domenica 4 ottobre 2015

La macchia umana


Sapeva tutto quello che c'era da sapere sulla storia della razza umana: gli spietati e gli indifesi. Non aveva bisogno di date e di nomi. Gli spietati e gli indifesi: cazzo, la storia era tutta qui. Nessuno, lì, avrebbe cercato di incoraggiarla a leggere, perché nessuno, lì, sapeva leggere, a parte la ragazza. Quel serpente, di sicuro, non sapeva leggere. Sapeva solo mangiare i topi. Lento e tranquillo. Aveva tutto il tempo che voleva.
- Che razza di serpente è?
- Lo chiamano serpe nero dei ratti.
- Lo inghiotte tutto intero.
- Già.
- Lo digerisce quando l'ha nella pancia.
- Già.
- Quanti ne mangia?
- Questo è il settimo. È andato troppo piano. Potrebbe essere l'ultimo.
- Sette al giorno?
- No. Ogni settimana o due.
- E ogni tanto lo fate uscire o la condanna è per la vita? - disse, indicando la cassetta di vetro dalla quale il serpente era stato trasferito nella scatola di plastica dove la ragazza gli dava da mangiare.
- Per la vita. Là dentro.
- Bella roba, - disse Faunia, e si voltò indietro a guardare la cornacchia, sempre appollaiata sul suo trespolo nella gabbia in fondo alla stanza. - Be', Prince, io sono qui. E tu sei laggiù. E di te non m'importa un fico secco. Se non vuoi posarti sulla mia spalla, fa' pure, la cosa non potrebbe interessarmi meno -. Indicò un altro degli animali impagliati. - Quel bel tomo là cos'è?
- Quello è un falco pescatore.
Faunia lo studiò per farsene un'idea - un esame minuzioso di quegli artigli aguzzi - e, sempre con una gran risata, disse: - Meglio non attaccar briga.
Il serpente stava prendendo in considerazione l'ottavo topo. - Se riuscissi a convincere i miei figli a mangiare sette topi, - disse Faunia, - sarei la madre più felice della terra.
La ragazza sorrise e disse: - Domenica Prince è uscito e ha fatto qualche volo. Tutti gli uccelli che abbiamo non sono capaci di volare. Prince è l'unico capace di volare. È piuttosto veloce.
- Oh, lo so, - disse Faunia.
- Stavo buttando via dell'acqua, e lui ha infilato la porta ed è volato sugli alberi. In pochi minuti sono arrivate altre tre o quattro cornacchie. L'hanno circondato. E parevano impazzite. Lo tormentavano. Lo beccavano sul dorso. Strillavano. Lo sbatacchiavano di qua e di là. Sono arrivate in pochi minuti. Prince non ha la voce giusta. Non conosce il linguaggio delle cornacchie. Non lo vogliono, là fuori. Alla fine è venuto da me, perché ero là. L'avrebbero ucciso.
- È quello che succede quando crescono in cattività, - disse Faunia. - Ha passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana, - disse, ma senza ripugnanza, né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. È così. Questo è tutto ciò che Faunia, nel suo tono freddo e distaccato, stava dicendo alla ragazza che nutriva il serpente: noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno.
La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos'è questa brama di purificazione, se non l'aggiunta di nuove impurità? Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile. Questo, ovviamente, era il suo punto di vista: siamo creature irrimediabilmente macchiate. Rassegnata all'orribile, elementare imperfezione. Faunia è come i greci, i greci di Coleman. Come i loro dèi. Sono meschini. Litigano. Attaccano briga. Odiano. Assassinano. Fottono. Il loro Zeus non vuol far altro che fottere - dee, mortali, giovenche, orse - e non soltanto sotto le proprie sembianze ma, cosa ancor più eccitante, in forma di animale. Trasformarsi in toro e montare smisuratamente una donna. Trasformarsi in cigno bianco starnazzante e penetrarla nel modo più bizzarro. Non c'è mai abbastanza carne per il re degli dèi, e neppure sufficienti perversioni. Tutte le follie prodotte dal desiderio. Le dissolutezze. Le depravazioni. I piaceri più efferati. E il furore della moglie che tutto vede. Non il dio degli ebrei, infinitamente solo, infinitamente oscuro, monomaniacalmente l'unico dio che esiste, esisteva e sempre esisterà, con nulla di meglio da fare che preoccuparsi degli ebrei. E non l'uomo-dio cristiano perfettamente asessuato e la sua madre incontaminata e tutto il rimorso e tutta la vergogna che ispira una squisita soprannaturalità. Il greco Zeus, invece: immerso nelle avventure, vividamente espressivo, capriccioso, sensuale, attaccato con esuberanza alla propria sontuosa esistenza, tutt'altro che solo e tutt'altro che nascosto. Invece, la macchia divina. Una grande religione che rispecchia la realtà, per Faunia Farley, se, tramite Coleman, ne avesse saputo qualcosa. Come vuole la più arrogante fantasia, fatti a immagine di Dio, sicuramente, ma non il nostro, il loro. Un dio debosciato. Un dio corrotto. Un dio della vita se mai ce ne fu uno. Dio fatto a immagine dell'uomo.
- Già. Credo sia proprio questa la tragedia delle cornacchie tirate su dagli esseri umani, - rispose la ragazza, senza cogliere esattamente il senso della frase di Faunia, ma anche senza mancarlo del tutto. - Non riconoscono i membri della loro specie. Lui, per esempio non li riconosce. Mentre dovrebbe. Si chiama imprinting, - disse la ragazza. - Prince, in realtà, è una cornacchia che non sa cosa vuol dire essere una cornacchia. 
A un tratto Prince si mise a gracchiare, non come gracchiavano le cornacchie vere, ma in quel modo che aveva inventato lui e che faceva inviperire le altre cornacchie. Ora l'uccello si trovava sul portello della gabbia e strillava come un ossesso.
Con un sorriso invitante, Faunia si voltò e disse: - Lo prendo come un complimento, Prince.


Philip Roth
La macchia umana
Einaudi, 2003









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