lunedì 13 aprile 2015

Outing (est.)

"Dicono che il giovane pilota Andreas Lubitz avesse sofferto di crisi depressive e avesse tenuto nascoste le sue condizioni psichiche all’azienda per cui lavorava, la Lufthansa. I medici consigliavano un periodo di assenza dal lavoro. La cosa non è affatto sorprendente: il turbo-capitalismo contemporaneo detesta coloro che chiedono di usufruire dei permessi di malattia, e detesta all’ennesima potenza ogni riferimento alla depressione."

da qui

La depressione, già! La malattia, il non poter essere considerati efficienti al cento per cento, l'handicap, come lo si chiamava poco tempo fa, la disabilità come la si chiama oggi. L'inidoneità a svolgere il lavoro per il quale ci si è preparati, per il quale si è studiato, per il quale si sono affrontate spese e impiegato tempo.

Condivido ogni singola parola scritta da Franco Berardi Bifo nell'articolo segnalato su alfabeta.
La depressione esite nella nostra società, esiste in ogni singola categoria di lavoratori, esiste e la stragrande maggioranza di volte è sconosciuta e negata da chi ne soffre. A volte, spesso, si diventa aggressivi per reazione ad essa che è tristezza, che è frustrazione, che è solitudine, che è sentirsi incompresi, che è cercare con insistenza e prepotenza dagli altri, una comprensione impossibile poiché si è tra i primi ad avere perduto se stessi. Quando non si conoscono i confini del proprio essere pare che esso si espanda a essere parte di ogni cosa che ci circonda e di ogni cosa si accolgono prevalentemente gli aspetti cattivi, quelli angoscianti, quelli distruttivi. Gli altri diventano porte che si aprono solamente per mostrarci il male di cui sono capaci. L'isolamento non può che crescere alimentato dalla paura e dall'incomprensione.
Nella mia esperienza quotidiana incontro persone la cui vita è pervasa dall'angoscia, certo non tutti sono a rischio di suicidio, non tutti compirebbero un'azione folle come quella del pilota della Lufthansa e, infatti, è qui che entra in gioco parecchio l'ambiente che circonda le persone. Più è chiuso ed esigente, più è rigido e più incide negativamente sulla persona che soffre.

Una recente ricerca condotta da un medico specialista in disagio mentale professionale degli insegnanti italiani, mostra che l'80% dei docenti della nostra scuola è affetto da stress grave. Il burn out, del quale si è parlato anche a proposito del pilota della Lufthansa, sta diventando una condizione sempre più diffusa in ogni tipo di attività. E' impossibile, oltre che da stupidi, pensare che il nostro sistema economico sociale, proprio quello attuale, quello di qualche decennio ad oggi, non sia responsabile di molta della disperazione diffusa tra le persone. Se si parla di precariato come di una cosa reale, non si può poi negare che esso non abbia effetti sulla psiche dell'uomo o della donna che lo vive, se si parla di super-lavoro e di sfruttamento spacciato per super efficienza in attività con un così alto tasso di responsabilità come quello di pilota civile non si può credere che con i controlli rafforzati si possano scongiurare al cento per cento eventi mostruosi come quest'ultimo, può essere che, invece, li si possa scongiurare con una divisione più razionale del carico lavorativo, con un minor numero di ore di lavoro individuale, con aumenti e non sempre dimezzamenti nel numero del personale coinvolto. Questioni tecniche, in fondo, non esistenziali, queste. Questioni che riguardano l'organizzazione del lavoro in questa nostra epoca, non del dolore o, peggio ancora, del male in assoluto o ancora dell'onnipotenza del controllo. A mio parere nessun controllo regge alla prova di percorsi umani dell'esistenza, di ogni esistenza umana che, in quanto tale, ha in sé la capacità di apprendere qualsiasi tecnica, di sottoporsi a qualsivoglia controllo, ma anche di mascherare e, apparentemente, reprimere qualsiasi sofferenza. E la sofferenza, ad un certo momento, viene fuori, in un modo o nell'altro, a volte nel fare male agli altri, a volte nel far male a se stessi. Negare tutto questo, far finta che colui che non regge il dolore, colui che ha più difficoltà a gestirlo sia qualcuno da isolare, tagliare fuori dalla comunità, privare di ogni diritto e ogni gratificazione o semplicemente di un aiuto, produce, a volte, o spesso, se si pensa alle donne uccise dai propri uomini (qualcuno dirà che è un'altra cosa, per me non è tanto diverso), un atto di morte.

L'evento e le riflessioni che ho potuto agire su di esso mi hanno portato a considerare, con un' ammirazione che prima non riconoscevo in me stessa, la pratica dell'outing. Il significato con il quale mi riferisco a questo termine è quello che ad esso è stato dato in Italia. Per Outing si intende, qui da noi, la rivelazione da parte di una persona omosessuale del proprio modo di amare, anche sessualmente, un'altra persona, il vocabolario Treccani lo definisce così: outingàuti› s. ingl. (propr. «gita, escursione» o anche «uscita»; pl. outingsàuti›), usato in ital. al masch. – Dichiarazione con la quale qualcuno riconosce pubblicamente di essere omosessuale (più propriam. detta coming out): fare o., dichiarare la propria omosessualità. 

Ecco, credo che  prendersi la responsabilità di fronte a se stessi, innanzi tutto, e poi di fronte al mondo che ci circonda e ci contiene, di quanto ci rende particolari e diversi da ogni altro e magari più fragili o "meno uguali" alla maggioranza delle persone, sia il primo atto utile a scongiurare una buona dose di male che il sentirsi colpevoli per come o quello che si è porta inevitabilmente con sé. Ci vuole coraggio, un coraggio enorme. Il coraggio, forse, non può essere insegnato. Il coraggio lo impariamo dagli esempi che ci circondano, primi fra tutti le nostre figure di riferimento originarie, i genitori, il padre o la madre.
Un mondo di persone non malate di paura, un mondo di persone consapevoli che è nulla il tempo che viviamo ma che potremmo essere creatori di esso.

Altro che licenziamenti, demansionamenti, "pogrom" contro Rom, "nomadi" o "clandestini", violenze contro omosessuali o donne. La società, lo Stato, la scuola deve insegnare e garantire che la diversità venga rispettata, protetta, valorizzata. Perché solo così rispetteremmo, proteggeremmo, valorizzeremmo noi stessi.




Il sole? Chiudi gli occhi e il sole non esiste più. Gli uccelli? Turati le orecchie e non vi sono più uccelli. Il dolore? Inghiottisci una bacca selvatica e il dolore scompare. Che cosa rimane allora? Proprio nulla. Il passato non esiste al di là del momento fuggevole. Bene, se è così, davvero non abbiamo motivo di preoccuparci.  

Isaac B. Singer,
Gimpel, l'idiota


Marc Chagall
Le violoniste vert
1918

9 commenti:

  1. dire che si ha una malattia, una qualsiasi, anche da poco, oggi 2015 significa perdere il posto di lavoro: non si può nemmeno dire "licenziati" perché magari sei a termine, e poi con il jobs act si può licenziare, magari basta aspettare un po', poi tanti saluti. Per le donne, basta anche sposarsi, rimanere incinte: fino a pochi anni fa c'erano delle tutele, oggi non ci sono più.
    Di conseguenza, se stai male non dici niente a nessuno e vai a lavorare lo stesso. La prima volta che ho pensato a queste cose è stato quando un ragazzo che faceva il cuoco in una mensa mi ha detto che aveva preso un virus intestinale, ma andava lo stesso a lavorare. Un virus, una mensa... Terrificante, ma con questo pilota siamo già andati oltre.
    Hai letto le statistiche sul consumo di cocaina e altre droghe? C'è un'infinità di gente che ne fa uso, vale anche per i medicinali... se prendi un antistaminico, per esempio, è un farmaco che genera sonnolenza. Se hai dormito male, magari per via dei figli piccoli, sul lavoro qualcosa rischi. In definitiva, se stai male devi riposare: chi ha abolito le tutele sul lavoro a queste cose non ci pensa, io ci penso perché di salute sto bene e non ho mai preso farmaci e droghe, ma vengo da vent'anni di turni di notte e so che cosa significa.
    Mah.
    PS: sai che ho appena preso in mano il libro di Singer? Proprio questo qui, Gimpel l'idiota. Ma ho anche Lo schiavo (bellissimo), Il mago di Lublino (che ti rimane dentro, quel finale...)

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    1. E' così, Giuliano! Guai a rivelare il proprio disagio ma anche… non molto più semplicemente il proprio animo! La sincerità, che è coraggio, non è riconosciuta come virtù. Meglio fingere, meglio annusare l'aria per sapere che opinione tira, meglio adeguarsi a quella che è più diffusa, meglio far male a se stessi e agli altri se è l'ambiente che lo richiede. Uno poi implode. Non può che essere così! Ecco perché penso che gli atti di affermazione di sé nella propria diversità non possano che essere salutari e parlo, evidentemente per l'individuo… eppure immagina tanti individui felici di essere diversi dall'altro e felici allo stesso tempo di conoscere tutta l'altrui diversità… lo so, sto parlando come Gimpel, l'idiota :-(

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  2. leggo adesso di un'inchiesta sulle armi in casa, raddoppiate negli ultimi due anni (è su Repubblica on line). Era ora, anche se temo che sia tardi. Un pazzo disarmato può far danni lo stesso, ma uno con la pistola (anche se non è pazzo)... E se poi quello che va fuori di testa ha in mano la vita di 150 persone, ma se dice che è stanco poi lo licenziano... mamma mia che brutto ambiente che hanno creato (ma noi intanto voliamo felici su easyjet, contentoni perché ci fanno lo sconto). (Sul mio blog mi sono preso dell'imbecille per aver scritto che le armi in casa sono pericolose, detto en passant - cosa della quale sono orgoglioso, anche se poi alla fin dei conti non è che serva davvero a qualcosa, scriverlo sul blog)

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    1. No, hai ragione Giuliano, serve a pochissimo scriverlo sul blog, anch'io me lo sto ripetendo spesso in questo periodo e perdo l'entusiasmo iniziale ( è durato un bel po' di annetti, a dire il vero). Ma, alla fine, chi se ne frega? (pardon!) parlo con te, ad esempio, condivido qualche pensiero, qualche indignazione, qualche riflessione, poi, il tempo mi abituerà ad altro e poi ad altro ancora, forse. Forse sarà la necessità, eppure so che le mie parole sono maturate da quando sono qui, serve solamente a me per chiarirmi le idee? per averne di altre? per giocare? va bene, ogni volta che va ;-)

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    2. ...dimenticavo… hai visto? è morto Eduardo Galeano, lui ne diceva di cose giuste e le scriveva dove potevano essere lette da milioni di persone, il mondo è andato meglio per questo? forse è stato uno di quei granelli che gli ha impedito di rotolare nel vuoto ancora prima di quando avverrà

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    3. mah, io ho smesso per tanti motivi quasi tutti miei personali (forse te ne ho già parlato). Dietro però ci sono persone potenti, con tanti soldi e tanti appoggi, capaci di influenzare (e come!) anche chi si crede furbo, e non solo gli sprovveduti.
      Il problema grosso, come si è visto con abbondanza, è la sicurezza quotidiana: non il terrorismo, ma la quantità di lavoro mal fatto, che ha origine proprio nelle nuove regolazioni del mondo del lavoro. L'operaio che vede un viadotto mal costruito, tanto per fare un esempio di enorme attualità, oggi deve stare zitto perché rischia il posto di lavoro. Se vede e tace, non perde il lavoro; se vede e denuncia, perde il posto di lavoro e si trova magari sfrattato, non può mantenere i figli, eccetera. Questa era una delle funzioni dello Statuto dei Lavoratori... (eccetera, quanti esempi vengono subito in mente!)
      Un pensiero, comunque sia, per tutte le vittime innocenti di questo spaventoso inizio di millennio.

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    4. Questo è davvero il problema! La qualità del lavoro svolto da ognuno di noi. Per questo sono in pace con me stessa, combatto contro il nulla tutti i giorni nel mio lavoro Non parlo degli studenti, ovvio, parlo di tutto il resto. Quanto va male, non tanto il mondo, quanto la testa e il cuore delle persone lo si può capire dall'importanza data alle biblioteche in Italia, le biblioteche in generale e quelle scolastiche in particolare, considerate, generalmente, solamente fonte di problemi. Ci pensi? L'esistenza della biblioteca scolastica nella scuola può essere considerata non risorsa bensì fonte di problemi, di grane, di fastidi. Da piangere! e a volte mi capita, non credere :-(

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  3. "qui che entra in gioco parecchio l'ambiente che circonda le persone. Più è chiuso ed esigente, più è rigido e più incide negativamente sulla persona che soffre." E' proprio così.
    Che tristezza, il mondo del turbo-capitalismo ... E' un mondo inumano, subumano.

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    1. Purtroppo sì, Mari. Grazie della tua presenza… umana ;-)

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