giovedì 17 settembre 2015

La politica secondo renzi

Il refe­ren­dum popo­lare è ancora lon­tano e allora Mat­teo Renzi impone un refe­ren­dum in par­la­mento. Sulla riforma costi­tu­zio­nale ma prima ancora su se stesso. I tempi del dibat­tito in senato sulla più impor­tante revi­sione della Carta mai stata ten­tata dal ’48 li sta­bi­li­sce palazzo Chigi. Il pre­si­dente del senato si offende, si arrab­bia, ma non si oppone. Il Qui­ri­nale non inter­viene. Il dise­gno di legge Renzi-Boschi che cam­bia un terzo della Costi­tu­zione salta la fase refe­rente in com­mis­sione e arriva oggi pome­rig­gio diret­ta­mente in aula. Per essere votato nel giro di due, tre set­ti­mane. Renzi nel frat­tempo si è assi­cu­rato i voti e le assenze stra­te­gi­che di un po’ di oppo­si­zione di destra. Quanto dovrebbe bastare. Ma non esclude più lo strappo defi­ni­tivo: la que­stione di fidu­cia. Potrebbe chie­derla sull’articolo 2, nel caso il pre­si­dente del senato dovesse ammet­tere gli emen­da­menti sul senato elet­tivo. La voce cir­cola come una minac­cia a Grasso: ci pensi bene.
Grasso ci sta pen­sando da tempo, ha detto di aver pas­sato l’estate leg­gendo gli inter­venti dei costi­tu­zio­na­li­sti in com­mis­sione. Se l’ha fatto dav­vero a que­sto punto sa che in mag­gio­ranza rac­co­man­dano di tenere aperta la porta alle modi­fi­che alla legge di revi­sione fino all’ultimo, come pre­vede l’articolo 138 della Costi­tu­zione che nella gerar­chia delle fonti pre­vale sul rego­la­mento del senato. E se Grasso ha dato anche una scorsa ai pre­ce­denti avrà sco­perto che la ria­per­tura di un arti­colo di legge costi­tu­zio­nale appro­vato in dop­pia con­forme è già stata con­cessa, nel ’93 dal pre­si­dente della camera Napo­li­tano (che oggi pre­dica l’intangibilità del testo). I rumors sulle inten­zioni di Grasso — non cederà, si diceva — hanno rice­vuto una prima smen­tita ieri in con­fe­renza dei capi­gruppo. Il pre­si­dente non si è oppo­sto alla richie­sta del Pd di por­tare il dise­gno di legge subito in aula, e nem­meno a quella di comin­ciare imme­dia­ta­mente — da oggi — e nem­meno a quella di spa­lan­care il calen­da­rio alle sedute not­turne e alle sedute uni­che, che met­tono al riparo il governo dalla man­canza del numero legale. E così tra sta­sera e venerdì la discus­sione gene­rale sulla riforma andrà avanti in un’aula semi­vuota e pro­ba­bil­mente finirà anche prima del pre­vi­sto per assenza di inter­venti. Del resto caduta ogni pos­si­bi­lità reale di con­vin­cere il governo a una media­zione, il dibat­tito ha poco senso. La logica del refe­ren­dum sul governo, sul pre­si­dente del Con­si­glio, è chiara: pren­dere o lasciare.
La deci­sione del Pd ha anche il senso di una sfida a Grasso. Così l’ha moti­vata la pre­si­dente della prima com­mis­sione Finoc­chiaro, asso nella manica di Renzi nella sfida a poker con la pre­si­denza del senato. Per set­ti­mane il Pd ha chie­sto a Grasso di anti­ci­pare la sua deci­sione sull’ammissibilità degli emen­da­menti all’articolo 2, Grasso ha cor­ret­ta­mente rispo­sto che aspet­tava di vedere gli emen­da­menti in aula. E così Finoc­chiaro, con­vo­cata in capi­gruppo, ha chie­sto di vedere le carte. Ha spie­gato che la discus­sione andava tolta dalla com­mis­sione e por­tata in aula per «la qua­lità della que­stione poli­tica». L’ennesimo strappo (già visto sull’Italicum, con la mede­sima pro­ta­go­ni­sta) sarebbe dun­que colpa degli altri. Colpa di Grasso che non decide, della mino­ranza Pd che ha voluto far sal­tare il «tavo­lino» tra le cor­renti di par­tito (un capo­la­voro di impe­ri­zia), colpa dell’eccesso di emendamenti.
Cal­de­roli, il leghi­sta che si pro­clama oppo­si­tore ma si com­porta da alibi per il governo, ha riti­rato i suoi cin­que­cen­to­mila e passa. «Ne restano però tre­mila», dichiara la mini­stra Boschi, ed è una scusa assai gra­cile visto che sono di più quelli sulle unioni civili, legge sgra­dita a Ncd che il governo lascia sere­na­mente a bagno­ma­ria in com­mis­sione. Altri emen­da­menti potranno essere pre­sen­tati in aula fino a mer­co­ledì. La mino­ranza Pd con­ferma tutti i suoi, in par­ti­co­lare quelli poten­zial­mente peri­co­losi per il governo che man­ten­gono l’elezione diretta dei sena­tori. Ma il rischio è che di trenta sena­tori non ren­ziani una decina pos­sano venire meno, col risul­tato di ren­dere l’opposizione interna per­fet­ta­mente sosti­tui­bile dai soc­cor­ri­tori di destra. Già ieri la mino­ranza Pd ha votato a favore del calen­da­rio «di guerra» voluto da Renzi «per rispet­tare la disci­plina del gruppo», pur giu­di­can­dolo «un grave errore e una for­za­tura». A que­sto punto i milioni di emen­da­menti annun­ciati da Cal­de­roli potreb­bero essere il primo assist a Renzi per chie­dere il voto di fidu­cia, se Grasso deci­desse di ria­prire l’articolo 2. Il secondo assist arri­verà dalla dire­zione del Pd che appro­verà la linea del segre­ta­rio. In fondo sono venti mesi che il pre­si­dente del Con­si­glio lega il suo man­dato a que­sta riforma. E prima del refe­ren­dum tra gli elet­tori vuole il ple­bi­scito tra i senatori.

2 commenti:

  1. un'uscita agghiacciante di Renzi, appena letta on line: riformiamo il Senato in fretta "perché è da settant'anni che va fatto". Vado a memoria, scusa se non è perfetta, la sostanza è comunque questa. 70 anni: è il 1945. Cosa c'era prima, è presto detto. Renzi rimpiange il fascismo, magari i repubblichini? Ogni giorno ne esce una peggiore dell'altra, c'è davvero di che aver paura.
    PS: Settant'anni di pace e benessere economico...

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    1. Sì, l'ho sentita! In realtà l'ha messa sù come battuta, con quel suo modo finto scanzonato, insopportabile, di trattare le cose serie, quelle delle quali si occupa, le "cose" della politica e delle nostre vite! L'ha pronunciata in risposta a coloro che gli rimproverano l'eccessiva velocità nell'affrontare questioni costituzionali (anche questo già visto, già sentito!), altro che velocità … capito i settant'anni? Poi prende le cantonate ma nessuno lo manda via a calci nel c … . Siamo nelle mani di un sistema malato e dei suoi burattini folli!

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