sabato 28 febbraio 2015

La Parola contraria in biblioteca


«Ci sono creature assegnate che non riescono a incontrarsi mai e s'aggiustano ad amare un'altra persona per rammendare l'assenza. Sono sagge. Io a vent'anni non conosco gli abbracci e decido di aspettare. Aspetto la creatura assegnata.»

Questo è Erri De Luca in Tre Cavalli, pubblicato da Feltrinelli nel 1999.

Ha delle intuizioni magnifiche Erri De Luca, in tutti i suoi libri, e le sa esprimere con parole dense e poetiche, pare vengano dal profondo, materialmente, dalle viscere, da un sentimento di sofferenza e di amore infinito per la vita, parrebbero quasi scritte da donne, così come una delle mie alunne ha rilevato l'altro giorno a proposito di Nazim Hikmet, ché le donne sanno parlare lingue sconosciute agli uomini, pensava Elisabetta.  
«I poeti, - ho risposto io -, possono e si permettono tutto. Nella poesia non esiste il maschile e il femminile, - ho detto -. Nella poesia si svela quello che unisce ogni essere umano all'altro. E' questo il motivo per il quale quando si familiarizza con la poesia, non imposta ma scoperta, si impara ad amare in un modo più giusto, perché più libero da pregiudizi e costrizioni, gli esseri umani, ma anche i fenomeni naturali, albe e tramonti, mari e tempeste, vento e sole , pioggia e neve... Per arrivare a questo stadio nella definizione della nostra personalità, ci vuole tempo e molta fortuna ché gli incontri giusti , di persone ed eventi, mica avvengono tutti i giorni ».


L'ultimo libro letto di Erri De Luca è stato  La parola contraria, pubblicato da Feltrinelli nel gennaio 2015.


«Da lettore non ho avuto preferenze per la letteratura più attenta a temi sociali e politici. I labirinti eruditi di Borges mi hanno spalancato il terzo occhio, facendomi sporgere sulle profondità di saghe e mitologie.
Alla stessa maniera ho letto le storie della Kolimà di Salamov, imparando l'infinita pazienza e resistenza di un prigioniero ai lavori forzati. La letteratura è un traguardo che non risponde a generi né a temi. Avviene, e quando avviene è festa per chi legge». 

Questo è l'incipit de La parola contraria.

In poche righe definisce la funzione fondamentale della letteratura. Quella nella quale anche io credo.

"Avviene, e quando avviene è festa per chi legge". Fortuna, miracolo,  bellezza che si realizza, porta aperta su una parte dell'universo sino a quel momento sconosciuto.

Questo ho detto ai miei alunni a proposito della letteratura e ho letto loro questo passo meraviglioso:

«La letteratura agisce sulle fibre nervose di chi s'imbatte nel fortunoso incontro tra un libro e la propria vita. Sono appuntamenti che non si possono prenotare né raccomandare. A ogni lettore spetta la sorpresa di fronte alla mescola improvvisa tra i suoi giorni e le pagine di un libro».

istigandoli (e vedrete l'importanza di questa parola) a intrecciare la loro vita con un'idea di biblioteca che avrebbero dovuto costruirsi personalmente e autonomamente, magari dopo aver ascoltato le mie parole per il tempo che loro avessero voluto e frequentando il luogo reale, questo a loro disposizione ma anche qualsiasi altra biblioteca gli fosse capitato.

 Erri De Luca, tanto attento alla forza delle parole e della letteratura, tanto colto e tanto paziente di fronte alle chiusure che la nostra esistenza spesso presenta, è stato denunciato per incitamento alla violenza e "istigazione a delinquere", articolo 414 del codice penale, da uno a cinque anni di reclusione.

Il 28 gennaio si è tenuta la prima udienza del processo  che è stato rinviato al prossimo 16 marzo.
Erri De Luca rischia una pena detentiva sino a 5 anni per non aver fatto nulla se non espresso la propria opinione su una delle "Grandi Opere" italiane, la TAV della Val di Susa, alla quale da vent'anni la popolazione di quei luoghi si oppone.
Questo suo libro, che dovrebbe essere più letto, così come l'intera vicenda  della TAV più conosciuta, fa capire come, a volte, la scrittura non sia separata dall'uomo che la crea. Fa capire anche come la coerenza e l'onestà delle proprie parole non possano essere sacrificate sull'altare della convenienza. Dice Erri De Luca che il suo libro non è un'autodifesa, poiché rivendica le parole che hanno permesso ai giudici di incriminarlo, quelle parole tra le quali si trovavano "sabotaggio" e "sabotare", e ne spiega il significato anche alla luce del contesto nel quale sono state pronunciate.
La popolazione protesta da vent'anni contro quell'opera ritenendola uno scempio del proprio ambiente e della propria terra. Nessun governo ha dato loro ascolto. Pare che la Democrazia in base alla quale la Repubblica Italiana fonda la propria politica non contempli le esigenze di intere comunità territoriali. Pare che i vari governi succedutisi negli anni non abbiano trovato al loro interno nessun rappresentante di quella comunità capace di far ascoltare le loro ragioni.
Sabotare, allora, per Erri De Luca, significa protestare, dire, agire in ogni momento della propria vita  e non abbassare mai la testa di fronte a "necessità" non giustificate, di fronte a "scelte" imposte. L'economia, la finanza, il mercato, del quale ha parlato il "premier" Renzi non più tardi di ieri, a proposito della svendita della RAI, non è come lui ha detto "altra cosa rispetto alla politica", anzi è vergognoso che il rottamatore faccia un'affermazione del genere, antica quanto il capitalismo stesso, l'economia, la finanza, il mercato non sono entità fuori controllo, non debbono esserlo. Se la politica non riesce a controllare loro si rifarà sempre di più su ciò che pensa controllabile, vale a dire le persone e, soprattutto, le persone pensanti, il pensiero e, soprattutto il pensiero contrario, le parole che lo esprimono.

Tutta la mia solidarietà a Erri De Luca e al suo pensiero sulla parola contraria, vorrei poter sempre esserne una rappresentante, nel mio piccolo, che alla fine, piccolo piccolo non è!

Un ultimo passo dal suo libro, bellissimo, perché parla con ironia e umorismo del Sud e dei suoi modi:

«Dalle mie parti, al Sud, esiste un altro tipo di responsabilità della parola. Uno augura il peggio a una persona e quella più tardi subisce un incidente. Il tale del malaugurio viene ritenuto responsabile dell'accaduto e dà così avvio alla sua fama di iettatore.
Quando in uno stadio del Nord Italia si incita la natura invocando "Forza Vesuvio" si sta istigando un vulcano all'eruzione. La reazione da parte meridionale non è stata una denuncia ma l'esorcismo efficace di una gratatina in zona pubeale.

Che la linea Tav in Val di Susa possa essere sabotata, che possa non sbucare dall'altra e da nessuna parte.
Che possano finire i fondi pubblici destinati all'affarismo di aziende collegate ai partiti.
Che un governo di normali capacità di intendere e volere la lasci incompiuta. come già altri 395 (trecentonovantacinque) grandi lavori in Italia.
Che possa essere dichiarata disastro ambientale e i suoi responsabili perseguiti per questo.
La linea Tav va sabotata: la frase rientra nel diritto di malaugurio».

Aggiungo di mio:

Che Erri De Luca possa essere assolto perché il fatto non sussiste, badate che non mi intendo per nulla di "giustizia", dico perché il fatto non sussiste perché credo sia l'assoluzione migliore. E poi dovrebbero aggiungere : « Riconosciamo che la libertà di parola è sacra, così come la abbiamo riconosciuta ai vignettisti di Charlie Hebdo, uccisi per la paura che quella libertà suscitava, e anche se, spessissimo, continuiamo a non riconoscerla qui in Italia. Ma questa volta abbiamo davvero commesso un errore, perché dagli scritti di Erri De Luca, che ci siamo presi la briga di leggere, non può trarsi nessuna istigazione alla violenza, nessuna istigazione all'ignoranza, nessuna passione per il vuoto di idee e per l'aggressione in nome della verità ».





tutte le
foto di bibliomatilda
che si trovava lì a metà novembre
e ha visto questa manifestazione
ma quante manifestazioni si svolgono a Torino contro la TAV
delle quali nessuno ci parla?




mercoledì 25 febbraio 2015

S.O.S

«Meglio puttaniere che gay»,  diceva il simpatico italiano Berlusca.

«l'economia italiana è in ripresa, ha smesso di piovere, possiamo ammirare l'arcobaleno», dice il giovane e scalpitante MattEorEnzI.

Uno era esattamente quello che affermava di essere, da bravo italiano.

L'altro è un
alieno.


martedì 24 febbraio 2015

Gioie e dolori dei bibliotecari scolastici, per ora, ancora, dipendenti pubblici.




 La Sardegna ha 1.661.520 abitanti* e 930 cooperative sociali (il numero è quello tratto dall'elenco delle cooperative iscritte all'Albo Regionale, aggiornato ad aprile 2014, che si può trovare qui).

Più o meno tutte le biblioteche, pubbliche e universitarie, sono gestite da cooperative, certamente quelle delle due maggiori città, Sassari e Cagliari. Il fatto di per sé non sarebbe neppure un fatto negativo se esistesse un ente regionale capace di coordinare e garantire per davvero i servizi che le diverse cooperative offrono e se, all'interno delle cooperative stesse non si riproducesse all'infinito il lavoro precario al quale le nostre, più o meno, giovani generazioni sono state condannate.
La "Marta" di Renzi, per intenderci, la precaria, la sfortunata, la non garantita, quella incontro alla quale il Jobs Act afferma di voler andare, io credo la si possa trovare anche come socia o dipendente delle cooperative. Peccato però che "Marta" sia stata da Renzi usata del tutto strumentalmente per giustificare l'abolizione di quei diritti  acquisiti soprattutto tra gli anni 60 e 70 dai lavoratori dipendenti. Anche perché la creazione delle 47 tipologie di contratto a tempo determinato è evento relativamente recente, costruito lungo la strada della distruzione dell'idea forte di lavoro che si aveva in quegli anni, coerentemente a quanto affermato dall'articolo 1 della nostra Costituzione. Ora pare che con il Jobs Act le tipologie siano passate da 47 a 45 (!) e come contropartita è stato abolito l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Dunque, per ritornare alla Sardegna, la nostra Regione, ha scelto la strada delle cooperative per la gestione dei servizi bibliotecari, prima ancora che le privatizzazioni e le esternalizzazioni andassero tanto di moda.

Dice al proposito Maria Stella Rasetti nel suo libro Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo :

«Dunque, non solo nei call center o nei fast food, ma anche nelle biblioteche dei nostri paesi e delle nostre città ci sono molti lavoratori precari e pagati poco, spesso giovani e ben preparati. Alcune regioni, come nel caso della Sardegna, hanno costruito attorno a loro l'intera politica bibliotecaria regionale: all'ultimo congresso nazionale dell'Associazione Italiana Biblioteche, dedicato proprio al tema del lavoro e del riconoscimento della professione bibliotecaria, la bibliotecaria sarda Marilena Puggioni, nel denunciare con lucidità una situazione che si trascina ormai da venticinque anni, non ha rinunciato ad usare l'arma dell'ironia, parlando di "precariato d'argento"»

Le uniche biblioteche dove ancora resistevano e resistono lavoratori e lavoratrici "statali" sono quelle scolastiche.

Per poco, temo, o, forse, "sento". Così scrivo una sorta di Requiem che possa servirmi ad abituarmi all'idea della perdita del lavoro che amo e allo stesso tempo ne scongiuri il verificarsi.

Ma vi immaginate come è fatta l'Italia?
Svolgo questo mio lavoro di docente bibliotecaria  da 17 anni e per 17 anni mi sono sentita docente e anche bibliotecaria, entusiasta di avere contatti scelti (prevalentemente da loro) con gli studenti, e di insegnare loro qualcosa riguardo al metodo del loro studio, riguardo all'ordine e all'organizzazione del mondo delle idee che le biblioteche sono in grado di rappresentare; al mondo delle idee stesse e a quello dei sentimenti e dei linguaggi capaci di esprimerli.
Con una laurea in Lingue, non con una laurea in biblioteconomia.
Ho imparato, credo a fondo, le basi di quella disciplina, studiandole, in parte da autodidatta, in parte frequentando tutti i corsi di formazione e aggiornamento possibili, e applicandole, nella mia attività quotidiana, cercando il senso, la ragione, le possibilità che essa offriva.
Ho imparato a conoscere persino meglio gli uomini e le loro interazioni nel mondo del lavoro, ho ricoperto una posizione privilegiata che mi ha consentito di interagire con docenti, personale amministrativo, studenti, dirigente e operatori scolastici.
Ho creato interazioni con le altre scuole, cercato di inserirmi in una rete che ha avuto una gestazione infinita e che alla fine ha partorito il topolino dell'affidamento del lavoro svolto negli anni dai  docenti bibliotecari, del mio lavoro, ad una cooperativa!!!

È stato così che il mio lavoro è venuto a trovarsi in conflitto con il lavoro delle cooperative.
È stato così che mi sono trovata nella condizione, per me penosa, di essere considerata rivale da un altro lavoratore, più o meno uguale a me, è stato così che ho sperimentato la cecità delle Istituzioni e di molti dei loro rappresentanti.

La cosa drammatica e vergognosa  è che la contrapposizione non esisterebbe di fatto se non fosse stata creata dalle politiche scelte; la cosa drammatica è che tra coloro che hanno subito queste politiche vi si sia chi tende non tanto a criticare quelle quanto a combattere contro il proprio simile, a volte diffondendo anche immagini sbagliate e strumentali dei propri colleghi più anziani, con contratto a tempo indeterminato, e quindi più "garantiti".
La cosa triste e penosa è che i pregiudizi sulle persone, sulle "categorie"  sono diffusi tra, e assunti dalla stragrande maggioranza, senza critica, senza minimamente dubitare che il pregiudizio è un arma nelle mani dei poteri e serve per disunire le persone, soprattutto coloro che vivono condizioni di vita simili.
Nel mio Requiem trovano spazio le riflessioni e le esperienze che si ripetono ormai da tanti anni, ma che la mia ultima volta a Torino e la partecipazione al convegno

La biblioteca scolastica, una risorsa per la scuola delle competenze

ha risvegliato; lo legherò al libro  già citato:

Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo, dal quale ho tratto motivi di vera soddisfazione nel riconoscermi tra il meglio che i bibliotecari possano offrire (!) ma nel quale ho trovato ripercorsi quei pregiudizi che hanno lastricato di delusioni e vere sofferenze la mia intera vicenda lavorativa. 


Farei di esso una specie di "guida del bibliotecario felice, ma non ingenuo o credulone" convinta che il mio mestiere sia così, come dice il titolo, o di poco diverso. Il libro è interessante e scorrevole, oltre al riconoscimento che esso offre, scopro alcune cose che non conoscevo, mi beo di sentir parlare del mio mestiere con tanta sostanza e leggerezza allo stesso tempo. Leggo le distinzioni, tra i vari tipi di biblioteca, del Manifesto UNESCO per le Biblioteche Pubbliche, lo stesso che campeggiava alle mie spalle nella biblioteca dove ho lavorato per dodici anni (mi fu regalato dalla vice-preside, che non mi amava molto, venne incorniciato e appeso sulla parete alle spalle della mia scrivania da un collega amico che mi voleva molto bene), mi riconosco al massimo grado, laddove l'autrice afferma: 
  
 «L'obiettivo da raggiungere tutti i giorni e più volte al giorno, è quello del "doppio sorriso": il sorriso del bibliotecario in risposta all'espressione che si dipinge sul viso del lettore quando manifesta la propria soddisfazione raggiunta grazie al trattamento ricevuto».

E ancora:

«Le biblioteche pubbliche (nel senso speciale di biblioteche aperte a tutti e per tutti) sono oggi luoghi nei quali si respira un'atmosfera particolare: qui ognuno può entrare liberamente, senza pagare il biglietto o esibire permessi di soggiorno, ed avere accesso ad una pluralità di saperi e di informazioni utili alla sua vita e al suo lavoro; può imparare a padroneggiare le tecnologie e muovere i primi passi nel mondo sempre più complesso dell'informazione; può scoprire occasioni utili alla sua crescita personale e culturale; può incontrare altre persone con cui condividere interessi e passioni; può partecipare alla vita della propria comunità e ritrovarsi, senza rendersene conto, all'interno di processi preziosissimi di costruzione di nuove forme di identità locale. Esistono altri posti liberi e gratuiti dove possono accadere tutte queste cose? No di certo». ... e continua:

«E tutto ciò - badate bene - non sarebbe possibile se non ci fossero i bibliotecari. Vogliamo usare la metafora del teatro? Sono proprio loro a mettere in scena lo spettacolo ogni giorno, permettendo agli utenti di recitare la propria parte. Preferiamo una metafora meccanica? Sono i bibliotecari a muovere gli ingranaggi, bilancieri e rotelle, facendo funzionare quello speciale orologio che offre alle persone l'opportunità di utilizzare i diversi servizi. Osiamo una metafora biologica?  I bibliotecari sono il cervello che trasmette i comandi al cuore e a tutti gli altri organi, permettendo al corpo biblioteca di vivere e svolgere le più complesse azioni»

Grazie a Maria Stella Rasetti!! non sarei mai riuscita a descrivere meglio la mia funzione! Ma non basta:

«In linea di principio, può esistere una "biblioteca senza libri", intesa come spazio fisico o virtuale nel quale i bibliotecari mettono in connessione gli utenti, portatori di specifici bisogni informativi, con documenti disponibili sugli scaffali, sulla rete o in specifici depositi digitali».

Ecco qui, spiegata in poche parole la funzione fondamentale del bibliotecario di biblioteca pubblica, quello che sino a non tanti anni fa si chiamava il "topo di biblioteca"... ci pensate!!!???

Ma leggete ancora questo passo:

«Ma - se può esistere, ed esiste, una biblioteca senza libri - non può esistere la biblioteca senza bibliotecari perché senza il lavoro di selezione, ordinamento, mediazione, elaborazione e predisposizione degli "oggetti" da consultare, leggere, maneggiare e rielaborare, presenti o remoti, di carta o di silicio, senza le tante attività di supporto all'uso dei documenti, senza l'azione di comunicazione e promozione condotta per avvicinare nuovo pubblico, il cittadino entrerebbe in un labirinto rumoroso e ingestibile, freddo e inospitale, nel quale sarebbe destinato a perdersi. Per non parlare di chi passerebbe l'intera vita senza sentir parlare neppure una volta dell'esistenza di quel labirinto».
...
«Il vero "patrimonio" delle biblioteche la sera torna a casa, e non rimane fermo sugli scaffali, perché è fatto di persone, e non di unità bibliografiche: il vero patrimonio delle biblioteche non è inventariato, ma è fatto di bibliotecari e utenti».

Da qui in poi i miei interventi saranno quelli scritti in rosso:

Non mi riconosco più quando leggo analisi come questa che segue, dove, accanto a discernimento e acutezza nel leggere la situazione data, si trova implicito l'eco del pregiudizio sul lavoro dipendente tradizionale, fatto da zavorre e privilegi:

«Nel corso degli ultimi decenni, i crescenti impedimenti all'assunzione di nuovo personale nel pubblico impiego hanno indotto numerose amministrazioni ad "esternalizzare" la gestione della biblioteca, ovvero ad utilizzare personale non inquadrato nei ruoli dell'ente, ma contrattualizzato in vario modo da società o cooperative di servizi. In molti casi si è trattato di una scelta motivata dall'intento positivo di potenziare la biblioteca con risorse umane fresche e provviste di alta professionalità, piuttosto che zavorrare gli organici con personale di recupero

Eccolo, eccolo il pregiudizio, e  una chiara presa di posizione a favore delle "risorse umane fresche", alle quali si attribuisce l' "alta professionalità", è davvero sempre così??? Ognuno di noi, all'inizio della propria carriera ha iniziato con un "alta professionalità" e coloro che questa alta professionalità non avevano, hanno certamente succhiato denaro e linfa vitale allo Stato, al bene pubblico, appropriandosi di un salario che, eticamente, non gli sarebbe spettato?? è possibile che, appunto, l'intera categoria dei dipendenti pubblici, ancor più se anziani, siano dei "fannulloni e parassiti"?Perché considerare "personale di recupero" persone che sono state toccate dalla cattiva sorte di dover cambiare mansione, ad esempio o sede o attività per volontà non propria? Se sono le persone a fare la differenza, allora perché pensare che tutte le persone o la maggior parte di persone che lavorano per lo Stato, cioè per noi tutti, aspirino a diventare zavorre e con il tempo lo diventino? 

«In altri casi nelle mire degli amministratori ha inciso di più la speranza di risparmiare sulla spesa e disporre di personale più facilmente manovrabile in caso di difficoltà economiche.»
perfetto! Il motivo principale è questo, a mio modesto parere. Il rimedio a questo stato di cose lo ha trovato Renzi, formalizzando la situazione di meno diritti per tutti con il Jobs Act, come già detto prima, infatti come la Rasetti riconosce:

«Nel tempo, però, la forbice tra flessibilità nell'acquisto di servizi in outsourcing e rigidità della spesa per il personale dipendente si è andata chiudendo: le misure sempre più restrittive in materia di finanza pubblica hanno infatti teso ad assimilare le due tipologie di spesa, finendo col vanificare il motivo primario per cui si era imboccata questa strada».

Ed eccolo nuovamente il mio conflitto con la cooperativa che ha tentato il colpo prima ancora della legge formale che affidasse loro le biblioteche scolastiche (che ad oggi non esiste, ma con la velocità dei decreti renziani, non è detto non appaia entro la fine del mese).  Andai via dalla scuola nella quale avevo pensato ad un rapporto di collaborazione con loro quando nel leggere il loro programma d'intenti scoprii che avrei dovuto diventare il tramite tra loro e il dirigente!!!!!!!! Per il resto ci avrebbero pensato loro, "risorse umane fresche e provviste di alta professionalità". Il mio compito era consistito solamente nell'aprire loro la porta. Loro erano entrati cercando di far fuori me. Poco professionalizzata, dando per scontato, ma soprattutto combattendo quella guerra tra poveri che i nostri governi ci hanno offerto da una ventina d'anni a questa parte. Risultato finale è stato che quella biblioteca contesa è rimasta chiusa dopo le poche ore prestate da qualche dipendente della cooperativa stessa. Il finanziamento, misero, era finito e non rinnovato. Come dice la Maria Stella Rasetti si è finito "col vanificare il motivo primario per cui si era imboccata questa strada.""
«In effetti, se formalmente gli enti non acquistano direttamente manodopera dal mercato, ma scelgono "progetti di servizio" posti in competizione tra loro, è pur vero che nella sostanza si tratta di acquisto di forza-lavoro: non a caso il servizio viene solitamente quotato in termini di costo orario per persona, e solo in casi molto particolari si traduce in attività diverse da quelle che prevedono la presenza di personale quantificabile in ore-uomo (e ore-donna!), per lo svolgimento di quelle operazioni che magari in altri momenti della giornata, svolgono i dipendenti pubblici. 
In linea di principio una scelta di questo genere non sarebbe di per sé problematica, se non fosse che questi nuovi lavoratori si ritrovano spesso ad operare in condizioni meno felici dei loro colleghi più garantiti: a parità di attività svolta, in non pochi casi la paga oraria netta è inferiore, ed il corredo dei diritti è più povero.»
Non sarebbe problematica???
Ma se è proprio da questa possibilità che nasce la guerra tra tutto e tutti! Come si fa ad assolvere il sistema e condannare le persone che si trovano in esso coinvolte? E come pensare che in un sistema del genere la condizione di lavoro dei dipendenti pubblici sia più felice? Perché il dipendente pubblico e garantito dovrebbe trovare piacere nello sfruttare il lavoro del proprio collega precario?  E se dovesse avvenire perché non si dovrebbero istituire rimedi mirati, piuttosto che criticare le categorie e lasciare tutto immutato o distruggere tutto?

«Vista la modestia degli stipendi pubblici, c'è davvero poco di cui stare allegri. Per non parlare dell'articolazione oraria della settimana lavorativa: non è raro infatti, che all'interno di strutture dove i lavoratori esternalizzati operano fianco a fianco con i dipendenti pubblici, questi ultimi si arrocchino alla ricerca spasmodica dell'ultimo privilegio: ritagliando per sé gli orari di lavoro più comodi, lasciando agli ultimi arrivati il compito di presidiare la biblioteca durante i giorni festivi e nelle ore serali, imponendo loro l'onere aggiuntivo di frazionare la presenza nell'arco della giornata, o relegandoli allo svolgimento esclusivo delle attività di front-office, ritenute più stressanti e meno qualificate

La mia esperienza dimostrerebbe il contrario, cioè che le giovani e fresche risorse hanno tentato di attribuire a me i compiti meno soddisfacenti. 
Tutto questo per dire che non c'è differenza di etica e di responsabilità tra le "categorie" di lavoratori. Questa è la convinzione che il sistema che vuole disuniti i lavoratori tenta costantemente di far passare. La differenza sta appunto tra le persone e tra di esse nella loro capacità di distanza critica da quanto la politica del lavoro propone loro. Dalla loro capacità di individuare rivali o nemici e propri simili ... sociali, diciamo così, potremmo dire appartenenti alla propria classe sociale, ma allora il discorso perderebbe totalmente credibilità.


* dato aggiornato al 30.09.2014 (Wikipedia)




Tutte le foto sono opera mia.

giovedì 19 febbraio 2015

Petizione per la bellezza della lettura e per la felicità che essa può indurre!

Devo ancora terminare il mio post che prende spunto proprio dalla mia partecipazione all'ultimo convegno promosso da TorinoReteLibri, che vedo un'appello lanciato proprio da questa organizzazione, pubblicato, oltre che sul loro sito, su quello del Conbs, molto meno conosciuto (chissà perché un sito a carattere regionale può avere più voce di un sito a carattere nazionale?).

Io ritengo di appartenere al primo, in quanto italiana e bibliotecaria e interessata ad ogni innovazione (vera, non renziana), nel campo delle biblioteche pubbliche e scolastiche e anche al secondo, perché faccio parte di quella categoria di insegnanti (guardate che nelle cosiddette "categorie" possono coesistere tante e tali differenze da far impallidire persino il più relativista tra i filosofi!!!!! ) che aderiscono dal 2002 a quella mailing list e poi blog e quindi "gruppo" e magari "categoria professionale", se Dio vuole, se Renzi permette, se la Madia fa finta di capire.

Insomma, quello che volevo suggerire qui è questo:

Firmate la petizione, anche se non credo molto nelle petizioni!
Firmatela perché privare le scuole anche delle loro Biblioteche laddove queste esistono è una barbarie, già, una barbarie… e sì che ne vediamo di barbarie in questo periodo, ebbene, anche chiudere le biblioteche scolastiche e mandare a svolgere lavoro d'ufficio a quelle come me, vive, sveglie, entusiaste e capaci, nel profondo, non per finta, è, sarà, potrebbe essere, una BARBARIE.

Ecco il sito: http://conbs.blogspot.it/2015/02/petizione-biblioteche-scolastiche.html, del Conbs, quello degli insegnanti che si occupano di Biblioteche Scolastiche;
ecco quello dei promotori dell'appello, Regione Piemonte, mica Sardegna con i loro presuntuosi e inadatti dirigenti, : http://www.torinoretelibri.it.




e questa è una delle foto scattate durante il convegno al Convitto Umberto I, in via Bligny 1/bis Torino, promosso, appunto, nel novembre del 2014, da TorinoReteLibri .

mercoledì 18 febbraio 2015

Scricciolo azzurro e bianco



Don Chisciotte, per dire, o Gesù Cristo, e perché no, Che Guevara, la libertà, la poesia, le belle utopie, l'Arte, la bellezza e la ribellione, la fierezza e il coraggio, l'unicità e la consapevolezza di essa, l'empatia e l'accoglienza, l'aiuto dato a chi lo chiede, la fiducia nella parola e nell' "uomo", la lotta contro ogni potere, ogni sopruso, ogni ingiustizia.
 Medio Oriente, Africa, Ucraina e Grecia, gli attacchi alla nostra Costituzione in nome della necessità "delle riforme", la distruzione del Welfare e qualcosa delle nostre vite che appare invece ancora quasi immutato, ancora persiste, ancora ci fa sentire nell'al di qua, con qualche dolore fisso nel cuore, ma ancora capaci di sorridere, di scherzare, di creare, a volte, di comunicare, ecco, mi sembra a volte quasi irreale, strano che debba finire, strano che ci sia stato un tempo nel quale non è stato. Con tutto l'amore che sento per persone e giorni a volte mi sembra di avere vissuto da sempre e mi sembra davvero troppo il peso di tutte queste vite. Come capita ogni volta che si leggono le ultime pagine di Cent'anni di solitudine, mi sento come Aureliano "incapace di sopportare nell'animo il peso opprimente di tanto passato".




Eccomi, qui sotto che con i miei stivali delle sette leghe mi specchio nei regali specchi del Palazzo Reale di Torino, qualche secolo fa.

sabato 14 febbraio 2015

San Valentino

Ieri, nuovamente, per la terza volta, la 2 A ha trascorso la sua ora e mezza nella biblioteca del nostro Liceo, la loro insegnante era quella di Italiano, mentre io sono la "bibliotecaria" che tenta di intrecciare, tessere, inventare per loro una biblioteca che non esiste nella realtà degli oggetti tangibili, perché sono convinta che la biblioteca più utile è quella che siamo capaci di costruire all'interno della nostra anima, del nostro cervello, se volete. Così, seppure della nostra biblioteca concreta, quella che ci ospita, non potremmo dire troppo bene secondo i parametri della moderna biblioteconomia, vorrei rendere partecipi i ragazzi che è il sentimento che nutriamo verso le cose, anche quelle materiali, che ci rende capaci di cogliere, nel senso proprio della parola, i frutti buoni che le cose e le esperienze ci offrono.

Ve ne racconterò ancora, cercherò di spiegare meglio il mio disegno, il mio desiderio, il regalo che vorrei offrire loro, dove l'ordine non è secondario (recuperando così il mio compito di familiarizzare loro al concetto, di ordine, e della sua relatività, in biblioteche reali o virtuali o spirituali che esse siano).

Così, ieri, per ritornare al resoconto, ho proposto loro di dedicare una parte del nostro breve tempo a disposizione, alla ricerca e alla scelta di "poesie d'amore" per celebrare così, a nostro modo, il San Valentino tanto glorificato da fiorai e commercianti di dolciumi vari. Ho fornito loro diversi testi dai quali trarre la loro poesia. Queste sono alcune delle poesie da loro scelte:



Come slowly - Eden!
Lips unused to Thee -
Bashful - sip thy Jassamines -
As the fainting Bee -

Reaching late his flower,
Round her chamber hums -
Count his nectars -
Enters - and is lost in Balms 

                                                                                       Vienimi lento - Eden!
                                                                                       le labbra che ti ignorano -
                                                                                       smarrite - succhiano i tuoi
                                                                                       gelsomini -
                                                                                       come languida l'ape -

                                                                                       tardi al suo fiore giunta
                                                                                       in ronzio alla camera
                                                                                       s'arrotonda - i suoi nettari
                                                                                       conta - entra - e nei balsami
                                                                                       è perduta.



Emily Dickinson
Poesie,
Garzanti, 2008 



Sul più illustre paesaggio 

          Sul più illustre paesaggio
Ha passeggiato il ricordo
Col vostro passo di pantera
Sul più illustre paesaggio
Il vostro passo di velluto
E il vostro sguardo di vergine violata
Il vostro passo silenzioso come il ricordo
Affacciata al parapetto
Sull'acqua corrente
I vostri occhi forti di luce.


Dino Campana,
Canti Orfici e altre poesie,
Garzanti, 2009




Livida neve,
sotto la luna,
colora di blu la tenebra 
notturna 

                                                                                         Tsuki no yuki
                                                                                              Ao-ao yami o
                                                                                         Some ni keri


Kawabata Bosha




Cento Haiku,
scelti e tradotti da Irene Iarocci,
Guanda, 2013 



 

I giorni sono più brevi
le piogge cominceranno
La mia porta, spalancata, ti ha atteso.

        Perché hai tardato tanto?

Sul mio tavolo, dei peperoni verdi, del sale, del pane.
Il vino che avevo conservato nella brocca
l'ho bevuto a metà, da solo, aspettando.
        Perché hai tardato tanto? 

Ma ecco sui rami, maturi, profondi
dei frutti carichi di miele.
Stavano per cadere senz'essere colti
       se tu avessi tardato ancora un poco. 



Nazim Hikmet,
Poesie d'amore,
Oscar Mondadori, 2002 


E infine, L'amore felice di Wislawa Szymborska, come poteva mancare? E infatti Elisabetta l'ha scelto.

Un amore felice 


Un amore felice. E' normale?
E' serio? E' utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo? 

Innalzati l'uno verso l'altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così - in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo -
perché proprio su questi, e non su altri? 
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po',
si fingessero depressi, confortando gli amici!
Sentite come ridono - è un insulto.
In che lingua parlano - comprensibile all'apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s'inventano -
sembra un complotto contro l'umanità.

E' difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncierebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d'uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l'amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.



Wislawa Szymborska,
La gioia di scrivere, tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi, 2012

 
                                   






Henri Matisse,                                                                                   Henri Matisse,
La stanza rossa                                                                                  La conversazione,
1908-1909                                                                                          1908-1912
olio su tela, cm. 180x220                                                                   olio su tela, cm. 177x217


Ermitage, 
San Pietroburgo
immagini tratte da:
Arte moderna: 1900 - 1945, l'età delle avanguardie,
Gabriele Crepaldi,
Mondadori Electa, 2005
 

venerdì 13 febbraio 2015

Vigilia di San Valentino



Una delle mie cantanti preferite di quando ero bambina, e anche la canzone, dovevo trovarla fluente, scintillante, mossa e poi il sogno che si avvera, eh, che bellezza! Il dialogo era fra me e quello che amavo, forse che in solitudine si impara di più?





giovedì 12 febbraio 2015

Because we love free communication and eat spam











 Ehi, All, sorry, but I was standing for a famous painter... but, you know, I love revolution and fighting against chains 



so, I'm here


a sostegno della campagna nO caPtChA dAy dei liberi bloggers lanciata da Alligatore blog



 perché la creatività, l'Arte, l'ironia, la curiosità di conoscere e la libertà di comunicare sono le armi dei maturi (bambini) rivoluzionari!

 Ciao CApTcHa...

mercoledì 11 febbraio 2015

Incontri

E poi Marina Abramovic è rimasta lì, con la sua forza, la sua libertà, il suo coraggio, il suo ardire, i suoi viaggi in tutti i dolori della terra, della guerra, degli esseri umani... dipende dal valore che si dà all'Arte, dipende dal grado di comprensione e di disponibilità per l'espressione umana o per l'Umano, in fondo, ché non altro l'Arte rappresenta.

E oggi ho incontrato Francesco Ciusa e ho scoperto che c'è qualcosa che lo accomuna a Marina Abramovic, oltre il loro essere artisti e proprio, invece, nel loro esserlo.

Il fatto oggettivo a creare tra loro un legame è che sono stati entrambi vincitori alla Biennale d'Arte di Venezia di un Primo premio, Francesco Ciusa, nel 1907, con l'opera La madre dell'ucciso






 e del Leone d'Oro, Marina Abramovic, nel 1997 con l'opera Balkan Baroque




.

"L’odore di un campo di battaglia, di un eccidio. La fuga dopo la carneficina. Non capita spesso di pensare agli animali di cui ci si ciba come a pezzi di cadavere, ma in quell’occasione era un’associazione mentale pressoché automatica. Entrando si capiva che non si trattava di una macelleria, o meglio, che la macelleria era solo una delle declinazioni metaforiche possibili.
Marina Abramovic era lì, in tunica bianca, seduta in mezzo a una montagna di femori di manzo. Trascorreva parecchie ore al giorno sopra quegli ossi sanguinolenti. Con una grossa spazzola raschiava via i rimasugli di carne e intanto canticchiava delle nenie serbe, persa in una specie di trance penitenziale. Il fetore era stomachevole, la decomposizione avanzava giorno dopo giorno ...

Il riferimento storico di Balkan Baroque però è molto più vicino nel tempo, e più personale: nel ’97 sono passati meno di due anni dagli accordi di Dayton, la guerra dell’ex Jugoslavia si è appena conclusa ...

L’Abramovic mette in scena il dramma dei Balcani come l’emblema di tutte le guerre fratricide e inchioda la stirpe umana al capostipite Caino. Quest’opera è barocca non solo per la ridondanza del male, ma per l’ambiguità e la complessità della tensione su cui si regge."

da  
L'arte contemporanea spiegata a tuo marito, Mauro Covacich, Laterza, 2011




Francesco Ciusa era sardo, barbaricino, nato a Nuoro, il paese più grande della Barbagia; nato lì nel 1883, doveva trovarsi tra i nati "fortunati" del paese, se è vero che:

"Figlio di un ebanista, grazie ad un sussidio provvedutogli dal municipio nuorese poté frequentare dal 1899 al 1903 l'Accademia delle Belle Arti a Firenze; qui ebbe per maestri lo xilografo Adolfo De Carolis, lo scultore Domenico Trentacoste ed il già affermato maestro dei macchiaioli Giovanni Fattori. "

da Wikipedia




"Secondo alcune letture Ciusa avrebbe stretto legami profondi con la didattica e gli ambienti culturali accademici ed avrebbe attinto non solo al realismo e al simbolismo del Fattori e di altri, ma avrebbe anche assorbito elementi ideali afferenti alle idee anarchiche e socialiste allora in sviluppo, tematiche cui i sardi dell'interno erano naturalmente sensibili."





Eppure, pare, che l'incontro con gli artisti e i letterati fiorentini, se anche gli insegnò parecchio, non lo soddisfece in maniera sufficiente da fargli decidere un trasferimento nel continente, dice al proposito Remo Branca, anch'esso citato su Wikipedia:

« ... noi avevamo cose più grandi da dire, ma ci mancavano i mezzi per esprimerle: dovevamo fare tutto da soli, perché venivamo da un altro mondo, figli della tragedia, dell'abbandono, della solitudine, dell'incoscienza di noi stessi ».

Riconosco nelle parole di Remo Branca, azzeccate o no che siano per Francesco Ciusa, un'atteggiamento noto e reale dei sardi. Ma è il "tema", il "soggetto", l'ispirazione dell'opera vincitrice della Biennale del 1907, quello che accomuna questo splendido scultore sardo alla Abramovic vincitrice del Leone d'Oro del 1997, a parte la distanza di novanta precisi anni.

La morte e il dolore. La morte di uno o tanti esseri umani per mano dei propri simili. Per Marina Abramovic era la guerra, per Francesco Ciusa l'esperienza da testimone del banditismo, delle faide, che insanguinavano i paesi del centro Sardegna. 
La madre dell'ucciso è testimonianza del dolore non espresso, della compostezza e della sopportazione, del silenzio. 
Due modi certo profondamente diversi di rappresentare lo stesso tema, un dolore comune.

lunedì 9 febbraio 2015

Nella realtà

Sto cercando di finire qualcosa che ho iniziato qualche tempo fa, poi è intervenuta Marina Abramovic, perché ieri avrei voluto saperne l'esatta nazionalità ed ero in dubbio tra Albania e Romania, Serbia, invece, Belgrado la sua città.

Così ho trovato tante immagini su internet e questa che pubblico qua sotto,



l'ho trovata qui, non dice il nome della performance di Marina, né l'anno, ma non deve essere toppo antica, ora Marina Abramovic ha 68 anni, leggo da Wikipedia.

Ne ho ripubblicato la foto per molti motivi ma soprattutto perché ho creato il link al blog che non conoscevo di Lorella Zanardo e che mi sembra molto interessante.

Bello l'ultimo post, sull'amore tra Iris Murdoch e John Baileys. 

domenica 1 febbraio 2015

Sinistra e sinistra

«Il mio obbligo a rispet­tare il chiaro man­dato del popolo greco di met­ter fine all’austerità e tor­nare a un’agenda di cre­scita non impe­di­sce in alcun modo di rispet­tare i nostri obbli­ghi del pre­stito verso la Bce o il Fmi».
Però, ha spie­gato, «ci serve tempo per poter tor­nare a respi­rare e creare il nostro piano di ripresa a medio ter­mine, che com­pren­derà obiet­tivi per il pareg­gio di bilan­cio pri­ma­rio e riforme radi­cali per affron­tare l’evasione fiscale, la cor­ru­zione e le poli­ti­che clien­te­lari». 

Così Tsipras, che per fortuna c'è.
Come la piazza di Madrid, la bella e famosa Puerta del Sol degli Indignados e ora di Podemos.

In Italia è stato lo stesso Eugenio Scalfari a dire che l'elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è stato il primo atto di sinistra compiuto da Renzi.

Ci sono modi e modi per affrontare il proprio mandato politico, o no?
In Italia esiste il partito della Nazione, che diamine! E poi, guarda la coincidenza, la disoccupazione pare diminuisca!
Dev'essere per grazia ricevuta, ché altre ragioni non ne esistono!

Scusate l'impaginazione di questo post, non sono riuscita a modificarla.
Non è mica male, in fondo…




Ma quanto è bella Puerta del Sol!