giovedì 29 maggio 2014

Nazisti

Ecco, dicono che nella guerra civile che si sta combattendo in Ucraina in questi giorni, di cui sappiamo pochissimo e nella quale, però, già ha perso la vita un giovane fotoreporter italiano, Andrea Rocchelli, (e da qui) oltre ad un numero sempre più alto di civili, abbiano parte attiva gruppi neonazisti (da qui).


Le "testimonianze" di seguito riportate, sono molto più antiche, ma il filo che le lega agli avvenimenti odierni continua, a mio parere, a rimanere molto forte.
Va aldilà della giustizia umana, dei concetti di democrazia o sovranità territoriale, di libere elezioni o regimi dittatoriali.
È, a mio parere, qualcosa che riguarda di più, la mente umana quando si dispone a far guerra. È incredibile come, all'improvviso, in una parte di mondo vissuta in pace per decenni, si inizi a sparare contro il vicino o, almeno, incuranti che sotto quegli spari il vicino possa essere ucciso. L'Ucraina è così lontana dall'Europa? I Russi sono sempre i soliti colpevoli? O, forse, non è solo un fatto di territorialità, di Nazioni? E se lo è, da che cosa è sostenuto? Lasciando fuori la giustizia.


Questa volta parliamo d’amore. Di due giovani che si amano. Ci chiamiamo Szymson e Gusta. Siamo di Cracovia e facciamo parte dello ZOB, l’organizzazione ebraica di combattimento. Siamo stati uccisi perché ci siamo battuti per la libertà. Ci siamo battuti da innamorati. Ci conoscevamo già prima della guerra, ma ci siamo sposati nel 1940, quando lui uscì la prima volta dal carcere. Quando nel gennaio 1943 Szymson fu arrestato, io mi consegnai alla Polizia. Il nostro giuramento era chiaro: “Niente e nessuno può dividerci”. Se vivere schiavi aveva poco senso, meno ne aveva vivere separati. Ci misero in due carceri diversi, ma la lontananza non significa nulla quando si ama, come nulla significò la tortura. Nell’aprile ci condannarono a morte, ma nessuno di noi voleva morire. Nel viaggio verso il patibolo entrambi riuscimmo a fuggire. Ci incontrammo per caso nel villaggio di Bochnia. Tornare insieme ci fece sentire ancora più liberi. L’amore era il nostro ossigeno, la nostra primavera. Cracovia ci sembrava ancora più bella. Il nemico ci faceva meno paura. Non potevamo che sorridere, perché il nostro amore era sfuggito alla morte. Riprendemmo a combattere. Nel novembre 1943, Szymszon venne tradito e io con lui. Anche quella volta mi feci arrestare senza opporre resistenza. Morire insieme era quello che avevamo sempre desiderato. Nessuno riuscì mai a separarci. Le storie raccontano tante cose. Le storie d’amore qualcosa di più. Quando vi dicono che l’amore vero è solo nei libri, non credete a queste bugie. Sono gli stessi che dicono che bisogna sempre obbedire, che non c’è nulla da fare, che bisogna aspettare, che bisogna avere pazienza. Ma come si fa ad avere pazienza quando si è innamorati?

Mio figlio si chiama Hans e l’ho avuto in carcere, quello di Barnimstrasse a Berlino. Mi hanno fatto partorire, me lo hanno fatto allattare e poi mi hanno uccisa. Hanno aspettato che io finissi. Poppata dopo poppata. Ero condannata a morte, ma allattare era un mio diritto di madre. Il potere è sempre stupido e preciso. Le regole naziste non ammettono eccezioni. L’apparenza prima di tutto, soprattutto quando la sostanza è sangue ed ignoranza. Anche mio marito è stato ucciso. In carcere. Prima di me. Suo figlio non lo ha mai visto. E io ho continuato a scrivergli, perché nessuno mi aveva informato della sua morte. Si sarà vergognato l’uomo della censura che leggeva quelle lettere? Non credo: pensava di fare solo il suo dovere. Ed è anche contro queste follia quotidiana e vigliacca che mi sono ribellata e che ho messo in gioco la mia vita. Contro questo nazismo tranquillo di centrini e soprammobili. Timbri e raccoglitori. Un nazismo che fa più paura dei panzer e delle sfilate, perché entra nel cuore e nella testa. Perché è fatto di gente normale come quella che ci ha tradito. Gente che forse non si è nemmeno sentita troppo in colpa. Noi eravamo la “Rote Kapelle” l’Orchestra Rossa. Passavamo ai sovietici informazioni su quando e dove colpire. Facevamo paura, perché dimostravamo che non tutti erano sfilate e centrini. Non tutti i tedeschi erano uguali. Non tutti i tedeschi erano nazisti. Facevamo paura, perché dimostravamo quanto i nazisti fossero deboli nella loro vuota ferocia. Per questo ho voluto un figlio, per questo sono stata orgogliosa di allattarlo. Rispondere alla morte con una nuova vita. Un’altra imprevista eccezione alle loro stupide regole.
Mi chiamo Hilde Coppi. Facevo la segretaria.

da qui



Lidice
Monumento ai bambini




8 commenti:

  1. lasciando un attimo da parte (finché si può...) i discorsi più spaventosi, si vede sempre più spesso l'incapacità di leggere cosa succede da parte di quelli che in teoria sarebbero i professionisti dell'informazione. Sulle vicende ucraine, mi sembra che ci sarebbero due cose da dire sempre: 1) nelle zone "di passaggio" e di confine ci sono sempre due lingue e due nazioni che si mischiano, magari anche più di due; anche da noi, le foibe nascono dal mito delle "terre irredente", in realtà Trieste non era solo italiana, era un crocevia di lingue e tradizioni. 2) dietro a ognuna di queste rivendicazioni, in Ucraina come in Libia o in Egitto, ci sono sempre gruppi di violenti che ne approfittano; in questo caso i nazisti. Due notazioni che mi vergogno quasi a scrivere da tanto che sono banali, mi meraviglio che questi "giornalisti e giornaliste", magari con studi profondi alle spalle (leggi: spintarelle di vario tipo), non riescano a dare l'informazione giusta.
    La terza considerazione, tornando alle cose terribili, è che la pace che dura da 70 anni è stata possibile grazie a politici che avevano sì tanti difetti, ma che pensavano comunque ad abbattere le barriere e i confini. Adesso sono qui così tanti nazionalisti e nazisti e fascisti e separatisti, così tanti come ce ne sono stati solo negli anni '30. Questo mi fa una gran paura.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ecco, appunto, Giuliano! Paura, sgomento, sempre uguale e profondo, quando vedi uomini vestiti come noi, con auto simili alle nostre, case simili alle nostre, che trasformano questa somiglianza in braccia che sostengono mitragliatori o armi di cui non conosco il nome, e dicono e riconosci dai corpi immersi nel sangue tutto attorno che quelle armi sono disposti ad usare, tranquilli come se fossero altri strumenti di lavoro a noi più noti. Questo è quello che mi sconvolge e il silenzio, l'indifferenza colpevole con la quale i nostri piccoli paesi "felici" guardano a tragedie come queste... o non guardano ...

      Elimina
    2. ...perché poi, non è vero che la distanza o la vicinanza non siano importanti, storie simili, vicende che, nel tempo, ci hanno formati, il nazismo e il fascismo fanno parte della nostra storia, se rinascono e sappiamo che è facile facile, in continuazione anche proprio nella nostra Italia, ci toccano in modo maggiore che un fenomeno che non conosciamo per nulla... o no?, insomma ce ne sentiamo maggiormente partecipi.. alcuni...

      Elimina
    3. più che partecipi, forse è meglio dire, coinvolti

      Elimina
  2. Giorgio Bocca vent'anni fa scriveva: no, i fascisti non vanno fatti parlare. Era il periodo dello "sdoganamento", la candidatura di Gianfranco Fini (chi era costui?) a sindaco di Roma...
    Bocca se la prendeva con quelli che dicevano che un parere vale l'altro, "ognuno la pensa a suo modo", e via stupidaggini. O, meglio: non sono stupidaggini, sono regole che valgono fra le persone a posto; certi invece possono essere pericolosi e vanno fermati. Mi si può chiedere chi decide, e io aggiungo: parlino pure tutti, meno i fascisti e i pedofili.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È vero sai? anch'io penso che mica tutti i pensieri valgano allo stesso modo, il principio dovrebbe essere quello del bene comune, uno dei principi, dovrebbe essere il rispetto della dimensione umana, e quindi, lo spazio, la dignità, l'incolumità, l' "intoccabilità", nel senso di sacralità dei diritti e della "bellezza", della "particolarità" di ognuno... ma vai e spiegalo ai politici e a quelli che hanno bisogno delle armi per affermare di esistere...

      Elimina
  3. ecco una lettera di Bocca a Violante, sembra scritta ieri

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/giorgio-bocca-lettera-aperta-a-luciano-violante/

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Caspita, franz!!!!!
      A Violante andò malino, nonostante avesse fatto come i giornalisti aspiranti direttori di cui parla Bocca in quell'illuminante intervento, non so se ora pratichi nell'ombra, ma non se ne sente per nulla la mancanza. È stato però sostituito da uno che quella Democrazia Cristiana anni 2000 incarna molto meglio di lui, forse il 1998 era davvero troppo presto. I voti di Renzi... è inutile anche ripeterlo e tutto il sistema...

      Elimina