sabato 27 settembre 2014

Dalla pagina Facebook di Vito Mancuso

UNA PAGINA IMPORTANTE SULL'AMORE (di Hans Küng).
Eros e agape
Molti teologi nel corso delle loro riflessioni sull’amore hanno fatto di tutto, senza riuscirci, per elaborare una differenza, dalla prospettiva di Gesù, tra l’eros concupiscente dei greci e l’agape disinteressato, l’amore che si dona.
Io non sono disposto a tracciare un confine così netto tra questi due sentimenti; danneggia tanto l’eros (in latino amor) quanto l’agape (la caritas latina). Sono contrario alla svalutazione e alla demonizzazione dell’eros. In questo modo l’amore passionale, il sentimento che desidera l’altro, viene limitato al sesso e così, nello stesso tempo, erotismo e sesso vengono degradati. Ambedue sono forze vitali importanti.
L’avversione alla corporeità e la repressione della sessualità hanno una lunga storia, che la teologia dei manuali, ignorando i risultati dell’esegesi critica e della storia dei dogmi, evita. Ha i suoi riflessi già in alcune correnti antiche, soprattutto nel manicheismo e nello gnosticismo. Ma fu enormemente facilitata nell’Occidente latino attraverso l’invenzione - a cui abbiamo già accennato - di un peccato originale trasmesso con l’atto sessuale, un concetto che non si trova né nei racconti del paradiso terrestre della Genesi né negli scritti di Paolo né nella teologia greca. Fu il geniale Padre della Chiesa Agostino a trasferirlo - un errore anch’esso geniale - all’intera teologia occidentale, a quella medioevale e, attraverso Lutero, anche a quella riformata. Agostino, che all’inizio era un uomo molto mondano, generò un figlio ad appena diciassette anni, quando era un giovane maestro di retorica, e visse tredici anni in concubinato con la madre del piccolo. Per un certo tempo fu membro «uditore» della setta del manicheismo, che spiega il Male e la sessualità ricorrendo a un principio malvagio. Sulla base della sua esperienza personale dell’enorme potenza della sessualità e del suo passato manicheo, Agostino collega il peccato originale - alla luce di una traduzione e interpretazione errata di un passaggio della lettera di san Paolo ai Romani (5,12) - all’atto sessuale e al desiderio «carnale», egoistico, la concupiscenza.
Nella visione di Agostino, quindi, ogni bambino che viene al mondo non è innocente, bensì - a causa appunto dell’istinto sessuale dei suoi genitori - «infettato» fin dall’inizio dal peccato ereditario e destinato alla dannazione, se non viene battezzato in tempo. Di conseguenza, dal suo punto di vista, anche ogni attività sessuale è permessa solo ai fini della procreazione (generatio) e non per il piacere sessuale (delectatio). Ancora papa Giovanni Paolo II era del parere che perfino nell’ambito del matrimonio un uomo possa guardare la moglie in modo «non casto».
Non ci si deve meravigliare che una tale ostilità nei confronti dell’eros e del sesso abbia causato un male incommensurabile proprio nella Chiesa e nell’educazione cattolica, e abbia influito al punto da portare alla proibizione della pillola. L’eros viene sospettato perfino laddove non è semplicemente inteso come passione sensuale inquietante, sconvolgente e cieca, ma anche quando rappresenta, come per esempio nel Simposio di Platone, quel desiderio del bello e della conoscenza filosofica che ha radici nell’amicizia, quella forza creativa che permette di elevarsi dal mondo dei sensi a quello delle idee e al bene divino supremo. Ma giustamente molti cattolici si aspettano che la loro Chiesa guardi in modo nuovo alla sessualità, in modo non angosciato, più favorevole all’uomo, e la interpreti come la forza dell’uomo, creato e accettato da Dio, che dona la vita.
Anche Maria, la madre di Gesù, venerata fin dall’inizio nell’Occidente latino, fu considerata macchiata dal peccato ereditario ancora fino al XIII secolo, persino da san Tommaso. Tuttavia in quest’epoca venne attribuita sempre maggiore importanza al culto della Madonna (de Virgine numquam satis - della Vergine non si dirà mai abbastanza) e indubbiamente la venerazione di Maria ha arricchito molto la poesia, l’arte e la musica, che avevano un orientamento maschile, e anche gli usi e i costumi, la cultura delle feste e la religiosità popolare nel suo insieme.
Infine, il teologo francescano Duns Scoto (morto nel 1308) sostenne, contro quanto aveva affermato fino a quel momento l’intera tradizione, una «preredenzione» (praeredemptio) preservante, tale per cui Maria sarebbe stata salvaguardata dal peccato ereditario. Era stata così inventata l’idea della immacolata conceptio, che venne diffusa con tutti i mezzi, non da ultimo attraverso la liturgia. Infine, nel 1854, venne definita come dogma da quel Pio IX che, dopo aver perduto lo Stato della Chiesa, fece proclamare anche i dogmi del primato papale e dell’infallibilità dal concilio Vaticano I (1870). Dopo la definizione del 1854, la teologia morale cattolica ha via via abbandonato la tesi tradizionale secondo la quale la discesa dell’anima nel feto umano era successiva al concepimento. Era questo il pensiero di Aristotele, Tommaso d’Aquino e della scolastica barocca spagnola: una persona non esiste né nella fase vegetativa né in quella sensitiva del feto umano, ma solo in una terza fase, quella guidata dall’anima spirituale. Oggi, al contrario, si sostiene - appunto più in base ad argomenti teologico-dogmatici che non medico-biologici - che anche la cellula-uovo fecondata è già persona, concezione che ha avuto come conseguenza un inasprimento circa la questione dell’aborto.
Così, la Vergine immacolata, in quanto simbolo della castità asessuata, venne distinta da tutte le altre donne, che sono macchiate dal peccato ereditario e gravate dal desiderio sessuale. Allo stesso tempo, la Vergine Maria venne raccomandata ai religiosi, che a partire dall’XI secolo furono tenuti al celibato, come ideale femminile innocuo per sublimare o spiritualizzare gli impulsi sessuali. In tal modo, culto mariano, papismo e ideologia del celibato si sono sostenuti a vicenda, in particolare a partire dal XIX secolo. Tuttavia, non sono stati accolti in nessuna professione di fede, anzi, il concilio Vaticano II ha cercato di procedere contro gli eccessi del marianismo e del papismo, pur ottenendo soltanto un mezzo successo.
La svalutazione e la demonizzazione dell’eros e del sesso, d’altra parte, hanno come conseguenza un eccessivo innalzamento e sublimazione dell’agape. Quest’ultima (chiamata in modo errato «amore platonico») viene spiritualizzata: l’ideale di un amore o di una passione! L’aspetto vitale, emotivo, affettivo viene escluso.
Ma dove l’amore è solo una decisione della volontà, senza rischi del cuore, manca della profondità, del calore, dell’intimità, della tenerezza e della cordialità umane autentiche. Questa «caritas cristiana» può distribuire opere di bene, ma difficilmente diffonde amore.
L’amore ha molte forme: l’amicizia, l’amore dei genitori, dei figli, di fratelli e sorelle, quello per il proprio Paese, il popolo e la patria, fino all’amore per la verità e la libertà, e infine verso il prossimo, il proprio nemico e Dio.
Invece della distinzione tra eros e agape per me è fondamentale un’altra differenza: quella tra l’amore egoistico, che cerca solo la propria soddisfazione, e quello che si dona, che cerca anche il bene dell’altro. Chi desidera l’altro può anche, contemporaneamente, donarsi a lui. In amore, desiderio, servizio, gioco e fedeltà non si escludono a vicenda.
La potenza dell’amore
Gesù stesso per quanto si deduce dai Vangeli sinottici - usa molto di rado i termini «amore» e «amare», nel senso dell’amore verso il proprio simile. Eppure quest’intenzione è sempre presente nel suo annuncio. Ciò significa che per lui l’amore è soprattutto agire.
Non si tratta dell’amore inteso in primo luogo come attrazione sentimentale-emotiva, che è impossibile rivolgere a ogni persona, ma dell’amore visto molto più come benevolenza e disponibilità, come «essere per gli altri»; un amore che Gesù incarna in tutti i suoi insegnamenti e con il suo comportamento: quando rinfranca e quando guarisce, nelle sue battaglie e nella sua sofferenza. Dal Nazareno si può imparare ciò che manca all’odierna società dello sgomitare con i suoi molti egoisti. Ci fa sempre molto piacere quando abbiamo la possibilità di provare in prima persona che cosa significa usare riguardo per gli altri e condividere, poter perdonare e pentirsi, praticare indulgenza e rinuncia, prestare soccorso. Nello stesso tempo, Gesù lega l’amore per Dio e l’amore per gli uomini in un’unità indissolubile. L’amore per gli uomini diventa addirittura il criterio di devozione e di comportamento gradito a Dio. Gesù concentra tutti i comandamenti in questo doppio precetto dell’amore verso Dio e verso gli uomini, che aveva una posizione centrale già nella Bibbia ebraica.
Con ciò non intende l’«Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero» del grande Inno alla gioia di Schiller e Beethoven, ma piuttosto l’amore per il «prossimo». Come indice di misurazione di questo amore pone quello riservato a se stessi: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Un essere vigile, aperto, pronto per il mio simile che ha bisogno di me in questo momento. Questo è il prossimo per Gesù. Non solo chi mi è vicino fin da principio, in famiglia, nella tribù o nella nazione, ma chi è di volta in volta in difficoltà, come l’uomo vittima dei briganti che il «buon samaritano» ha aiutato per puro spirito d’altruismo.
Così inteso, l’amore sembra non conoscere confini. In realtà, secondo Gesù, non dovrebbe assolutamente conoscerne di rigidi e assoluti. Dovrebbe perfino includere i nemici, cosa che Gesù considera la sua massima espressione. Vanno superati i confini rigidi e l’estraniamento tra persone diverse. Ogni uomo può diventare il nostro prossimo, anche un avversario politico o religioso, un rivale, un concorrente, un oppositore o perfino un nemico. Malgrado le differenze e i dissidi: lealtà e simpatia non solo verso i membri di un gruppo sociale o di una stirpe, del proprio popolo, della propria razza o classe, del proprio partito, della propria religione o nazione, escludendo così gli «altri». Gesù predica un’apertura senza confini e il superamento delle delimitazioni deleterie, ovunque s’instaurino.
Questo è il significato della storia dell’odiato samaritano, nemico del popolo, meticcio ed eretico, che Gesù addita provocatoriamente come esempio per i suoi compatrioti: non solo quindi alcune prestazioni straordinarie, opere d’amore, «atti da samaritano», ma l’effettivo superamento dei confini esistenti tra gli uomini - tra ebrei e non ebrei, tra le persone a noi prossime e quelle più lontane, buoni e cattivi farisei e pubblicani.
L’amore come attuazione dell’etica mondiale
In questo amore si manifesta una grande libertà: tale amore non si orienta più a un comandamento o a un divieto da seguire in modo meccanico, bensì a ciò che la realtà stessa esige e rende possibile. In questo senso aveva ragione Agostino con la sua frase audace che rappresenta una negazione radicale della teologia morale casuistica: «Ama, e fa’ ciò che vuoi». L’amore risponde in modo del tutto naturale ai princìpi dell’etica mondiale, vincolanti per tutti gli uomini, e nel contempo li supera, come ha illustrato l’apostolo Paolo nella sua lettera alla comunità di Roma: «... chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo; pieno compimento della legge è l’amore» (Romani 13,8-10). Questo è lo specifico contributo cristiano all’etica mondiale.
Ciò che può in concreto la potenza dell’amore, san Paolo l’ha espresso nella prima lettera alla comunità di Corinto, in un modo che conserva ancor oggi tutto il suo valore:
La carità è paziente,
è benigna la carità;
non è invidiosa la carità,
non si vanta,
non si gonfia,
non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia,
ma si compiace della verità.
Tutto copre,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine.
(1 Corinti 13,4-8)
La potenza dell’amore può davvero cambiare la vita? Alcune semplici antitesi di un autore a me ignoto possono spiegare quanto l’amore, inteso come atteggiamento di fondo, possa essere in grado di cambiare la vita:
Il dovere senza amore rende uggiosi;
il dovere compiuto nell’amore rende equilibrati.
La responsabilità senza amore rende spietati;
la responsabilità esercitata nell’amore rende premurosi.
La giustizia senza amore rende duri;
la giustizia praticata nell’amore rende coscienziosi.
L’educazione senza amore rende contraddittori;
l’educazione praticata nell’amore rende pazienti.
La saggezza senza amore rende scaltri;
la saggezza esercitata nell’amore rende comprensivi.
La gentilezza senza amore rende ipocriti;
la gentilezza esercitata nell’amore rende buoni.
L’ordine senza amore rende meschini;
l’ordine esercitato nell’amore rende magnanimi.
La competenza senza amore rende prepotenti;
la competenza esercitata nell’amore rende degni di fiducia.
Il potere senza amore rende violenti;
il potere esercitato nell’amore rende disponibili all’aiuto.
L’onore senza amore rende superbi;
l’onore praticato nell’amore rende moderati.
Il possesso senza amore rende avari;
il possesso praticato nell’amore rende generosi.
La fede senza amore rende fanatici;
la fede praticata nell’amore rende tolleranti.
Le indicazioni di un’etica comune dell’umanità, di un’etica mondiale, vengono dunque affermate e abbracciate dall’etica specificatamente cristiana, ma nello stesso tempo radicalizzate e rese universali dal fatto che valgono concretamente per tutti gli uomini, perfino per i nemici. Forse però è più importante tutto ciò che fa sentire il suo influsso nella vita di tutti i giorni. Dal modello fondamentale cristiano, che risplende dai Vangeli attraverso Gesù, si ricavarono e si ricavano, infatti, innumerevoli spunti di riflessione e di azione per tradurre il programma cristiano nella pratica quotidiana. Ci sarebbero innumerevoli esempi di opere e di sofferenza da raccontare, che sono altrettante manifestazioni di amore cristiano. Io, però, sono stato colpito da quattro possibilità concrete che l’etica cristiana invita a scoprire: creare la pace per mezzo della rinuncia ai propri diritti; usare il potere a vantaggio degli altri; consumare con misura; saper educare nel rispetto reciproco. (H. Kung, Ciò che credo, pp. 286-295).


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