martedì 27 ottobre 2015

Radio 3


Sintonizzatevi su Radio 3 alle 16.30, tra pochi minuti. Si parla di Biblioteche  Scolastiche



http://conbs.blogspot.it/2015/10/fahrescuola-le-biblioteche-scolastiche.html




la fonte di luce al centro della foto ha qualcosa a che fare con l'anima! Già perché potrà essere un poco sgarrupata, la biblioteca dove lavoro dal 2011, ma all'occhio della mia macchina fotografica è apparsa per quello che è, un luogo animato, amato, vissuto, depredato, deriso, abbandonato, trascurato, frequentato, chiuso, aperto, accogliente, sorridente, caotico, deprimente, entusiasmante, stimolante, vitale, stravagante, angusto, utilizzabile e fiorente (nel senso che fiorisce, a volte, di una quantità grande di giovani e meno giovani sorrisi e sempre di scambi).

Il tempo dedicato alle Biblioteche Scolastiche su Radio 3 è stato, oggi, di circa 15 minuti.
Va bene! Comunque. Viviamo dove viviamo, non è che ci si possa aspettare più di tanto.
Una delle persone intervenute su Radio 3 si chiama Maria Teresa De Nardis, non so praticamente nulla della sua biografia, so di certo che è stata la persona che, nel tempo, dal 2002, credo, si è maggiormente occupata di tenere viva l'attenzione e il coordinamento tra le varie realtà italiane riguardanti le Biblioteche Scolastiche. Ha creato una lista di discussione, un blog, ma soprattutto ha tenuto i contatti con le poche istituzioni che hanno preso in considerazione le Biblioteche nelle scuole. Ha avuto tempo per fornire informazioni, preziose, a tutti coloro che da insegnanti sono passati a quel lavoro diverso e ideale rappresentato dalla figura del bibliotecario scolastico. 

L'altra persona intervistata è stata Donatella Lombello, docente dell'Università di Padova ed esperta di Biblioteche Scolastiche. Sua la direzione di diversi master  e corsi di perfezionamento sul docente documentalista scolastico.

Se qualcuno volesse sapere di più sulle Biblioteche Scolastiche basterà cliccare sul tag, sotto la voce relativa, nella sidebar di destra di questo blog, oppure cliccare sulla parola blog relativo a quello creato da Maria Teresa De Nardis.


lunedì 26 ottobre 2015

Nessuna utopia, tutto scienza

La società non esiste, era il credo di Margaret Thatcher negli anni ’70 del secolo scorso. E alla fine, passo dopo passo, la società non esiste davvero (quasi) più. Non esiste più la polis, l’agorà è stata occupata dal mercato e dalla rete, i corpi intermedi e la vecchia società civile sono diventati un fastidio che deve essere rimosso. Il partito novecentesco è stato sostituito da un rapporto verticale e populista tra gli elettori e il leader, la politica è diventata spettacolo, la comunicazione è una compulsione di tweet che nascondono una finzione di ascolto e di partecipazione.
Il disegno è chiaro, la democrazia partecipativa è da rottamare e da sostituire pienamente con il modello-impresa, dove la democrazia non deve entrare, dove le decisioni sono assunte rapidamemente, dove anche il sindacato deve essere eliminato (o integrato nel sistema). Perché è corpo intermedio ancora autonomo, perché è parte della società civile, perché è a volte ancora espressione di una volontà di partecipazione dal basso e di controllo democratico di ciò che accade nell’impresa (e fuori). E così come Taylor, cento e più anni fa considerava inutile il sindacato se nelle imprese fosse stata introdotta la sua organizzazione scientifica del lavoro – era infatti irrazionale e antiscientifico opporsi a qualcosa di scientifico e di scientificamente organizzato – così oggi, nella nuova organizzazione scientifica della vita (non solo del lavoro) che è la rete, irrazionale è ancora il sindacato (già indebolito per i propri errori ma soprattutto per la trasformazione del lavoro e la sua ulteriore scomposizione e individualizzazione), così come la difesa dei diritti.
Due esempi rendono bene la profondità del cambiamento (culturale, antropologico) intervenuto negli ultimi trent’anni di neoliberismo. Il primo, è quello famoso di metà settembre, quando un’assemblea sindacale del personale di custodia del Colosseo di Roma ha impedito ai turisti di entrare, bloccandoli per alcune ore fuori dai cancelli. Nulla di irregolare, tutto secondo le procedure. Eppure, subito si era scatenata l’ira della politica e dei media. “Ora basta, la misura è colma". E ancora: "Non lasceremo la cultura in ostaggio dei sindacalisti contro l'Italia". "Uno sfregio per il nostro paese". Era stata durissima la prima reazione del ministro della Cultura Dario Franceschini, del premier Matteo Renzi e del sindaco di Roma Ignazio Marino. A poco serviva la smentita della Sovrintendenza: "Non si è trattato di chiusura ma solo di apertura ritardata. Siamo dispiaciuti per i disagi ma era impossibile vietare l'assemblea". Ormai la caccia al sindacato era partita, accusato di non rispettare la cultura e i turisti, di subordinare l’economia ai diritti sindacali.
Secondo esempio, speculare al primo e citato da Tomaso Montanari su la Repubblica del 9 ottobre: “Giovedì scorso i turisti sono rimasti chiusi fuori dalla Villa della Regina a Torino, importantissimo monumento barocco e sito dell’Unesco. Un cartello informava, infatti che la Villa e il Parco, progettati per Maurizio di Savoia nel 1615 sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano i giovani manager del Programma di formazione Uniquest di Unicredit. I futuri capitani del capitale però ‘collaborano alla semina di un prato fiorito… in una ideale restituzione di risorse, non solo economiche, della banca verso il territorio’. Tradotto: Unicredit prende in esclusiva per un’intera giornata un monumento nazionale, chiudendolo al pubblico e senza sborsare un euro. Possibile?” Sì, possibile, ma non solo perché (ancora Montanari) “l’affitto a privati del patrimonio storico e artistico della nazione è totalmente deregolamentato: ogni direttore fa come gli pare”, quanto, e piuttosto perché ormai il modello-impresa è dominante, egemone.



 

sabato 24 ottobre 2015

Pablo

Ora, lasciatemi in pace.
Ora, abituatevi alla mia assenza.
Io chiuderò gli occhi
E dirò solo cinque cose,
cinque radici preferite.
Una è l'amore senza fine.
La seconda è vedere l'autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.
La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.
La quarta cosa è l'estate
rotonda come un'anguria.
La quinta sono i tuoi occhi.
Non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io tramuto la primavera
affinché tu continui a guardarmi.
Amici, questo è quanto voglio.
E' quasi nulla ed è quasi tutto.
Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
dovrete per forza dimenticarmi,
cancellarmi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario:
succede che sto per vivere.
Mai sentito così sonoro,
mai avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.
Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.
P. Neruda

(Trad. di M.Fernàndez.)



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venerdì 23 ottobre 2015

Dai magici equilibri tra le nuvole …


all'italietta terra terra:


Ma torniamo, per un attimo, all’anello debole. Non è un caso che in questo caos viscoso la infinita questione dei docenti inidoneinon trovi ancora una propria concreta soluzione. Vittime della gloriosa “razionalizzazione e semplificazione” che muove da tempo ormai tutte le operazioni relative al personale della scuola, si tratta di 3500 docenti affetti da malattie invalidanti, non più in grado di svolgere attività didattica in classe. Ne conosco almeno 3-4: passano da un’operazione all’altra, chi per tumori e recidive frequenti o trattamenti chemio continui, chi per patologie cardiache. Non si tratta di uno scherzo: potrebbe accadere a ciascuno di noi, nessuno escluso. Con atto autoritativo il Miur ne cambiò il profilo professionale nel 2013, definendone il transito definitivo ed obbligatorio tra il personale Ata (amministrativo-tecnico-ausiliario). Che però, a cominciare dalla riforma Gelmini, fino all’ultima legge di Stabilità, che ne ha previsto il taglio di oltre 2mila unità, è vittima in questo periodo di una precarizzazione insostenibile, di tagli di organico, dell’esternalizzazione dei servizi, di divieto di sostituzione anche durante lunghi periodi di assenza.


da qui



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Interessantissimo anche questo intervento su Orizzonte Scuola

giovedì 22 ottobre 2015

Equi-libri sospesi nell'aria

« Uomo dell'aria, tu colora col sangue le ore sontuose del tuo passaggio fra noi. 

I limiti esistono soltanto nell'anima di chi è a corto di sogni »

Philippe Petite 
Trattato di funambolismo
ed. Ponte alle Grazie, 1999






 Philippe Petit, 7 agosto 1974
immagine tratta da internet

lunedì 19 ottobre 2015

Ma quanto sono strani gli italiani… e le italiane!

Ne ho conosciuto incazzate e incazzati da fare paura (!) in piazza un giorno sì e due mesi no per protestare armate/i di libri e di megafoni e vestite/i a lutto per la morte della scuola pubblica (!) in seguito all'approvazione di quell'obbrobrio che era, allora, nel periodo della protesta, quella infamità che è la riforma, chiamata Buona scuola, renziana.

Poi la riforma manco a dirlo, è passata. È passata anche la rabbia?
Domanda a cui non oso rispondere.

Il fatto è che a ottobre, cioè oggi, o domani o il 23 verranno accreditati (corrono voci sempre più certe ed entusiaste) 500 euro sul conto corrente di ogni insegnante con contratto a tempo indeterminato.
WOW… ora il problema non è più tanto la buona o cattiva scuola ma come spendere i 500 euro!

Non scherzo… eh!? Sembra strano per i non addetti ai lavori, sembra strano anche per qualche addetto, come me. Ma si sa, io tendo a cantare sempre fuori dal coro, si sa, gli strani vedono me parecchio strana !

Insomma quello che mi appare sommamente strano è come si possa smettere di criticare una riforma orrenda che ci fa tornare indietro nel tempo di una quarantina d'anni, come del resto tutte le riforme di questo governo, e, addirittura essere felici ed eccitati per i 500 euro in conto corrente!

Una volta accreditati non potremmo usarli se non per i prodotti qua sotto indicati:

  1. acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale, di pubblicazioni e di riviste
  2. acquisto di hardware e software,
  3. iscrizione a corsi per attività di aggiornamento e di qualificazione delle competenze professionali, svolti da enti accreditati presso il Miur, di laurea, di laurea magistrale, specialistica o a ciclo unico, inerenti al profilo professionale, ovvero a corsi post lauream o a master universitari inerenti al profilo professionale,
  4. rappresentazioni teatrali e cinematografiche
  5. ingresso a musei, mostre ed eventi culturali e spettacoli dal vivo
  6. iniziative coerenti con le attività individuate nell'ambito del piano dell'offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione di cui all'art. 1 comma 124 della legge n. 107 del 2015.
 Per carità, tutte cose utilissime e importanti, eppure tutta la manovra mi appare un'imposizione e anche, scusate, una presa in giro. 
Il PIL aumenterà, a fine anno il primo ministro, sostituendosi a qualunque presidente potrà urlare la sua soddisfazione, le banche saranno accontentate da quelle briciole rappresentate persino dagli interessi passivi o spese che riescono a prendersi dai nostri ridicoli conti correnti, certo è un una tantum, ma sapete la sete delle banche e la loro mancanza di scrupoli ad abbeverarsi a qualunque  insignificante fontana.

Sono curiosa degli sviluppi, sono curiosa di conoscere quanti saranno i libri acquistati, quanti i corsi di aggiornamento frequentati, quanti enti sorgeranno dal nulla, quanta confusione e nulla sorgerà da tutta questa ansia di spendere cinquecento euro




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PS: Io un'idea ce l'avrei su come spendere senza piegarsi i cinquecento:

Bello sarebbe se ogni insegnante di ogni scuola italiana destinasse almeno una parte, consistente, del proprio bonus all'acquisto di libri o supporti didattici o strumentazione informatica da destinare alle biblioteche della propria scuola! Atto politico supremo, lo vedrei, insieme si continuerebbe la protesta, si rifornirebbero le biblioteche dimenticate, si porrebbe l'attenzione su di esse, le si dichiarerebbe utili, belle e necessarie, volute e amate.


Un'aiuto alla scuola e alla cultura, al senso del bene comune (anch'esso parecchio dimenticato).

Mi piacerebbe sapere se qualche scuola oserà pensare …


lunedì 12 ottobre 2015

Voglia di poesia

Un Rimbaud antico, Biblioteca della Pléiade, con un profumo tra le sue pagine sottili, quasi come seta, che non ricordavo più. Ricordavo un nome che invece non risalta scritto sulla pagina, imperdonabile, ricordavo un nome che non c'è, pazienza, intanto il raggio di sole ha lasciato la mia stanza ma rimane la poesia scelta quando ancora la illuminava.

ALLA BETTOLA VERDE
le cinque di sera

Da otto giorni strappavo ormai gli stivalini
per strade sassose. A Charleroi sono entrato.
- Alla bettola verde: ho chiesto dei crostini
di burro e prosciutto semifreddo. Beato,

distesi le gambe sotto la verde tavola,
mirando sulla tappezzeria scenette
ingenue. - Fu questa un'adorabile favola,
quando la serva, dagli occhi vivi e le tette

enormi, - quella, non teme d'esser baciata! -
ridente, mi portò la tartina imburrata,
prosciutto tiepido, in un piatto colorato,

rosa e bianco che uno spicchio d'aglio profuma,
- e mi riempì il boccale, immenso, con la spuma
che indorava un raggio di sole ritardato.

ottobre 1870


Arthur Rimbaud


(adattissima ad oggi, vado a bermi una birra prima che cali il buio ;-)  )




fontana nel cortile della Mezquita di Cordoba
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agosto 2015

venerdì 9 ottobre 2015

domenica 4 ottobre 2015

La macchia umana


Sapeva tutto quello che c'era da sapere sulla storia della razza umana: gli spietati e gli indifesi. Non aveva bisogno di date e di nomi. Gli spietati e gli indifesi: cazzo, la storia era tutta qui. Nessuno, lì, avrebbe cercato di incoraggiarla a leggere, perché nessuno, lì, sapeva leggere, a parte la ragazza. Quel serpente, di sicuro, non sapeva leggere. Sapeva solo mangiare i topi. Lento e tranquillo. Aveva tutto il tempo che voleva.
- Che razza di serpente è?
- Lo chiamano serpe nero dei ratti.
- Lo inghiotte tutto intero.
- Già.
- Lo digerisce quando l'ha nella pancia.
- Già.
- Quanti ne mangia?
- Questo è il settimo. È andato troppo piano. Potrebbe essere l'ultimo.
- Sette al giorno?
- No. Ogni settimana o due.
- E ogni tanto lo fate uscire o la condanna è per la vita? - disse, indicando la cassetta di vetro dalla quale il serpente era stato trasferito nella scatola di plastica dove la ragazza gli dava da mangiare.
- Per la vita. Là dentro.
- Bella roba, - disse Faunia, e si voltò indietro a guardare la cornacchia, sempre appollaiata sul suo trespolo nella gabbia in fondo alla stanza. - Be', Prince, io sono qui. E tu sei laggiù. E di te non m'importa un fico secco. Se non vuoi posarti sulla mia spalla, fa' pure, la cosa non potrebbe interessarmi meno -. Indicò un altro degli animali impagliati. - Quel bel tomo là cos'è?
- Quello è un falco pescatore.
Faunia lo studiò per farsene un'idea - un esame minuzioso di quegli artigli aguzzi - e, sempre con una gran risata, disse: - Meglio non attaccar briga.
Il serpente stava prendendo in considerazione l'ottavo topo. - Se riuscissi a convincere i miei figli a mangiare sette topi, - disse Faunia, - sarei la madre più felice della terra.
La ragazza sorrise e disse: - Domenica Prince è uscito e ha fatto qualche volo. Tutti gli uccelli che abbiamo non sono capaci di volare. Prince è l'unico capace di volare. È piuttosto veloce.
- Oh, lo so, - disse Faunia.
- Stavo buttando via dell'acqua, e lui ha infilato la porta ed è volato sugli alberi. In pochi minuti sono arrivate altre tre o quattro cornacchie. L'hanno circondato. E parevano impazzite. Lo tormentavano. Lo beccavano sul dorso. Strillavano. Lo sbatacchiavano di qua e di là. Sono arrivate in pochi minuti. Prince non ha la voce giusta. Non conosce il linguaggio delle cornacchie. Non lo vogliono, là fuori. Alla fine è venuto da me, perché ero là. L'avrebbero ucciso.
- È quello che succede quando crescono in cattività, - disse Faunia. - Ha passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana, - disse, ma senza ripugnanza, né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. È così. Questo è tutto ciò che Faunia, nel suo tono freddo e distaccato, stava dicendo alla ragazza che nutriva il serpente: noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno.
La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos'è questa brama di purificazione, se non l'aggiunta di nuove impurità? Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile. Questo, ovviamente, era il suo punto di vista: siamo creature irrimediabilmente macchiate. Rassegnata all'orribile, elementare imperfezione. Faunia è come i greci, i greci di Coleman. Come i loro dèi. Sono meschini. Litigano. Attaccano briga. Odiano. Assassinano. Fottono. Il loro Zeus non vuol far altro che fottere - dee, mortali, giovenche, orse - e non soltanto sotto le proprie sembianze ma, cosa ancor più eccitante, in forma di animale. Trasformarsi in toro e montare smisuratamente una donna. Trasformarsi in cigno bianco starnazzante e penetrarla nel modo più bizzarro. Non c'è mai abbastanza carne per il re degli dèi, e neppure sufficienti perversioni. Tutte le follie prodotte dal desiderio. Le dissolutezze. Le depravazioni. I piaceri più efferati. E il furore della moglie che tutto vede. Non il dio degli ebrei, infinitamente solo, infinitamente oscuro, monomaniacalmente l'unico dio che esiste, esisteva e sempre esisterà, con nulla di meglio da fare che preoccuparsi degli ebrei. E non l'uomo-dio cristiano perfettamente asessuato e la sua madre incontaminata e tutto il rimorso e tutta la vergogna che ispira una squisita soprannaturalità. Il greco Zeus, invece: immerso nelle avventure, vividamente espressivo, capriccioso, sensuale, attaccato con esuberanza alla propria sontuosa esistenza, tutt'altro che solo e tutt'altro che nascosto. Invece, la macchia divina. Una grande religione che rispecchia la realtà, per Faunia Farley, se, tramite Coleman, ne avesse saputo qualcosa. Come vuole la più arrogante fantasia, fatti a immagine di Dio, sicuramente, ma non il nostro, il loro. Un dio debosciato. Un dio corrotto. Un dio della vita se mai ce ne fu uno. Dio fatto a immagine dell'uomo.
- Già. Credo sia proprio questa la tragedia delle cornacchie tirate su dagli esseri umani, - rispose la ragazza, senza cogliere esattamente il senso della frase di Faunia, ma anche senza mancarlo del tutto. - Non riconoscono i membri della loro specie. Lui, per esempio non li riconosce. Mentre dovrebbe. Si chiama imprinting, - disse la ragazza. - Prince, in realtà, è una cornacchia che non sa cosa vuol dire essere una cornacchia. 
A un tratto Prince si mise a gracchiare, non come gracchiavano le cornacchie vere, ma in quel modo che aveva inventato lui e che faceva inviperire le altre cornacchie. Ora l'uccello si trovava sul portello della gabbia e strillava come un ossesso.
Con un sorriso invitante, Faunia si voltò e disse: - Lo prendo come un complimento, Prince.


Philip Roth
La macchia umana
Einaudi, 2003









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venerdì 2 ottobre 2015

"… la cultura (e la sua sorgente, la scuola)“


Segnalato da Alessandro Robecchi nell' intervento odierno sul suo sito:

Stefano Benni rifiuta di essere premiato da Franceschini: “Per il governo la cultura è risorsa non necessaria”




appare, quello di Stefano Benni, uno di quei gesti dimenticati per amor di "buona educazione".

Mi piacciono questi gesti, anche se qualcuno troverà della rabbia o del rancore o dio solo sa quali altri sentimenti negativi. Sono quei gesti importanti invece che definiscono un rifiuto, una rivolta nei confronti dello stato di cose presente, una presa di posizione, uno schierarsi a fianco di quello che viene negato, in questo caso il diritto all'istruzione, visto che Stefano Benni nel suo intervento ha parlato anche dell'abbandono in cui versa la scuola, della possibilità per ognuno di accedere alle fonti della cultura come le biblioteche o persino la TV, se utilizzata in modo diverso dall'oggi.



Francesco Guccini aveva messo in musica l'intellettuale non allineato, seppure in una canzone che è anche canzone d'amore, del resto gli scrittori partono da un sentimento molto simile.



Si ringraziano Le Commedie dell'Arte
per il video