venerdì 12 giugno 2015

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso

Il racconto di Ulisse
(Inferno, Canto XXVI, Versi 90-142)

«Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».



L'ho risentito oggi, nella versione di Benigni.
È il canto della Divina Commedia che ho amato di più, e che, certamente ricordo meglio, forse perché l'avevo imparato per conto mio sull'antologia della scuola media.
Che sgomento in quello sguardo all'orizzonte per scoprire cosa apparirà, la speranza, la gioia trasformata in paura, gli uomini il cui pianto li fa assomigliare alle donne e al loro coraggio (interpretazione mia).




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4 commenti:

  1. Amo tantissimo Dante e la Divina Commedia. Grande Benigni a ... rilanciarla. Buona domenica.

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  2. Grazie, Maria. :-) come si può non amare ls bellezza? Sì, Benigni ha fatto un'operazione davvero importante e meritevole. Una riscoperta popolare

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  3. Io amo ascoltarla dalla voce di Gasman, a Benigni il merito di averla resa popolare come dici insieme a Maria.
    Una riflessione intensa, oggi preferisco l'immediatezza della tua foto, così eloquente.

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