martedì 26 maggio 2015

Teorie sulla fotografia (tempo - spazio - umano - lentezza)

«Breve o lungo, è una bella differenza. Accelerare vuol dire innanzitutto arraffare qualcosa. Vi è insito un che di avido; quando a essere accumulato non è il denaro, ma il tempo, singolarmente si mantiene quel che di intimamente cattivo è proprio di quel tipo di agire. Al contrario, può avere un effetto gradevole se ci si lascia un po' di tempo e ugualmente se si prolunga un processo».


Significative mi sono apparse queste parole con le quali inizia il brano di Ernst Bloch, scelto dagli autori del libro Filosofia della fotografia, a cura di Maurizio Guerri e Francesco Parisi, per Raffaello Cortina Editore, per fare il punto sulla letteratura filosofica in riferimento alla tecnica fotografica, alla sua storia, alle sue realizzazioni e alle sue numerose potenzialità. 
Ernst Bloch parla della possibilità data all'uomo, attraverso la tecnologia fotografica di ampliare e restringere tempo, spazio e oggetti della realtà. Attraverso la lente di ingrandimento scopriamo particolari degli oggetti che ad occhio nudo non avremmo pensato mai:

«... con la lente d'ingrandimento, non appena la si applichi, invece che ai processi temporali, agli oggetti spaziali. L'ingrandimento dello spazio, a differenza di quello del tempo, non produce fantasmagorie elfiche, bensì - quasi dovesse compiere l'opera dell'acceleratore - rende il noto spesso estraneo, spesso grottesco, non di rado perturbante. Persino la pelle umana, i tratti di una donna amata sotto la lente allentata passano in un'altro ordine di forma e di valore, in ogni caso non ricordano più in nulla il corpo al quale l'amore aveva dato valore. (figura 1.9)»

Sono andata a cercare su internet la figura segnalata dagli autori con 1.9, eccola qui:



Jacques-André Boiffard,
1929

Ne ho trovato anche un'altra che potrebbe rendere bene il pensiero del perturbante e dell'estraneo che la fotografia può rivelare:


Jacques-André Boiffard,
1929

«Tanto più terrificante rimane però il mondo ingigantito sotto la lente rafforzata, quando mosche sembrano demoni e la pelle umana assomiglia a una porzione di territorio su un continente estraneo e non proprio rassicurante». 


Jacques-André Boiffard


Così, la tecnica dell'ingrandimento dell'oggetto ha l'effetto opposto al rallentamento del tempo. O come dice Ernst Bloch:

«...il rimpicciolimento dei processi temporali ha un effetto perturbante (poiché si accelera il movimento naturale), l'ingrandimento ha un effetto piacevole, il rimpicciolimento spaziale degli oggetti al contrario li rende gradevoli, l'ingrandimento perturbanti».

Ecco le ragioni proposte da Ernst Bloch, nel 1964*,  a queste due esperienze umane che i mezzi tecnologici, riferibili alla tecnica fotografica, hanno reso analizzabili:

«Non è affatto difficile accennare alle ragioni di questo effetto inverso. Rispetto all'elemento spaziale, l'elemento temporale è sempre più vicino alla nostra condizione più immediata e quasi sempre più affine. "Darsi tempo" significa pertanto, nella prospettiva del luogo che più ci appartiene, un che di confortevole, mentre la frenesia prodotta dal rimpicciolimento del tempo mostra un che di inquietante, di ostile. D'altro canto, l'elemento spaziale, in quanto modo di essere più lontano da noi, più disteso, in breve estensivo, è per lo più la forma dell'essere-fuori di noi, nonché di molti oggetti che non conoscono ancora mediazioni nei nostri confronti, oltrepassando in tutto e per tutto la misura umana. 
 ...
Non senza motivo, da questo punto di vista, le rappresentazioni del sublime improntate a una grande intensità lasciano spazio proprio a un diminuendo spaziale. Le eccezioni (tra cui non va annoverato il finale del Faust) non sono mai le migliori, tanto meno in assoluto. Per fare un esempio di per sé portentoso, che per altri versi si farebbe chiamare attico se non fosse talmente cristiano: Dante ha riassunto l'intero Paradiso nella figura, così poco gigantesca di una rosa. Beethoven pone il culmine del Fidelio non nel finale, con l'effetto di giubilo, ma prima, nella musica lenta della piccola scena in cui Leonora libera Florestano dalle catene. Il gigantesco non è in ogni caso la parte genuina della profondità; ecco perché ogni enunciazione sostanziale finisce per diventare tanto più lenta quanto più discreta. Finisce per diffondersi una bonaccia, per quanto ancora periferica, come il tipo di deflazione prodotta  dal rallentatore o dal telescopio. Certo, ciò avviene solo dal punto di vista ottico, nella finzione puramente sensibile, i pugili non si accarezzano affatto senza ralenti, senza acceleratore il brontosauro non è affatto una lucertola, ma l'effetto è istruttivo, nonché ricco di ricordi. Nel tempo reso frenetico e al contrario nello spazio sovraccarico possiamo scorgere il vuoto guglielmino, a differenza della cosa, l'unica che importa. Lo si può anche illustrare - essendo impliciti acceleratore e rallentatore - con la rispettiva differenza di significato tra il finale del primo atto della Walkiria di Wagner e quello dell'Otello di Verdi. Qui una passione sfrenata, là un amore, che aumentano rallentando, diventano musica da camera. Qui il traboccare oltre i limiti del mondo, là il raccoglimento e l'umanizzazione sempre maggiore della scena, con un rimpicciolimento dello spazio che ne accresce l'essenzialità. "Già vogliono le Pleiadi toccare il mare", canta Otello - persino le stelle si abbassano qui sul nostro terreno, cessa lo spettacolo dello spazio, il mondo diventa profondo. Non che si possa dire: il mondo è solo una nube notturna, pronta a dissolversi in rugiada, non appena arrivi il giusto sole. Tutto quanto esiste alla rovescia possiede nondimeno quel tipo di grandezza, in cui ha posto lo sviamento, l'erramento, puro oceano del mondo - senza rive. Mentre come fine dell'erramento, che può ben essere sconfinato, è pensata la casa, in rapporto alla totalità del mondo che perviene a se stessa».

Mi viene da pensare che la teoria della relatività di Einstein è espressa da un'equazione. 


* Il libro dal quale è tratto questo brano è:
Accelerare, rallentare il tempo e il loro rapporto con lo spazio,
in Geographica,
Marietti, Genova, 1992

4 commenti:

  1. Argomento molto interessante. Sono sempre stato affascinato dalla microfotografia.
    Il tema dell'ingrandimento e rimpicciolimento e del relativismo dimensionale che spiazza e confonde le nostre certezze pervade la letteratura da Gulliver in poi.
    La narrativa popolare americana novecentesca, ad esempio, ne è piena dai tempi delle "Pulp magazines" di fantascienza, e il tema trasmigra nella letteratura per immagini dei fumetti, di cui potrei fare esempi a decine, ma sarebbero forse troppo poco "colti" per essere citati qui.
    A proposito di ingrandire e rimpicciolire: la prosa di questi grandi filosofi ha sempre l'effetto di farmi sentire piccino piccino. E molto ignorante. Poi se vai a vedere dicono cose anche interessanti ma che forse si potrebbero esprimere con periodi più stringati e parole più chiare. Perchè forse un linguaggio in cui il "tipo di deflazione" che ci spinge a chiamare qualcosa "attica, se non fosse talmente cristiana", paradossalmente ha la stessa funzione della crassa ignoranza televisiva in cui il popolo, che non riesce a vedere il "vuoto guglielmino" in cui si agitano "fantasmagorie elfiche" si rifugia. Il "dentro" e il "fuori" di una stessa gabbia.

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    1. Mio carissimo J_D, ho osato anch'io in questo post, addirittura scomodando la teoria della relatività della quale difficile possa capire mai qualcosa molto prima che "a fondo", nel senso che affonderei proprio molto prima di comprenderla!! Però sto leggendo libri così belli in questi giorni che sono entusiasta e mi piace stabilire relazioni… azzardate ;-)

      Il primo è questo che fa una breve rassegna antologica di alcuni dei pensatori importanti cimentatisi con l'universo "fotografia" (vorrei continuare a coltivare la mia passione con più cognizione di causa); il secondo è Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli, per Piccola Biblioteca Adelphi, molto istruttivo il libro e, devo dirlo, bello, per me che non ho mai capito nulla di fisica, neppure tentato a dire la verità, straordinario il suo autore in quella breve intervista rilasciata da Fazio questo inverno (sono così banali i personaggi di Fazio che riconosco subito qualcuno che si eleva al di sopra della media); il terzo è Everyman di Philip Roth, cosa c'entra? Nella mia vita, pare, parecchio! Insomma, a me il linguaggio di Ernst Bloch non è dispiaciuto, certo, potrebbero essere viste come esagerazioni le espressioni da te sottolineate ma non fuori luogo. Io le vedo come un tentativo poetico del filosofo che mi fanno sorridere e mi incitano ad esplorare nuovi spazi.
      E poi, non fare il modesto con la storia del Troppo o troppo poco colto. Non vanto niente, mi cimento con quello che vivo, compresi i libri. Famosa non diventerò mai, neppure come blogger, figuriamoci come politica o come poetessa o men che meno fotografa. Leggo e perdo il mio tempo a scrivere quello che penso, in un'altra vita scriverò un libro e dipingerò e sarò un'artista "a tutto tondo" :D.
      Parla, parla dei fumetti, mi piacciono molto e non ne so nulla!

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  2. Allora ti do un paio di suggerimenti per perdere altro tempo.
    Negli anni 20-30, in America, fiorivano le riviste cosiddette "pulp", dal pessimo tipo di carta su cui erano stampate. Esse coprivano tutti i generi della narrativa popolare, dal western alle storie "scollacciate" all'horror. Il genere poliziesco "hard boiled", reso popolare da scrittori come Chandler, Hammett e Spillane, nacque proprio sui Pulp, in particolare "Black Mask".
    Io sono appassionato dei Pulp dedicati all'horror e alla fantascienza. Avrai sentito certo parlare di "Weird Tales", che pubblicava Lovecraft, Howard e C. A. Smith.
    Orbene, nella fantascienza "ingenua" del periodo, il "mondo microscopico" era un topos narrativo utilizzato come alternativa al viaggio spaziale. In pratica, in base a qualche accrocchio scientifico dal principio altamente improbabile anche per l'epoca, L'Eroe poteva rimpicciolire "ad libitum" fino a ritrovarsi in un vero e proprio altro "mondo" subatomico, situato magari in un chicco di grano o in una scheggia d'ambra. Ottimo scenario per avventure fantastiche in cui l'Eroe, di solito, si ritrovava a combattere per la sua vita e incontrava la Donna dei suoi sogni...
    Esistono almeno 2 racconti "paradigmatici": "Submicroscopico" e "Awlo di Ulm" (pubblicati su "Amazing Stories", 1931) reperibili in "Alba del domani: la fantascienza prima degli anni d'oro" della Nord (CFI0101036).
    Questo "topos" trasmigrò dai Pulp alle riviste degli anni 50, al cinema ("Viaggio allucinante" tratto da Asimov) e al fumetto, dove è sopravvissuto fino ad oggi. Un bell'esempio è questa storia degli anni 50 che trovi sul blog del mio "amico" (mi piace considerarlo tale) Pappy Holman:

    http://pappysgoldenage.blogspot.it/2015/05/number-1729-tiny-space-girl-and-crazy.html

    dove tra l'altro manca il "lieto fine", in modo abbastanza beffardo.
    Oppure questo breve apologo morale, in cui uno spietato dittatore viene, letteralmente "ridimensionato":

    http://papajoemambo.livejournal.com/210212.html

    E' narrativa ingenua, ma aiuta a liberare la fantasia, riportandoci a rapporti umani in cui "le dimensioni contano".
    Grazie,ora vado! Devo finire di leggere Guerra e Pace e le opere complete di Ermete Trismegisto!

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    1. Ahahahahah, grazie mille, carissimo! Certo che visiterò il link che proponi, con assiduità, anche se nei ritagli di tempo delle mie impegnative letture. Grazie della simpatia!

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