sabato 29 marzo 2014

Disagi e librai gentili

Allo sportello della biglietteria della stazione della città di ** ho incontrato un impiegato a disagio, era a disagio nel colore dei capelli e nella loro acconciatura, nella pelle del volto, chiazzata da macchie di psoriasi, tra il rosso e il bianco, ma soprattutto era a disagio nel colletto della camicia, forse bianca ma che nel ricordo appare giallina. Attorno alla camicia che stringeva il collo, sottile, si trovava persino una cravatta, scura, forse a disegni rossi e neri e un maglioncino con scollatura a V sul celeste. Mi ha detto lui di avvicinarmi alla sua postazione, io ho obbedito, assennata e sorridente, ho fatto la mia richiesta e lui ha iniziato, con un dito, doveva essere l'indice, ad allentare, a cercare di far ruotare il collo della camicia stretta, ma chiusa sino in cima da bottone e cravatta, ad allontanare dal collo quella garrotta che pareva soffocarlo, ha continuato così per tutta la durata della mia permanenza lì, di fronte a lui, ha risposto alle mie domande, infastidito e annoiato, e continuava con le sue operazioni di presa d'aria. Mi sono scusata, ho spiegato il motivo delle mie domande ripetute, forse una volta di troppo, per chi non ha tempo, per chi rischia di soffocare. Stavo per dirgli, - scusi, ma perché non leva la cravatta e apre il primo bottone? forse le gioverebbe… - non ho osato non tanto per paura della risposta, quanto per il mio incanto davanti a tanta sofferenza e all'incapacità di venirne fuori.
Il mio stupore era talmente grande che sono andata via con il biglietto tra le mani ma senza il libro comprato poco prima. L'ho dimenticato lì, abbandonato allo sportello della biglietteria della città di **. Mi sono resa conto di non averlo più con me quando seduta in un caffè ottocentesco, o in quello stile, mentre mangiavo una fetta di crostata quasi disgustosa, l'ho cercato per poter leggere le prime pagine.
Sono ritornata indietro di corsa… dopo aver pagato il disgusto s'intende… - non può esserci - pensavo, che peccato dovrò andare a comprarne immediatamente un'altra copia, per dimenticare in fretta la mia colpevole distrazione, - dovrò nuovamente rivolgere domande indesiderate al signore della camicia infausta, della pelle sofferente, chissà come mi tratterà, penserà che sono rimbambita, esattamente quello che io ho pensato di lui. Lui invece non c'era più, tristemente vuoto lo sportello che pochi minuti prima occupava i suoi movimenti convulsi e i suoi sospiri. Sarà andato via per potersi togliere la camicia, spero.
Il mio libro era ancora lì, sul ripiano che si trova sempre sotto il vetro dello sportello di qualsiasi biglietteria, spostato sulla destra, ancora dentro la sua brutta busta di plastica dal bel colore verde acceso.

Il libro è Il quinto figlio di Doris Lessing, che non avevo letto mai, l'ho letto quasi interamente durante il tragitto di ritorno nella mia città.

Il bel segnalibro regalatomi dal libraio gentile della città di ** è questo:


4 commenti:

  1. Bella la storia e bello lo slogan del segnalibro: siete voi Lettrici a salvare, chissà per quanto ancora, l'Arte di noi scrittori. (Che però continuo a considerare, perdonami, leggermente superiori alle scrittrici: una delle poche cose in cui mi trovo d'accordo col critico D'Orrico è quando ha l'impopolare coraggio di dire che "la letteratura è un'arte femminile in cui ad eccellere, per misteriosi motivi, sono i maschi". Con le dovute eccezioni, naturalmente: ad esempio tutti i maschi italiani da classifica attuali, messi assieme, non sarebbero degni di allacciare una scarpa alla meravigliosa Carson Mc Cullers...)

    Un abbraccio

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  2. Che meraviglia, eh?! Il cuore è un cacciatore solitario. Pianto e riso insieme alle storie talmente banali da essere totalmente nostre, raccontate da Carson, alla bella età di poco più di vent'anni, se non sbaglio. La profondità, la figura dell'ascoltatore sordo, poi, era mia, semplicemente mia. La sua solitudine, la sua tristezza, l'impossibilità di essere visto, finalmente, come qualcuno desideroso di parola, di racconto di sé, di superamento della propria scandalosa solitudine in mezzo a un fiume di parole proveniente da tutti i personaggi che lo circondavano e gli parlavano. E' vero, la solitudine era anche la loro, ma lui li "ascoltava", comunque, nonostante tutto.
    Non so, poi, se è vero che la scrittura femminile sia inferiore a quella maschile, può essere. Le parole efficaci arrivano comunque.
    A proposito dello slogan del segnalibro, è vero, è proprio bello, e, ti dorò, molto veritiero sotto due aspetti fondamentali, quello metaforico, poiché le donne hanno una capacità magistrale di vivere le pagine della Storia, e qui posso ricordare il mio post (http://bibliomatilda.blogspot.it/2014/03/poiche-non-scrivero-mai-un-libro.html), e poi materialmente… io, ad esempio le pagine dei libri le sottolineo, aggiungo commenti ed impressioni, luoghi nei quali mi trovo quando leggo e così via. Il libraio era gentile nello sguardo, il bigliettaio era sofferente ;-) Ciao Zio, grazie per l'intervento :)*

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  3. Bel segnalibro e bella storia...da bibliomatilda :)

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    1. Ohooohhh… ben tornato All, ;-) e grazie mille... smack smack

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