una luce dietro l'altura. Cammina Nevart, e il suo piccolo, povero cuore si purifica a ogni passo. Sanguinano i suoi piedi sotto la crosta di sudiciume, e lasciano u na traccia ben visibile, che però non interessa a nessuno.
Ma a ogni passo il suo cuore si apre: e così alla fine proprio a Nevart, la donna senza qualità sarà affidata la forza immensa di un intero popolo che muore e il pianto di Dio che l'accompagna: e potrà riscattare se stessa, offerta per i bambini, per le sue figlie, per l'amata e invidiata Shushanig. Non vedrà più i suoi figli, Rupen e zareh, e le belle nuore, e i paesi lontani; non potrà mai più riabbracciare Yerwant, il figlio di Iskuhi che se n'è andato per non accettarla come madre.
Ora però Dio l'ha perdonata; e Nevart cammina nella luce. Spera di ritrovare Hamparzum, ma umilmente ormai le basta un posto di seconda fila; la moglie vera di lui, lo sa bene, è la raggiante Iskuhi.
"Come posso competere con una diciannovenne?" si chiede ragionevolmente. "Io sono vecchia e così sporca, e così stanca ..." Poi si abbatte, come un tronco fulminato, di traverso sul sentiero.
Un mulattiere del vicino villaggio la troverà all'alba. E' un uomo pio; e siccome nessuno lo vede, presto presto  sormonta lo schifo del corpo grosso e già guasto, e la seppellisce presso un ruscello, mormorando una preghiera al Dio vivente, che è sacro per tutti.
[...]
Isacco, Ismene, Nazim guardano e piangono silenziosamente. Non riconoscono nessuno; ma improvvisamente capiscono che qui è in azione una malvagità più grande di loro, che faticano a concepire"

da Antonia Arslan,
La Masseria delle Allodole,
BUR, 2004 



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