lunedì 10 marzo 2014

Erba e capitalismo

Long Island, la costa settentrionale di essa, quella sulla quale Francis Scott Fitzgerald aveva immaginato e ambientato il suo romanzo, tradotto nel 1950 da Fernanda Pivano con il titolo Il grande Gatsby. Long Island è la stessa sulla quale, ai giorni nostri, vive una piccola parte di quella classe sociale che può permettersi case magnifiche, circondate da parchi con accesso all'oceano attraverso spiagge bianchissime, del valore minimo di 40 milioni di dollari. Molti tra i nuovi proprietari di quelle dimore pare siano gli attuali brokers di Wall Street.

In Presa diretta, la trasmissione di Riccardo Iacona dedicata, il 3 marzo scorso, alle responsabilità di banche e finanza nella situazione economica attuale,  sono state intervistate diverse persone coinvolte a vario titolo  nei modi di produzione, distribuzione e rapina delle ricchezze del nostro pianeta.
Abbiamo sentito un broker spiegare come l'iniezione di liquidità operata dalla banca centrale americana, nell'ultimo periodo, sia andata ad alimentare non tanto l'economia reale, quanto la circolazione del denaro, attraverso le transazioni finanziarie operate dalle banche beneficiate, in Borsa. I guadagni, in questo caso, si fermerebbero ai livelli degli operatori di borsa e dei vertici delle banche stesse.

Ma non è tanto nei meccanismi finanziari che vorrei addentrarmi, anche se ho ascoltato, letteralmente, ad occhi sbarrati e a bocca aperta, le cose raccontate in quel programma, quanto sottolineare, di quel programma, una frase, facile facile, detta da una donna in carne ed ossa, commerciante, in quella parte di isola terrena che è Long Island, il cui lavoro consiste nella gestione di un ristorante.
Ristorante di un certo livello, ché di un certo livello sono le persone che in quella piccolissima parte di mondo abitano, visto che si possono permettere case dai 40 milioni di dollari  in sù, oltre alle Ferrari.

La frase era: "Qui si offre e si mangia carne di bovini alimentati ad erba."

- Oh, bella! - dovrebbe venire subito da pensare se non si fosse totalmente anestetizzati rispetto a certi fondamenti della nostra vita (dimenticati, paradossalmente e tristemente dimenticati) - perché con cos' altro dovrebbero essere nutriti i bovini? e gli ovini? Gli abitanti di Long Island sono ricchi e si nutrono di  carni di animali provenienti dai pascoli? I pascoli? e dove stanno i pascoli?  e se non sono nutriti ad erba, i bovini per i non ricchi, come diavolo sono nutriti? e i ricchi perché non vogliono mangiare quelle stesse carni di cui si nutre la stragrande maggioranza della popolazione dell'occidente? -

Così, arrivo a pensare e a mettere in relazione il libro illuminantissimo, che sto leggendo in questi giorni, con quella frase apparentemente quasi fuori contesto in quella trasmissione di finanza e denaro, con le nostre abitudini alimentari e con l'invadenza degli interessi economici altrui nei nostri stomaci e nei nostri corpi.

Il dilemma dell'onnivoro è il titolo del libro, The Omnivore's Dilemma il titolo originale, l'autore Michael Pollan.

Parla, prevalentemente, della situazione dell'industria alimentare negli USA, tremenda e florida allo stesso tempo, e, vista la globalizzazione dell'economia, non credo proprio troppo diversa da quella di tutto l'occidente.
Pollan decide di far iniziare la sua inchiesta approfondita, con il racconto dell'apparizione del mais sulla scena della storia della nostra civiltà, dalla scoperta dell'America ad oggi. Avvincente. Scoprire quanto la natura,. il caso e l'attenzione dell'uomo a quello che gli accade attorno, quando si tratta della propria sopravvivenza, possano essere interrelate e possano scoprirsi decisive, spesso soltanto, a posteriori.
Il mais, come pianta, ha avuto dal momento della sua apparizione sulla terra delle caratteristiche tali che parevano fatte apposta per essere manipolate e per essere adattate a diversi climi e terreni. Ha così, lentamente mostrato la possibilità di essere sfruttato oltre che per la sua adattabilità anche per l'abbondanza di raccolti che riusciva a dare. Da qui è nata, dice Pollan, la sua complicità con l'uomo ma, tristemente, ha rappresentato la porta attraverso la quale il capitalismo è entrato prepotentemente nell'alimentazione umana.

Sentite cosa si è potuto fare con la pianta del mais:

"Gli indiani d'America furono i primi ibridatori al mondo: riuscirono a sviluppare migliaia di cultivar, per ogni ambiente e utilizzo immaginabile.
...
Ma tra tutti gli ambienti in cui la pianta è riuscita da allora ad installarsi con successo, uno spicca come il suo trionfo evolutivo: è la nostra società, il mondo dell'industria, del consumismo, del capitalismo, cioè il mondo dei supermercati e dei fast food. Per prosperare all'interno della catena alimentare industriale, il mais ha dovuto assumere spoglie avolte davvero improbabili. Si è dovuto adattare non solo agli umani ma alle loro macchine, e ha così imparato a crescere dritto e alto, in ranghi serrati come quelli di un esercito. Ha dovuto aumentare la sua resa di vari ordini di grandezza,piegandosi a crescere gomito a gomito, fino a raggiungere densità di settantamila piante per ettaro. Si è adattatoa mangiare petrolio (cioè ad essere concimato con prodotti di origine petrolchimica)e ha sviluppato tolleranze a varie sostanze chimiche di sintesi. Ma prima ancora di fare questi numeri e assicurarsi un posto al sole nella luce abbagliante del capitalismo, il mais si è dovuto trasformare in qualcosa che non si era mai visto nel mondo vegetale: un copyright.
Gli amori del granturco, come abbiamo visto, ci permettono di fare ciò che vogliamo dal punto di vista genetico, tranne rivendicarne la proprietà, il che è un bel problema per una pianta che vuole entrare nel mondo del capitalismo. Se incrociando due individui ne ottengo un altro dotato di caratteristiche ottimali, posso vendere i semi che ho ricavato una sola volta: il compratore infatti con i miei chicchi è in grado di far nascere altre piante, che a loro volta danno semi, che si possono piantare gratis e così via. Un commercio del genere sarebbe morto sul nascere: è difficile controllare i mezzi di produzione quando si vende un prodotto in grado di replicarsi all'infinito. E' uno dei campi in cui gli imperativi biologici mal si sposano con quelli del capitalismo.
Ma non è un'impresa impossibile. All'inizio del ventesio secolo, gli americani trovarono un modo per mettere sotto stretto controllo la riproduzione del mais e per proteggere i semi dalla copia non autorizzata. Scoprirono infatti che quando si incrociano due individui provenienti da ceppi autofecondati, cioè i cui antenati si sono autoimpollinati per molte generazioni, gli ibridi che ne risultano hanno alcune caratteristiche peculiari. Per prima cosa, da tutti i semi della prima generazione (F1, nel gergo degli agronomi) nascono esemplari geneticamente identici (il che, tra le altre cose, favorisce la meccanizzazione dei campi). In secondo luogo, queste piante mostrano un fenomeno detto  - eterosi - o - vigore ibrido -, il che le porta a essere più produttive dei loro genitori. Ma soprattutto, i semi da loro prodotti non fanno nascere piante - giuste -: la seconda generazione (F2) ha poco a che vedere con la prima. In particolare le rese calano fino a un terzo, il che rende questi semi praticamente senza valore.
Il mais ibrido offriva quindia chi ne sviluppava nuove varietà un dono che nessuna altra specie, all'epoca, poteva vantare: l'equivalente di un brevetto. I contadini dovettero iniziare a comprare nuovi semi ad ogni primavera. Invece di dipendere dalle piante e dalla loro replicazione, si trovarono a dipendere da un'azienda. Per la prima volta l'industria alimentare generava profitti investendo nella riproduzione di una pianta. Coperto di attenzioni, oggetto di ricerche, pubblicità e marketing, il mais ripagò questi sforzi diventando sempre più produttivo, anno dopo anno. Con l'avvento degli ibridi F1e di una tecnologia in grado di rimodellare la natura a immagine del capitale, Zea mays fece il suo ingresso nell'era industriale e con il passare del tempo si tirò dietro tutta la catena alimentare americana."

Per me, anche solo la lettura di queste poche righe ha avuto un effetto illuminante. Fa riflettere ancora una volta su quanto e come niente nella nostra società possa dirsi sfuggire alle logiche economiche capitalistiche e, allo stesso tempo, di quanto questa evidenza sia tenuta nascosta ai più dal sistema politico e da quello dei mass media. Eppure esistono voci di denuncia, forti e limpide nella loro logica. La sordità, però, di fronte ad esse appare invincibile e, per abitudine, per pigrizia, per conformismo si continua a vivere in modo totalmente innaturale, ammettendo e diventando consumatori di prodotti ai quali, in fondo, potremmo rinunciare facilmente se solo la nostra critica al sistema economico e politico volesse diventare appena più coerente.

La coltivazione del mais ha dato un impulso decisivo e fondamentale all'industria alimentare, che rappresenta, lo si capisce perfettamente leggendo questo libro, il mezzo attraverso il quale la quantità del cibo prodotto e producibile è diventato criterio unico di regolazione del mercato. Nelle infinite piantaggioni di mais degli Stati Uniti, i sussidi statali vengono assegnati in base alle quantità di raccolto effettuato, seppure ogni anno vi è un surplus enorme che fa crollare i prezzi, motivo per il quale esistono i sussidi statali, eppure dal mais si può ricavare di tutto, tutto quello che è utile all'industria, appunto. Così, i coltivatori riescono a sopravvivere grazie ai sussidi e sono incentivati a produrre sempre di più, l'industria è a sufficenza approvvigionata di tutto quello che il mais può offrire, i profitti delle multinazionali dell'agroalimentare crescono e noi ci nutriamo ... di mais sempre meno naturale.

Il mais, infatti, costituisce il cibo principale degli allevamenti intensivi. Ecco dunque che siamo arrivati alla rassicurazione offerta dalla ristoratrice di Long Island. Nei  feedlots, "recinti da ingrasso" del bestiame, infatti, l'erba, nutrimento naturale dei bovini, è sostituito dal granturco. Ma l'apparato digerente dei bovini è fatto in un modo tale che è perfetto e insostituibile per l'assimilazione dell' erba dei pascoli, inadatto per la digestione di un cereale quale è il mais, così, insieme ad esso i bovini dei feedlots sono nutriti con una mole infinita di antibiotici e altre schifezze che oltre ad aiutarli nel difficile compito della necessità imposta dall'industria, di raggiungere in tempi brevi un determinato peso, li aiutano a non morire di malattia.
Ecco svelato quanto diventa importante per ogni ristoratore "responsabile" precisare il modo nel quale l'animale le cui carni vengono offerte come cibo, è nutrito.

Quanto sin qui argomentato non è che una sintesi brevissima della complessità dei problemi affrontati nel libro da Michael Pollan. Quello che mi interessava sottolineare è quanto questo sistema economico e politico e finanziario e, infine, sociale, di conformismo, di mancanza di conflitto, di affermazione di buone maniere, poichè di non buone maniere è vista qualsiasi critica o qualsiasi opposizione a quanto deciso dai poteri economici, innanzitutto, sia esso stesso un sistema innaturale, che distrugge, che devasta territori e umanità. Quanto sia giusto opporvisi, anche solamente smettendo di essere consumatori ciechi e acritici irretiti da pubblicità e marketing, dalla paura di essere considerati diversi.

Compito difficile, non impossibile.




2 commenti:

  1. è tutto molto importante, anche al di là dell'essere vegetariani: per esempio, in Italia il morbo della mucca pazza non è arrivato perché abbiamo da tempo immemorabile consorzi come quello del Parmigiano-Reggiano (ce ne sono altri) dove le mucche da latte vengono alimentate solo con fieno o erba; invece gli inglesi alimentavano le mucche con qualsiasi cosa, compresi i residui di macellazione delle pecore (da qui la diffusione del morbo...) (spaventoso, ma vero!).
    Non so quanti ne siano davvero al corrente... ma basta una generazione di manager cretini e tutto questo sparirà.
    Oggi ho ascoltato il tg, c'era il premier Cameron che diceva che il suo obiettivo è far diventare UK il posto più digitalizzato d'Europa - questi per me sono discorsi vecchi, gente che non ha capito cosa ci riserva il futuro, come quando si fanno le TAV, le superstrade, le Expo... Magari noi ce la scampiamo, ma quanto durerà? Cosa mangeremo in futuro, le autostrade e i tweet?

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    1. Leggendo il libro, Giuliano, mi sono resa conto di come, anche qui da noi, non voglio dire esistano allevamenti intensivi tipo quelli americani, che sono MOSTRUOSI, ma non perché io sia vegetariana, ma perché, oltre ad essere MOSTRUOSI, perché tenere in gabbia animali nati per pascolare sui campi aperti è mostruoso, ma perché le loro carni fanno male, male alla salute, a prescindere dal fatto che nei loro mangimi sia o no aggiunto qualche resto di macellazione. Anche solamente il mais è nocivo per loro. Ecco perché chi tenta di vendere la qualità sottolinea questo fatto. Ma dagli allevamenti intensivi arriva la maggior parte delle carni in commercio, se non come quelli americani, sempre intensivi saranno e dunque con l'attenzione rivolta alla quantità non alla qualità. Fermiamoli! Io, nel frattempo, mi sto cibando in questo periodo con molta più attenzione di prima. Un'altra mia piccolissima lotta, non solo per star meglio, ma per smettere di farmi prendere in giro!

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