mercoledì 11 febbraio 2015

Incontri

E poi Marina Abramovic è rimasta lì, con la sua forza, la sua libertà, il suo coraggio, il suo ardire, i suoi viaggi in tutti i dolori della terra, della guerra, degli esseri umani... dipende dal valore che si dà all'Arte, dipende dal grado di comprensione e di disponibilità per l'espressione umana o per l'Umano, in fondo, ché non altro l'Arte rappresenta.

E oggi ho incontrato Francesco Ciusa e ho scoperto che c'è qualcosa che lo accomuna a Marina Abramovic, oltre il loro essere artisti e proprio, invece, nel loro esserlo.

Il fatto oggettivo a creare tra loro un legame è che sono stati entrambi vincitori alla Biennale d'Arte di Venezia di un Primo premio, Francesco Ciusa, nel 1907, con l'opera La madre dell'ucciso






 e del Leone d'Oro, Marina Abramovic, nel 1997 con l'opera Balkan Baroque




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"L’odore di un campo di battaglia, di un eccidio. La fuga dopo la carneficina. Non capita spesso di pensare agli animali di cui ci si ciba come a pezzi di cadavere, ma in quell’occasione era un’associazione mentale pressoché automatica. Entrando si capiva che non si trattava di una macelleria, o meglio, che la macelleria era solo una delle declinazioni metaforiche possibili.
Marina Abramovic era lì, in tunica bianca, seduta in mezzo a una montagna di femori di manzo. Trascorreva parecchie ore al giorno sopra quegli ossi sanguinolenti. Con una grossa spazzola raschiava via i rimasugli di carne e intanto canticchiava delle nenie serbe, persa in una specie di trance penitenziale. Il fetore era stomachevole, la decomposizione avanzava giorno dopo giorno ...

Il riferimento storico di Balkan Baroque però è molto più vicino nel tempo, e più personale: nel ’97 sono passati meno di due anni dagli accordi di Dayton, la guerra dell’ex Jugoslavia si è appena conclusa ...

L’Abramovic mette in scena il dramma dei Balcani come l’emblema di tutte le guerre fratricide e inchioda la stirpe umana al capostipite Caino. Quest’opera è barocca non solo per la ridondanza del male, ma per l’ambiguità e la complessità della tensione su cui si regge."

da  
L'arte contemporanea spiegata a tuo marito, Mauro Covacich, Laterza, 2011




Francesco Ciusa era sardo, barbaricino, nato a Nuoro, il paese più grande della Barbagia; nato lì nel 1883, doveva trovarsi tra i nati "fortunati" del paese, se è vero che:

"Figlio di un ebanista, grazie ad un sussidio provvedutogli dal municipio nuorese poté frequentare dal 1899 al 1903 l'Accademia delle Belle Arti a Firenze; qui ebbe per maestri lo xilografo Adolfo De Carolis, lo scultore Domenico Trentacoste ed il già affermato maestro dei macchiaioli Giovanni Fattori. "

da Wikipedia




"Secondo alcune letture Ciusa avrebbe stretto legami profondi con la didattica e gli ambienti culturali accademici ed avrebbe attinto non solo al realismo e al simbolismo del Fattori e di altri, ma avrebbe anche assorbito elementi ideali afferenti alle idee anarchiche e socialiste allora in sviluppo, tematiche cui i sardi dell'interno erano naturalmente sensibili."





Eppure, pare, che l'incontro con gli artisti e i letterati fiorentini, se anche gli insegnò parecchio, non lo soddisfece in maniera sufficiente da fargli decidere un trasferimento nel continente, dice al proposito Remo Branca, anch'esso citato su Wikipedia:

« ... noi avevamo cose più grandi da dire, ma ci mancavano i mezzi per esprimerle: dovevamo fare tutto da soli, perché venivamo da un altro mondo, figli della tragedia, dell'abbandono, della solitudine, dell'incoscienza di noi stessi ».

Riconosco nelle parole di Remo Branca, azzeccate o no che siano per Francesco Ciusa, un'atteggiamento noto e reale dei sardi. Ma è il "tema", il "soggetto", l'ispirazione dell'opera vincitrice della Biennale del 1907, quello che accomuna questo splendido scultore sardo alla Abramovic vincitrice del Leone d'Oro del 1997, a parte la distanza di novanta precisi anni.

La morte e il dolore. La morte di uno o tanti esseri umani per mano dei propri simili. Per Marina Abramovic era la guerra, per Francesco Ciusa l'esperienza da testimone del banditismo, delle faide, che insanguinavano i paesi del centro Sardegna. 
La madre dell'ucciso è testimonianza del dolore non espresso, della compostezza e della sopportazione, del silenzio. 
Due modi certo profondamente diversi di rappresentare lo stesso tema, un dolore comune.

5 commenti:

  1. Fino al tuo post non conoscevo Francesco Ciusa, la compostezza della sua opera La madre dell'ucciso è lacerante nella sua composta rassegnazione, talmente viva che mi pare di toccarla, forse perchè mi è familiare, appartiene a cose che ho visto. La performance di Marina Abramovic e scioccante, ma ha in sè una forte teatralità, di cui La Madre non ha bisogno. Grazie!!!

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    1. E' così, Santa! Il dolore inconsolabile e silenzioso non può cercare, non ha nessun mezzo e nessuna strada per essere detto. Francesco Ciusa in questa sua opera ha reso l'universo nel quale era nato e il senso del dolore, della tragedia e della solitudine, tutti caratteri tipicamente sardi ( e non so in quanti lo dicono, io l'ho sempre pensato, io provengo da uno di quegli universi )

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  2. Ciusa non vinse alcun premio alla Biennale di Venezia nel 1907. Vedi http://www.cronachenuoresi.it/2016/02/02/la-madre-dellucciso-non-vinse-mai-alla-biennale-di-venezia-ma-lo-si-sapeva-gia-dal-1999/

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  3. Si potrebbe dire - buono a sapersi! - solo che, in questo caso, sapere o non sapere che Francesco Ciusa vinse o non vinse un premio a Venezia nel 1907, non cambia nulla, sinceramente, né all'autrice del blog, che non è una testata giornalistica né mai ha voluto o inteso esserlo, né, probabilmente ai suoi lettori, che, questa precisazione dimostra, sono ben più sapienti dell'autrice stessa. Grazie comunque.

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    1. ...insomma, gli incontri sono comunque avvenuti ;-)

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