martedì 18 marzo 2014

Di come possa l'Uomo, agire senza sapere

Avrei potuto dire "senza consapevolezza" ma, purtroppo, anche questa parola, preziosa, "consapevolezza" può, per alcuni, non significare nulla, troppo complicato l'universo che racchiude, così che si tende, paradossalmente, a svilirne la portata.
Avrei potuto dire "senza coscienza" ma per quanti la parola "coscienza" ha mai avuto un significato? compresi quelli che la usano e che ne abusano per ricordare a se stessi un'appartenenza religiosa che, nei fatti, non hanno più?
Avrei potuto dire "alla cieca" o "ciecamente" ma anche questa è espressione abusata e in quanto tale svuotata di senso... che poi, "essere sordi e ciechi", si dice per atteggiamenti da parte di persone dotate di sensi normalissimi, a fronte di persone con oggettivi deficit sensoriali, quali l'udito e la vista, che in confronto alle persone "normali" dimostrano sensibilità  da giganti nei confronti della vita intera. Se fossi cieca mi offenderei ad essere paragonata ad un normovedente stupido del quale si dice "cieco", invece di chiamarlo semplicemente con quanto gli spetta: stupido.
La metafora può anche non essere sempre perfettamente azzeccata e quelle più utilizzate sono tra le prime a perdere di pregnanza, in quanto pronte ad essere usate a proposito e a sproposito.

Così il sintagma "senza sapere"  sembra definire meglio un'azione che denota tra le prime "ignoranze" quella di se stessi. L'individuo che non sa, che agisce senza sapere, ha ignoranza innanzitutto di se stesso e soprattutto ignora la propria ignoranza di sé. Possiamo dire che agisce senza sapere di sé.

Una delle fondamentali azioni basate su tale ignoranza, credo sia quella che avviene per  fede.
Un'altra è quella che avviene per ideologia. La fede e l'ideologia sono accomunate dall'adesione totale a sistemi prescrittivi che l'individuo non si permette, né si compiace, di verificare.

Il libro di Michael Pollan  Il dilemma dell'onnivoro del quale ho parlato già fa riflettere su tutti questi problemi della nostra vita quotidiana, problemi che vogliamo non ci appaiano tali, dimenticando che se affrontassimo l'intera nostra esistenza accettando l'idea che ogni problema implica una soluzione che prevede almeno due alternative, daremmo a noi stessi quel margine di libertà che, diversamente, altri vorrebbero decidere e elargirci a modo loro. Come se la libertà potesse venirci concessa da altri e non fosse il frutto della nostra capacità di discriminare tra il bene e il male, tra ciò che vogliamo e ciò che volentieri eviteremmo.

Ecco, Michael Pollan, in questo suo libro, parla di tutto quell'universo di valori, di tradizioni, di modi di produzione, di economia, di etica e morale che riguarda il cibo e il nostro nutrirci. Parla di animalisti e di cacciatori, di vegetariani e carnivori, di specie animali, specie vegetali e di esseri umani. Parla di simbiosi tra le diverse specie, parla di responsabilità e scelta.
Mi appare pensatore e studioso onesto perché sa, e tende a precisarlo, spesso citando altri studiosi e ricercatori e allevatori votati all'allevamento intensivo e altri che hanno scelto l'allevamento "biologico" (prima ci fa sapere quanti e quali insidie nasconda quanto viene chiamato biologico), sa, appunto, che la capacità raziocinante dell'uomo  tende a giustificare qualsiasi cosa egli voglia (Benjamin Franklin).
Infatti Pollan non fa mistero della sua tendenza (naturale, in quanto insita nella struttura organica del corpo umano, cioè siamo fatti per mangiare [conformazione della dentatura umana] e digerire [succhi gastrici e via discorrendo] anche la carne di altri animali) all'essere onnivoro e dunque anche mangiatore di carne. Quello di cui vorrebbe l'animale umano si riappropriasse è la sua facoltà di sapere, appunto, che quella carne, comprata al supermercato o nei McDonald's o in qualsiasi altro fast food di cui le nostre città sono piene (soprattutto le città americane), la riconoscessimo come proveniente da un animale, essere vivente, capace, certamente, di sentire, forse non sofferenza, ma certamente dolore; forse non munito di anima, ma certamente di una istintiva tendenza al benessere e non paragonabile, né trattabile come una macchina. A macchina, invece, gli allevamenti intensivi trasformano gli animali.

Insomma, Michael Pollan riesce nel difficilissimo compito di far comprendere come, esercitando il nostro cervello anche solo a riconoscere un cibo più naturale possibile per noi, e dunque più salutare, più buono, nel senso di più saporito riusciremmo a mettere i bastoni tra le ruote al sistema capitalistico che ha fatto dell'agroalimentare un terreno che non conosce crisi.
Ecco anche perché, quando sento in questo periodo che i consumi alimentari sono diminuiti penso che, forse, non è poi un sintomo così negativo come vorrebbero farci credere. Ecco perché penso che la scomparsa dei supermercati non farebbe che bene al genere umano intero, ecco perché gli abiti a 9,99 € se smettessero di essere acquistati ripulirebbero la terra da una grande serie di ingiustizie.
Non sto semplificando, so quanto di tutto il sistema io stessa sia partecipe, so però anche che ricordo ancora, sarà effetto dell'età, la latteria dall'altro lato della via lungo la quale ho abitato da bambina, il negozio dei "coloniali", la panetteria, la pescheria, lontana da casa almeno 2 chilometri, il negozio della verduraia. So che ricordo le "commissioni" che venivano affidate alle bambine nel fare la spesa, che il negoziante sapeva sempre figlia di chi eri e quale attenzione dovesse dare alla fornitura delle sue non illimitate merci, so che, a volte, quello che si chiedeva mancava, e allora si era in grado di farne a meno per qualche giorno, so che di quei "negozianti" ricordo ancora il nome. Ecco, allora, su cosa mi ha fatto riflettere Pollan: il cibo, nella tradizione umana è sempre servito anche quale tramite per la creazione di rapporti umani, di relazioni, di riconoscimenti, di condivisioni, di percorsi comuni, di rispetto per quanto preso alla terra, compreso in questo anche la carne, se è vero che di quell'animale sappiamo essere stato rispettato nei suoi cicli naturali in vita; che l'agnello, macellato per la festa, da uno dei pastori della zona nella quale si abita, forse è ancora, più accettabile di quello comprato in uno dei tanti supermercati a prezzi stracciati.

L'ultima carne di agnello mangiata è stata quella natalizia. L'ho pensata, ancora, come tramite umano, come relazione di amicizia tra me e le persone che me lo hanno fornito, l'ho pensata come dono a chi tutti i pensieri che io ci ho messo sopra nel prepararla e mangiarla non li hanno mai avuti, o, almeno non in questi termini o non li potrebbero avere più, visto che il piacere del cibo, per età, non è più mediato dall'Idea. Nel leggere Pollan ho giustificato me stessa e il mio senso di colpa nel cibarmi di un animale che, forse, non ho mai visto a distanza ravvicinata in carne ed ossa, ma la cui immagine mi accompagna come quella di un qualsiasi cucciolo di animale e al quale, credo, non riuscirei a fare mai alcun male.



immagine tratta da internet

2 commenti:

  1. ho letto il libro, mi è piaciuto molto, poi l'ultimo quarto no.
    ho smesso vi mangiare carne una decina d'anni fa, non ho problemi se uno a casa sua la mangia, ma vorrei che l'agnello o il maialetto se lo ammazzasse da sé, altrimenti non vale:)

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    1. Hai ragione. Credo anche, però, che molte delle sue argomentazioni a favore del dubbio tra l'una e l'altra scelta non siano sbagliate. Ho raccontato la mia esperienza natalizia dell'agnello perché ho creduto di vederci in essa una, quasi, inconsapevole conferma nella condizione umana della necessità della condivisione e dell'esistenza dei rituali. Se li si riscoprisse, olte delle oscenità alle quali sono sottoposti animali ed esseri umani scomparirebbero, io credo.

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