martedì 24 febbraio 2015

Gioie e dolori dei bibliotecari scolastici, per ora, ancora, dipendenti pubblici.




 La Sardegna ha 1.661.520 abitanti* e 930 cooperative sociali (il numero è quello tratto dall'elenco delle cooperative iscritte all'Albo Regionale, aggiornato ad aprile 2014, che si può trovare qui).

Più o meno tutte le biblioteche, pubbliche e universitarie, sono gestite da cooperative, certamente quelle delle due maggiori città, Sassari e Cagliari. Il fatto di per sé non sarebbe neppure un fatto negativo se esistesse un ente regionale capace di coordinare e garantire per davvero i servizi che le diverse cooperative offrono e se, all'interno delle cooperative stesse non si riproducesse all'infinito il lavoro precario al quale le nostre, più o meno, giovani generazioni sono state condannate.
La "Marta" di Renzi, per intenderci, la precaria, la sfortunata, la non garantita, quella incontro alla quale il Jobs Act afferma di voler andare, io credo la si possa trovare anche come socia o dipendente delle cooperative. Peccato però che "Marta" sia stata da Renzi usata del tutto strumentalmente per giustificare l'abolizione di quei diritti  acquisiti soprattutto tra gli anni 60 e 70 dai lavoratori dipendenti. Anche perché la creazione delle 47 tipologie di contratto a tempo determinato è evento relativamente recente, costruito lungo la strada della distruzione dell'idea forte di lavoro che si aveva in quegli anni, coerentemente a quanto affermato dall'articolo 1 della nostra Costituzione. Ora pare che con il Jobs Act le tipologie siano passate da 47 a 45 (!) e come contropartita è stato abolito l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Dunque, per ritornare alla Sardegna, la nostra Regione, ha scelto la strada delle cooperative per la gestione dei servizi bibliotecari, prima ancora che le privatizzazioni e le esternalizzazioni andassero tanto di moda.

Dice al proposito Maria Stella Rasetti nel suo libro Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo :

«Dunque, non solo nei call center o nei fast food, ma anche nelle biblioteche dei nostri paesi e delle nostre città ci sono molti lavoratori precari e pagati poco, spesso giovani e ben preparati. Alcune regioni, come nel caso della Sardegna, hanno costruito attorno a loro l'intera politica bibliotecaria regionale: all'ultimo congresso nazionale dell'Associazione Italiana Biblioteche, dedicato proprio al tema del lavoro e del riconoscimento della professione bibliotecaria, la bibliotecaria sarda Marilena Puggioni, nel denunciare con lucidità una situazione che si trascina ormai da venticinque anni, non ha rinunciato ad usare l'arma dell'ironia, parlando di "precariato d'argento"»

Le uniche biblioteche dove ancora resistevano e resistono lavoratori e lavoratrici "statali" sono quelle scolastiche.

Per poco, temo, o, forse, "sento". Così scrivo una sorta di Requiem che possa servirmi ad abituarmi all'idea della perdita del lavoro che amo e allo stesso tempo ne scongiuri il verificarsi.

Ma vi immaginate come è fatta l'Italia?
Svolgo questo mio lavoro di docente bibliotecaria  da 17 anni e per 17 anni mi sono sentita docente e anche bibliotecaria, entusiasta di avere contatti scelti (prevalentemente da loro) con gli studenti, e di insegnare loro qualcosa riguardo al metodo del loro studio, riguardo all'ordine e all'organizzazione del mondo delle idee che le biblioteche sono in grado di rappresentare; al mondo delle idee stesse e a quello dei sentimenti e dei linguaggi capaci di esprimerli.
Con una laurea in Lingue, non con una laurea in biblioteconomia.
Ho imparato, credo a fondo, le basi di quella disciplina, studiandole, in parte da autodidatta, in parte frequentando tutti i corsi di formazione e aggiornamento possibili, e applicandole, nella mia attività quotidiana, cercando il senso, la ragione, le possibilità che essa offriva.
Ho imparato a conoscere persino meglio gli uomini e le loro interazioni nel mondo del lavoro, ho ricoperto una posizione privilegiata che mi ha consentito di interagire con docenti, personale amministrativo, studenti, dirigente e operatori scolastici.
Ho creato interazioni con le altre scuole, cercato di inserirmi in una rete che ha avuto una gestazione infinita e che alla fine ha partorito il topolino dell'affidamento del lavoro svolto negli anni dai  docenti bibliotecari, del mio lavoro, ad una cooperativa!!!

È stato così che il mio lavoro è venuto a trovarsi in conflitto con il lavoro delle cooperative.
È stato così che mi sono trovata nella condizione, per me penosa, di essere considerata rivale da un altro lavoratore, più o meno uguale a me, è stato così che ho sperimentato la cecità delle Istituzioni e di molti dei loro rappresentanti.

La cosa drammatica e vergognosa  è che la contrapposizione non esisterebbe di fatto se non fosse stata creata dalle politiche scelte; la cosa drammatica è che tra coloro che hanno subito queste politiche vi si sia chi tende non tanto a criticare quelle quanto a combattere contro il proprio simile, a volte diffondendo anche immagini sbagliate e strumentali dei propri colleghi più anziani, con contratto a tempo indeterminato, e quindi più "garantiti".
La cosa triste e penosa è che i pregiudizi sulle persone, sulle "categorie"  sono diffusi tra, e assunti dalla stragrande maggioranza, senza critica, senza minimamente dubitare che il pregiudizio è un arma nelle mani dei poteri e serve per disunire le persone, soprattutto coloro che vivono condizioni di vita simili.
Nel mio Requiem trovano spazio le riflessioni e le esperienze che si ripetono ormai da tanti anni, ma che la mia ultima volta a Torino e la partecipazione al convegno

La biblioteca scolastica, una risorsa per la scuola delle competenze

ha risvegliato; lo legherò al libro  già citato:

Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, dal quale ho tratto motivi di vera soddisfazione nel riconoscermi tra il meglio che i bibliotecari possano offrire (!) ma nel quale ho trovato ripercorsi quei pregiudizi che hanno lastricato di delusioni e vere sofferenze la mia intera vicenda lavorativa. 


Farei di esso una specie di "guida del bibliotecario felice, ma non ingenuo o credulone" convinta che il mio mestiere sia così, come dice il titolo, o di poco diverso. Il libro è interessante e scorrevole, oltre al riconoscimento che esso offre, scopro alcune cose che non conoscevo, mi beo di sentir parlare del mio mestiere con tanta sostanza e leggerezza allo stesso tempo. Leggo le distinzioni, tra i vari tipi di biblioteca, del Manifesto UNESCO per le Biblioteche Pubbliche, lo stesso che campeggiava alle mie spalle nella biblioteca dove ho lavorato per dodici anni (mi fu regalato dalla vice-preside, che non mi amava molto, venne incorniciato e appeso sulla parete alle spalle della mia scrivania da un collega amico che mi voleva molto bene), mi riconosco al massimo grado, laddove l'autrice afferma: 
  
 «L'obiettivo da raggiungere tutti i giorni e più volte al giorno, è quello del "doppio sorriso": il sorriso del bibliotecario in risposta all'espressione che si dipinge sul viso del lettore quando manifesta la propria soddisfazione raggiunta grazie al trattamento ricevuto».

E ancora:

«Le biblioteche pubbliche (nel senso speciale di biblioteche aperte a tutti e per tutti) sono oggi luoghi nei quali si respira un'atmosfera particolare: qui ognuno può entrare liberamente, senza pagare il biglietto o esibire permessi di soggiorno, ed avere accesso ad una pluralità di saperi e di informazioni utili alla sua vita e al suo lavoro; può imparare a padroneggiare le tecnologie e muovere i primi passi nel mondo sempre più complesso dell'informazione; può scoprire occasioni utili alla sua crescita personale e culturale; può incontrare altre persone con cui condividere interessi e passioni; può partecipare alla vita della propria comunità e ritrovarsi, senza rendersene conto, all'interno di processi preziosissimi di costruzione di nuove forme di identità locale. Esistono altri posti liberi e gratuiti dove possono accadere tutte queste cose? No di certo». ... e continua:

«E tutto ciò - badate bene - non sarebbe possibile se non ci fossero i bibliotecari. Vogliamo usare la metafora del teatro? Sono proprio loro a mettere in scena lo spettacolo ogni giorno, permettendo agli utenti di recitare la propria parte. Preferiamo una metafora meccanica? Sono i bibliotecari a muovere gli ingranaggi, bilancieri e rotelle, facendo funzionare quello speciale orologio che offre alle persone l'opportunità di utilizzare i diversi servizi. Osiamo una metafora biologica?  I bibliotecari sono il cervello che trasmette i comandi al cuore e a tutti gli altri organi, permettendo al corpo biblioteca di vivere e svolgere le più complesse azioni»

Grazie a Maria Stella Rasetti!! non sarei mai riuscita a descrivere meglio la mia funzione! Ma non basta:

«In linea di principio, può esistere una "biblioteca senza libri", intesa come spazio fisico o virtuale nel quale i bibliotecari mettono in connessione gli utenti, portatori di specifici bisogni informativi, con documenti disponibili sugli scaffali, sulla rete o in specifici depositi digitali».

Ecco qui, spiegata in poche parole la funzione fondamentale del bibliotecario di biblioteca pubblica, quello che sino a non tanti anni fa si chiamava il "topo di biblioteca"... ci pensate!!!???

Ma leggete ancora questo passo:

«Ma - se può esistere, ed esiste, una biblioteca senza libri - non può esistere la biblioteca senza bibliotecari perché senza il lavoro di selezione, ordinamento, mediazione, elaborazione e predisposizione degli "oggetti" da consultare, leggere, maneggiare e rielaborare, presenti o remoti, di carta o di silicio, senza le tante attività di supporto all'uso dei documenti, senza l'azione di comunicazione e promozione condotta per avvicinare nuovo pubblico, il cittadino entrerebbe in un labirinto rumoroso e ingestibile, freddo e inospitale, nel quale sarebbe destinato a perdersi. Per non parlare di chi passerebbe l'intera vita senza sentir parlare neppure una volta dell'esistenza di quel labirinto».
...
«Il vero "patrimonio" delle biblioteche la sera torna a casa, e non rimane fermo sugli scaffali, perché è fatto di persone, e non di unità bibliografiche: il vero patrimonio delle biblioteche non è inventariato, ma è fatto di bibliotecari e utenti».

Da qui in poi i miei interventi saranno quelli scritti in rosso:

Non mi riconosco più quando leggo analisi come questa che segue, dove, accanto a discernimento e acutezza nel leggere la situazione data, si trova implicito l'eco del pregiudizio sul lavoro dipendente tradizionale, fatto da zavorre e privilegi:

«Nel corso degli ultimi decenni, i crescenti impedimenti all'assunzione di nuovo personale nel pubblico impiego hanno indotto numerose amministrazioni ad "esternalizzare" la gestione della biblioteca, ovvero ad utilizzare personale non inquadrato nei ruoli dell'ente, ma contrattualizzato in vario modo da società o cooperative di servizi. In molti casi si è trattato di una scelta motivata dall'intento positivo di potenziare la biblioteca con risorse umane fresche e provviste di alta professionalità, piuttosto che zavorrare gli organici con personale di recupero

Eccolo, eccolo il pregiudizio, e  una chiara presa di posizione a favore delle "risorse umane fresche", alle quali si attribuisce l' "alta professionalità", è davvero sempre così??? Ognuno di noi, all'inizio della propria carriera ha iniziato con un "alta professionalità" e coloro che questa alta professionalità non avevano, hanno certamente succhiato denaro e linfa vitale allo Stato, al bene pubblico, appropriandosi di un salario che, eticamente, non gli sarebbe spettato?? è possibile che, appunto, l'intera categoria dei dipendenti pubblici, ancor più se anziani, siano dei "fannulloni e parassiti"?Perché considerare "personale di recupero" persone che sono state toccate dalla cattiva sorte di dover cambiare mansione, ad esempio o sede o attività per volontà non propria? Se sono le persone a fare la differenza, allora perché pensare che tutte le persone o la maggior parte di persone che lavorano per lo Stato, cioè per noi tutti, aspirino a diventare zavorre e con il tempo lo diventino? 

«In altri casi nelle mire degli amministratori ha inciso di più la speranza di risparmiare sulla spesa e disporre di personale più facilmente manovrabile in caso di difficoltà economiche.»
perfetto! Il motivo principale è questo, a mio modesto parere. Il rimedio a questo stato di cose lo ha trovato Renzi, formalizzando la situazione di meno diritti per tutti con il Jobs Act, come già detto prima, infatti come la Rasetti riconosce:

«Nel tempo, però, la forbice tra flessibilità nell'acquisto di servizi in outsourcing e rigidità della spesa per il personale dipendente si è andata chiudendo: le misure sempre più restrittive in materia di finanza pubblica hanno infatti teso ad assimilare le due tipologie di spesa, finendo col vanificare il motivo primario per cui si era imboccata questa strada».

Ed eccolo nuovamente il mio conflitto con la cooperativa che ha tentato il colpo prima ancora della legge formale che affidasse loro le biblioteche scolastiche (che ad oggi non esiste, ma con la velocità dei decreti renziani, non è detto non appaia entro la fine del mese).  Andai via dalla scuola nella quale avevo pensato ad un rapporto di collaborazione con loro quando nel leggere il loro programma d'intenti scoprii che avrei dovuto diventare il tramite tra loro e il dirigente!!!!!!!! Per il resto ci avrebbero pensato loro, "risorse umane fresche e provviste di alta professionalità". Il mio compito era consistito solamente nell'aprire loro la porta. Loro erano entrati cercando di far fuori me. Poco professionalizzata, dando per scontato, ma soprattutto combattendo quella guerra tra poveri che i nostri governi ci hanno offerto da una ventina d'anni a questa parte. Risultato finale è stato che quella biblioteca contesa è rimasta chiusa dopo le poche ore prestate da qualche dipendente della cooperativa stessa. Il finanziamento, misero, era finito e non rinnovato. Come dice la Maria Stella Rasetti si è finito "col vanificare il motivo primario per cui si era imboccata questa strada.""
«In effetti, se formalmente gli enti non acquistano direttamente manodopera dal mercato, ma scelgono "progetti di servizio" posti in competizione tra loro, è pur vero che nella sostanza si tratta di acquisto di forza-lavoro: non a caso il servizio viene solitamente quotato in termini di costo orario per persona, e solo in casi molto particolari si traduce in attività diverse da quelle che prevedono la presenza di personale quantificabile in ore-uomo (e ore-donna!), per lo svolgimento di quelle operazioni che magari in altri momenti della giornata, svolgono i dipendenti pubblici. 
In linea di principio una scelta di questo genere non sarebbe di per sé problematica, se non fosse che questi nuovi lavoratori si ritrovano spesso ad operare in condizioni meno felici dei loro colleghi più garantiti: a parità di attività svolta, in non pochi casi la paga oraria netta è inferiore, ed il corredo dei diritti è più povero.»
Non sarebbe problematica???
Ma se è proprio da questa possibilità che nasce la guerra tra tutto e tutti! Come si fa ad assolvere il sistema e condannare le persone che si trovano in esso coinvolte? E come pensare che in un sistema del genere la condizione di lavoro dei dipendenti pubblici sia più felice? Perché il dipendente pubblico e garantito dovrebbe trovare piacere nello sfruttare il lavoro del proprio collega precario?  E se dovesse avvenire perché non si dovrebbero istituire rimedi mirati, piuttosto che criticare le categorie e lasciare tutto immutato o distruggere tutto?

«Vista la modestia degli stipendi pubblici, c'è davvero poco di cui stare allegri. Per non parlare dell'articolazione oraria della settimana lavorativa: non è raro infatti, che all'interno di strutture dove i lavoratori esternalizzati operano fianco a fianco con i dipendenti pubblici, questi ultimi si arrocchino alla ricerca spasmodica dell'ultimo privilegio: ritagliando per sé gli orari di lavoro più comodi, lasciando agli ultimi arrivati il compito di presidiare la biblioteca durante i giorni festivi e nelle ore serali, imponendo loro l'onere aggiuntivo di frazionare la presenza nell'arco della giornata, o relegandoli allo svolgimento esclusivo delle attività di front-office, ritenute più stressanti e meno qualificate

La mia esperienza dimostrerebbe il contrario, cioè che le giovani e fresche risorse hanno tentato di attribuire a me i compiti meno soddisfacenti. 
Tutto questo per dire che non c'è differenza di etica e di responsabilità tra le "categorie" di lavoratori. Questa è la convinzione che il sistema che vuole disuniti i lavoratori tenta costantemente di far passare. La differenza sta appunto tra le persone e tra di esse nella loro capacità di distanza critica da quanto la politica del lavoro propone loro. Dalla loro capacità di individuare rivali o nemici e propri simili ... sociali, diciamo così, potremmo dire appartenenti alla propria classe sociale, ma allora il discorso perderebbe totalmente credibilità.


* dato aggiornato al 30.09.2014 (Wikipedia)




Tutte le foto sono opera mia.

6 commenti:

  1. Importante fare il proprio lavoro con passione, e da questo tuo scritto traspare che la passione c'è. Purtroppo c'è la politica liberista di questi anni, ad uccidere la passione e il lavoro. Renzi è la punta dell'iceberg, quello che riesce a fare le cose non permesse a Berlusconi. Nel settore pubblico, si tenta di svilire il lavoro, di mettere in falsa competizione, inserendo lavoratori di cooperative, pagati meno. Il blocco delle assunzioni nel pubblico, di questi anni, è servito a questo, non certo a migliorare i servizi e ancora meno ad abbassare i costi (una stupida idea liberista).

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    1. Sono contenta Ally che sia riuscita ad esprimere quello che, con il pensiero, ho ripercorso dopo la partecipazione al Convegno di Torino e la lettura di questo libro, comprato lì. E' davvero drammatico quando vedi che persino persone che con te avevano militato, da giovani, nella sinistra, nei movimenti, non si rendano conto appieno di questa deriva o non siano in grado di riconoscere i meccanismi quando li vedono verificarsi davvero sotto i propri occhi. Drammatico e triste. Per il rsto è così, Renzi sta riuscendo là dove Berlusca non ha potuto. " ... eppure il tempo continua e va avanti, con noi o senza " .

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  2. Hai reso appieno un male che è cominciato molti anni fa e che sta diventando oramai pandemico. Hai posto soprattutto l'accento sulle realtà cooperative, che creano ancora di più dislivelli e precariato. L'intento della mutualità e senza fini di speculazione privata, è diventato uno strumento per arricchire "gli amministratori" e chi appalta, e assoggettare quelli che sulla carta sono i soci lavoratori. L'ennesima slot machine degli affaristi. Il lavoro è frutto di crescita ed esperienza che va trasmessa ai più giovani, e questo richiede continuità e stabilità, le competenze si costruiscono, vivono della forza dell'esperienza, così come i giovani possono trasmettere innovazione e sguardi più incantati e sperimentali. La frammentazione che sta creando il binomio politica-potere dovrebbe rappresentare, come ben dici tu, una forza di coesione e collaborazione per i lavoratori. Non esistono più lavoratori felici ed infelici. Esiste il lavoro che stiamo perdendo e che dovrebbe spingerci a fare "gruppo". Stiamo a vedere cara Matilda.

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    1. E' vergognoso, ma davvero, come si riesca a trasformare un'idea positiva in una palude di corruzione e conflitti ad accaparrarsi l'ultimo boccone, passando sopra diritti e rispetto della persona. Ho realizzato questo post proprio perché, da allora, figurati, più o meno 6 anni fa, non ho trovato nessuno che avesse capito il problema. Mi guardavano quasi fossi io l'aliena, addirittura qualcuno era arrivato a chiedermi come mai ce l'avessi tanto con le cooperative e non volessi far lavorare i giovani!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Ho paura, o meglio, credo che questa tendenza continuerà, hai visto la responsabilità civile dei magistrati? è questa la loro lotta alla corruzione!

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    2. Ne sto leggendo e sento molti ragazzi che vorrebbero andare via....

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    3. Anch'io, Santa! O comunque vivere in un'Italia davvero migliore!

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