lunedì 31 marzo 2014

Libri della vita, in ordine quasi cronologico

Per ogni libro ho isolato una o poche parole che, il libro in questione, hanno definito:

Noi e il nostro corpo                                                                         Crescere

Una donna                                                                                        Consapevolezza

L'Io diviso                                                                                         Conflitto

Il piccolo principe                                                                              Sogno/Amore/Esperienza

L'uomo senza qualità                                                                  Ragione/Critica/Conoscenza/Possibilità

Il processo                                                                                         Assurdità dell'esistere

Racconti di Kafka (tutti)                                                                     Stupore / Angoscia / Identità
                                                        
Il tamburo di latta                                                              Fascinazione della letteratura/Vita/  Diversità          
                                                                                               
I sommersi e i salvati                                                              Consapevolezza del male nell'/dell'umano

Il cavaliere inesistente                                                     Gioco/ Fantasia / Leggerezza / Amore / Ironia

Cent'anni di solitudine                                     Magia dell/nell'amore nella Storia collettiva e individuale

L'anno della morte di Ricardo Reis                          Solitudine/ Natura / Lisbona e Storia / Guerra

Cecità                    L'orrore del pregiudizio diffuso/ La "massa"/ L'omologazione / Paura della diversità

Grande Sertao L'intera Vita con Materia e Spirito, Natura e Artificio, Coraggio e Viltà, Eroismo e Tenerezza

Anna Karenina                                 Grandezza del coraggio di scegliere/Tragedia imposta dalla società

L'Idiota                                                                                        Umanità positiva/ Solitudine inevitabile

Che tu sia per me il coltello Condivisione/Comunicazione tra esseri umani/Amore, Timore e Meraviglia


Su consiglio delle autrici del libro Curarsi con i libri, Ella Berthoud e Susan Elderkin che, nel paragrafo dedicato all'Identità, invitano a radicarla in una decina di libri (io ne ho isolato diciotto) da sistemare in uno scaffale apposito, separato dagli altri per aiutarci, nel vederli, a non dimenticare chi siamo, io li scrivo qui, andando a cercarli nella mia storia di lettrice.

Il primo rappresenta la scoperta del corpo e della sessualità, dell'adolescenza e dell'ingresso nel mistero della commistione di spirito e materia;

il secondo è la realizzazione letteraria del primo, nella mia esperienza. E' il matrimonio, come istituzione sbagliata in quanto strumento di dominio dell'uomo sulla donna. E' l'attraversamento dell'esperienza dell'annullamento di sé per convenzione sociale… ecc. ecc. (17 presentazioni sono un'esagerazione, così mi fermo qui)

Una breve nota sul libro ispiratore, Curarsi con i libri:

il libro è opera, l'ho già ricordato di due scrittrici inglesi, Susan Elderkin ed Ella Berthoud, quest'ultima anche pittrice e insegnante d'Arte. L'edizione italiana, invece è stata curata da Fabio Stassi che, leggo dal risvolto posteriore del libro, vive a Viterbo e lavora a Roma come bibliotecario, ma è autore anche di diversi romanzi.
La maggior parte delle voci che si rifanno a titoli di autori italiani è opera sua, di Fabio Stassi. L'ho voluto specificare poiché le autrici inglesi non si sarebbero certo potute permettere, visto il tono leggero e certamente non di critica sociale del testo, le parole che leggiamo a proposito del "malanno" Impotenza.

Per curare un tale, oltremodo fastidioso, male, viene consigliato il romanzo di Vitaliano Brancati:
Il bell'Antonio.
Sentite cosa si dice di questo testo che noi ricordiamo certamente, reinterpretato da Marcello Mastroianni,  nell'omonimo film di Mauro Bolognini, descrivendo il protagonista, Antonio:

"... la sua più grande arma di seduzione era la malcelata tristezza che traspariva dai suoi occhi e che spingeva ogni donna a prendersi cura di lui.
...
I tanti personaggi di questo libro, le sue situazioni, la sua dissacrante sfrontatezza vi divertiranno come pochi romanzi sono in grado di fare. Con una comicità intelligente e amara. Perché ogni argomento si può affrontare con una risata e a occhi aperti. Vi farà solo male, alla fine, e vi riempirà di vergogna, scoprire che la vera impotenza di cui sono affetti tutti gli italiani è quella di una nazione immatura e infantile, che non è mai riuscita ad avere una relazione gioiosa e trasparente con il desiderioe che continua a essere abitata in pari grado dalla nausea e dall'esaltazione.Qui, più che altrove, nell'isola metafora della Sicilia, il desiderio ha quasi sempre finito per generare rovina, stupidità, volgarità, crudeltà e demenza. Per questo in Brancati il discorso sull'impotenza e sulla lussuria assume un aspetto tetro e sinistro: perché lui non spostò mai il dito dall'autentica piaga del carattere degli italiani, la principale causa del loro eterno fascismo: il culto della virilità. Una società che si ripete con le sue maschere senza tempo di priapi con il fez e la camicia nera o verde, di ipocondriaci morbosi, di azzeccagarbugli. Qualsiasi Casanova ne uscirà con le ossa rotte. Casanova non è, in fondo, che l'altra faccia di Antonio Magnano, senza la sua fragilità. Entrambi testimoniano solo la dolorosa impotenza d'amare di un intero popolo."

Bibliografia:

Berthoud, Ella; Elderkin, Susan, Curarsi con i libri: rimedi letterari per ogni malanno, Sellerio, 2013;

The Boston Women's Health Book Collective, Noi e il nostro corpo: scritto dalle donne per le donne, Feltrinelli, 1974;

Aleramo, Sibilla, Una donna, Feltrinelli, 1973;

Laing, R. D., L'Io diviso, Einaudi, 7a edizione, 1974;

De Saint-Exupery, Antoine, Il piccolo principe, Bompiani, 1978;

Musil, Robert, L'uomo senza qualità, Einaudi, 3a edizione, 1978; (sul frontespizio appare scritto a matita: Febbraio-Aprile 1980. 30 e lode);

Kafka, Franz, Il processo, Adelphi, 2a edizione, 1980; (sul frontespizio appare scritto: ottobre 1980);

Kafka, Franz, Racconti, Feltrinelli, 12a edizione, 1988; (una tra le tante lette);

Grass, Günter, Il tamburo di latta, 14 edizione, Feltrinelli, 1999;

Levi, Primo, I sommersi e i salvati, Einaudi, 2001;

Calvino, Italo, Il cavaliere inesistente, 5a edizione, 1977; (letto e riletto);

Marquez, Gabriel García, Cent'anni di solitudine, 15 edizione, Feltrinelli, 1974; (letto  più di recente e riletto e riletto);

Saramago, José, L'anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi, 1996;

Saramago, José, Cecità, Einaudi, 1996;

Guimarães Rosa, João, Grande Sertão, 7a edizione, 1996; (letto per la prima volta nel 2005 e riletto e riletto)

Tolstoj, Lev Nikolaevič, Anna Karenina, 15 edizione, Garzanti, 1992;

Dostoevskij, Fëdor Mihajlovič, L'idiota, 1991;

Grossman, David, Che tu sia per me il coltello, Mondadori, 2001, (letto nel 2001)




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sabato 29 marzo 2014

Disagi e librai gentili

Allo sportello della biglietteria della stazione della città di ** ho incontrato un impiegato a disagio, era a disagio nel colore dei capelli e nella loro acconciatura, nella pelle del volto, chiazzata da macchie di psoriasi, tra il rosso e il bianco, ma soprattutto era a disagio nel colletto della camicia, forse bianca ma che nel ricordo appare giallina. Attorno alla camicia che stringeva il collo, sottile, si trovava persino una cravatta, scura, forse a disegni rossi e neri e un maglioncino con scollatura a V sul celeste. Mi ha detto lui di avvicinarmi alla sua postazione, io ho obbedito, assennata e sorridente, ho fatto la mia richiesta e lui ha iniziato, con un dito, doveva essere l'indice, ad allentare, a cercare di far ruotare il collo della camicia stretta, ma chiusa sino in cima da bottone e cravatta, ad allontanare dal collo quella garrotta che pareva soffocarlo, ha continuato così per tutta la durata della mia permanenza lì, di fronte a lui, ha risposto alle mie domande, infastidito e annoiato, e continuava con le sue operazioni di presa d'aria. Mi sono scusata, ho spiegato il motivo delle mie domande ripetute, forse una volta di troppo, per chi non ha tempo, per chi rischia di soffocare. Stavo per dirgli, - scusi, ma perché non leva la cravatta e apre il primo bottone? forse le gioverebbe… - non ho osato non tanto per paura della risposta, quanto per il mio incanto davanti a tanta sofferenza e all'incapacità di venirne fuori.
Il mio stupore era talmente grande che sono andata via con il biglietto tra le mani ma senza il libro comprato poco prima. L'ho dimenticato lì, abbandonato allo sportello della biglietteria della città di **. Mi sono resa conto di non averlo più con me quando seduta in un caffè ottocentesco, o in quello stile, mentre mangiavo una fetta di crostata quasi disgustosa, l'ho cercato per poter leggere le prime pagine.
Sono ritornata indietro di corsa… dopo aver pagato il disgusto s'intende… - non può esserci - pensavo, che peccato dovrò andare a comprarne immediatamente un'altra copia, per dimenticare in fretta la mia colpevole distrazione, - dovrò nuovamente rivolgere domande indesiderate al signore della camicia infausta, della pelle sofferente, chissà come mi tratterà, penserà che sono rimbambita, esattamente quello che io ho pensato di lui. Lui invece non c'era più, tristemente vuoto lo sportello che pochi minuti prima occupava i suoi movimenti convulsi e i suoi sospiri. Sarà andato via per potersi togliere la camicia, spero.
Il mio libro era ancora lì, sul ripiano che si trova sempre sotto il vetro dello sportello di qualsiasi biglietteria, spostato sulla destra, ancora dentro la sua brutta busta di plastica dal bel colore verde acceso.

Il libro è Il quinto figlio di Doris Lessing, che non avevo letto mai, l'ho letto quasi interamente durante il tragitto di ritorno nella mia città.

Il bel segnalibro regalatomi dal libraio gentile della città di ** è questo:


giovedì 27 marzo 2014

Ero io

Utopia


Voglio che il sole mi scaldi. 
Lo voglio sentire 
espandersi 
dal centro della schiena, 
su verso le spalle 
e poi, 
come un ragno, 
con le zampe 
raggiungere 
i polpastrelli morbidi 
e tondi. 

Il ventre 
lo accoglie 
e gratifica 
con il sangue 
più rosso. 
Attraverso le dita del 
verde cipresso, 
scorgo il fantastico 
celeste del cielo. 
Come si può non allungare 
la mano e provare a 
toccarlo?




mercoledì 26 marzo 2014

ABC

Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all'ultimo non mi abbia perdonato.
Perché C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H..
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io ero lì accanto
avesse un qualunque significato
per J. per K. e il restante alfabeto.



Dimenticavo,
dando per scontato:

Wislawa Szymborska

dopo scriverò anche il titolo del volume,
che ora non ce l'ho sottomano



 Pierre Auguste Renoir
Dance at Bougival
1882-1883

sabato 22 marzo 2014

Poiché non scriverò mai un libro

e poiché, in fondo, l'ho scritto, come più o meno ogni essere umano, come ciascun essere umano.

Un libro senza righe scritte, un libro senza trama, con tantissima storia, fatto con gli anni, i passi, i sorrisi, le parole dette, urlate spesso, forse troppo, forse troppo poco, gli amori profondi, tutte quelle lacrime e delusioni e paure e felicità da ridere ancora se appena ci si pensa, con il cuore che dà voce allo spirito, che fa sentire se stesso e l'altro, con i sospiri, le attese e quel desiderio di danzare attorno alla persona amata.
Con il tempo, con i libri e le parole scritte da altri, da altre, dalla Storia.

Questo è uno di quelli


l'edizione è del 1974 e io avevo 15 anni.
Regalo della mia sorella maggiore.  Non so se tutte, allora come ora, ma io a 15 anni, ero bambina.
Lo ero sicuro. Così il possesso di questo libro iniziò ad insegnarmi, all'improvviso, che del corpo non solo non dovevo provare vergogna o paura, ma addirittura potevo rivendicarne la bellezza e la naturalità. Mica facile, questo, forse lo sanno tutte/i.

Anni cattivi quelli?
Vedete un po' voi. ..

Credo sia stato il libro che ho maggiormente toccato nella mia vita, che ho più letto, sul quale ho imparato il mistero e la bellezza, e forse anche la materialità dei rapporti uomo/donna ma quella materialità che tanto è sentita che diventa spiritualità della più alta. Io questo imparai ad imparare da queste pagine.

Le foto, i disegni, semplicissimi e anche se non bellissimi, puri.

Che cosa succede durante il rapporto sessuale


Il titolo di uno dei paragrafi più letti.
Era una delle esperienze meno raccontate. Leggendola in queste pagine ci si incontrava, oltre che con l'eventuale giovane compagno della realtà, con quella noi stessa che ci guardava agire e che guardava l'altro agire alla luce di quanto appreso in solitudine. C'era un dialogo con un modello positivo che ci avrebbe aiutato a capire e, forse, a volte, a difenderci. Tutto doveva essere preso sul serio, e noi, con fatica, imparavamo ad amare noi stesse. Per carità, non voglio dire che un buon inizio porti sempre alla felicità e all'armonia, figuriamoci! solo che l'intenzione, il metodo, diciamo così , non era per niente sbagliato. Tutto stava nell'impadronirsene e tanti erano i fattori che anche per noi remavano contro.
Però la possibilità c'era, la riconosco e amo queste pagine ingiallite e la me stessa di allora e quella di oggi che non le ha dimenticate.

L'altra immagine/mistero svelato, era questa


Chi mai dipingerebbe in questo modo, oggi?
Eppure è utile ed essenziale, sta parlando del corpo femminile, non tanto del feto, sta individuando la posizione dell'utero e gli effetti sul corpo, appunto.
Mistero, mistero meraviglioso. Ci sarà o non ci sarà nella mia vita? Ma siamo sicuri che io sia fatta proprio così? e si potrà reggere un peso tale? e quando? e perché? e con chi? e perché con quel chi? ma sarò in grado? ma quando, non ora, il tempo è infinito. Smettere di pensarsi bambine, imparare a pensarsi adulte, madri. Esserlo. Sentirsi tali. Amarsi come madri, sottraendo un po' di quell'amore alle proprie madri. Sarà possibile? Ci si riuscirà?

Il capitolo XIV, a pag. 293 è chiaramente quello meno letto.

Credo lo dovrò affrontare nei prossimi giorni, ritornando al mio vecchio libro di ragazza.


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venerdì 21 marzo 2014

Al futuro bambino maschio


Primavera
Sandro Botticelli
1492
(la bellezza è eterna,
come la nascita,
l'attesa,
e la creazione)


Sorrisi

Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti si fa d'obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l'esito incerto, 
gli interessi contrastanti - è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e smagliante.

Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un'andatura svelta, un'espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest'altro si accomiata.
È quanto mai opportuno un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.

La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l'aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

Un'umanità fraterna, dicono i sognatori,
trasformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c'è fretta alcuna, né tensione in viso.

Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.

Wislawa Szymborska
La gioia di scrivere
Tutte le poesie (1945 - 2009)

giovedì 20 marzo 2014

Cercasi

ritrattista capace di dipingere il cielo e me.

Di seguito il modello



 Tiziano
Ritratto di Eleonora Gonzaga Della Rovere
1538
Uffizi, Galleria
Firenze


Voglio andare all'Ermitage

voglio danzare
la gioia di esistere


fermarmi a contemplare il verde del giardino dove il rosso appare spento



ascoltare la musica provenire dal nobile liuto


vestirmi con le tonalità del blu e farmi sognare da un pittore indulgente



martedì 18 marzo 2014

Di come possa l'Uomo, agire senza sapere

Avrei potuto dire "senza consapevolezza" ma, purtroppo, anche questa parola, preziosa, "consapevolezza" può, per alcuni, non significare nulla, troppo complicato l'universo che racchiude, così che si tende, paradossalmente, a svilirne la portata.
Avrei potuto dire "senza coscienza" ma per quanti la parola "coscienza" ha mai avuto un significato? compresi quelli che la usano e che ne abusano per ricordare a se stessi un'appartenenza religiosa che, nei fatti, non hanno più?
Avrei potuto dire "alla cieca" o "ciecamente" ma anche questa è espressione abusata e in quanto tale svuotata di senso... che poi, "essere sordi e ciechi", si dice per atteggiamenti da parte di persone dotate di sensi normalissimi, a fronte di persone con oggettivi deficit sensoriali, quali l'udito e la vista, che in confronto alle persone "normali" dimostrano sensibilità  da giganti nei confronti della vita intera. Se fossi cieca mi offenderei ad essere paragonata ad un normovedente stupido del quale si dice "cieco", invece di chiamarlo semplicemente con quanto gli spetta: stupido.
La metafora può anche non essere sempre perfettamente azzeccata e quelle più utilizzate sono tra le prime a perdere di pregnanza, in quanto pronte ad essere usate a proposito e a sproposito.

Così il sintagma "senza sapere"  sembra definire meglio un'azione che denota tra le prime "ignoranze" quella di se stessi. L'individuo che non sa, che agisce senza sapere, ha ignoranza innanzitutto di se stesso e soprattutto ignora la propria ignoranza di sé. Possiamo dire che agisce senza sapere di sé.

Una delle fondamentali azioni basate su tale ignoranza, credo sia quella che avviene per  fede.
Un'altra è quella che avviene per ideologia. La fede e l'ideologia sono accomunate dall'adesione totale a sistemi prescrittivi che l'individuo non si permette, né si compiace, di verificare.

Il libro di Michael Pollan  Il dilemma dell'onnivoro del quale ho parlato già fa riflettere su tutti questi problemi della nostra vita quotidiana, problemi che vogliamo non ci appaiano tali, dimenticando che se affrontassimo l'intera nostra esistenza accettando l'idea che ogni problema implica una soluzione che prevede almeno due alternative, daremmo a noi stessi quel margine di libertà che, diversamente, altri vorrebbero decidere e elargirci a modo loro. Come se la libertà potesse venirci concessa da altri e non fosse il frutto della nostra capacità di discriminare tra il bene e il male, tra ciò che vogliamo e ciò che volentieri eviteremmo.

Ecco, Michael Pollan, in questo suo libro, parla di tutto quell'universo di valori, di tradizioni, di modi di produzione, di economia, di etica e morale che riguarda il cibo e il nostro nutrirci. Parla di animalisti e di cacciatori, di vegetariani e carnivori, di specie animali, specie vegetali e di esseri umani. Parla di simbiosi tra le diverse specie, parla di responsabilità e scelta.
Mi appare pensatore e studioso onesto perché sa, e tende a precisarlo, spesso citando altri studiosi e ricercatori e allevatori votati all'allevamento intensivo e altri che hanno scelto l'allevamento "biologico" (prima ci fa sapere quanti e quali insidie nasconda quanto viene chiamato biologico), sa, appunto, che la capacità raziocinante dell'uomo  tende a giustificare qualsiasi cosa egli voglia (Benjamin Franklin).
Infatti Pollan non fa mistero della sua tendenza (naturale, in quanto insita nella struttura organica del corpo umano, cioè siamo fatti per mangiare [conformazione della dentatura umana] e digerire [succhi gastrici e via discorrendo] anche la carne di altri animali) all'essere onnivoro e dunque anche mangiatore di carne. Quello di cui vorrebbe l'animale umano si riappropriasse è la sua facoltà di sapere, appunto, che quella carne, comprata al supermercato o nei McDonald's o in qualsiasi altro fast food di cui le nostre città sono piene (soprattutto le città americane), la riconoscessimo come proveniente da un animale, essere vivente, capace, certamente, di sentire, forse non sofferenza, ma certamente dolore; forse non munito di anima, ma certamente di una istintiva tendenza al benessere e non paragonabile, né trattabile come una macchina. A macchina, invece, gli allevamenti intensivi trasformano gli animali.

Insomma, Michael Pollan riesce nel difficilissimo compito di far comprendere come, esercitando il nostro cervello anche solo a riconoscere un cibo più naturale possibile per noi, e dunque più salutare, più buono, nel senso di più saporito riusciremmo a mettere i bastoni tra le ruote al sistema capitalistico che ha fatto dell'agroalimentare un terreno che non conosce crisi.
Ecco anche perché, quando sento in questo periodo che i consumi alimentari sono diminuiti penso che, forse, non è poi un sintomo così negativo come vorrebbero farci credere. Ecco perché penso che la scomparsa dei supermercati non farebbe che bene al genere umano intero, ecco perché gli abiti a 9,99 € se smettessero di essere acquistati ripulirebbero la terra da una grande serie di ingiustizie.
Non sto semplificando, so quanto di tutto il sistema io stessa sia partecipe, so però anche che ricordo ancora, sarà effetto dell'età, la latteria dall'altro lato della via lungo la quale ho abitato da bambina, il negozio dei "coloniali", la panetteria, la pescheria, lontana da casa almeno 2 chilometri, il negozio della verduraia. So che ricordo le "commissioni" che venivano affidate alle bambine nel fare la spesa, che il negoziante sapeva sempre figlia di chi eri e quale attenzione dovesse dare alla fornitura delle sue non illimitate merci, so che, a volte, quello che si chiedeva mancava, e allora si era in grado di farne a meno per qualche giorno, so che di quei "negozianti" ricordo ancora il nome. Ecco, allora, su cosa mi ha fatto riflettere Pollan: il cibo, nella tradizione umana è sempre servito anche quale tramite per la creazione di rapporti umani, di relazioni, di riconoscimenti, di condivisioni, di percorsi comuni, di rispetto per quanto preso alla terra, compreso in questo anche la carne, se è vero che di quell'animale sappiamo essere stato rispettato nei suoi cicli naturali in vita; che l'agnello, macellato per la festa, da uno dei pastori della zona nella quale si abita, forse è ancora, più accettabile di quello comprato in uno dei tanti supermercati a prezzi stracciati.

L'ultima carne di agnello mangiata è stata quella natalizia. L'ho pensata, ancora, come tramite umano, come relazione di amicizia tra me e le persone che me lo hanno fornito, l'ho pensata come dono a chi tutti i pensieri che io ci ho messo sopra nel prepararla e mangiarla non li hanno mai avuti, o, almeno non in questi termini o non li potrebbero avere più, visto che il piacere del cibo, per età, non è più mediato dall'Idea. Nel leggere Pollan ho giustificato me stessa e il mio senso di colpa nel cibarmi di un animale che, forse, non ho mai visto a distanza ravvicinata in carne ed ossa, ma la cui immagine mi accompagna come quella di un qualsiasi cucciolo di animale e al quale, credo, non riuscirei a fare mai alcun male.



immagine tratta da internet

lunedì 17 marzo 2014

Stagione dai lunghi crepuscoli

Ieri era uno di quelli,
oggi credo lo sarà ancora
perché il sole del mattino
è fulgente.
A sera, invece, quando ancora si riesce a vedere il sole velato, la luce è acquosa, i toni gialli si mischiano a quelli grigio perla e pare acqua quella che respiri nell'aria fresca. Poi è la luce bordeaux che occupa tutto lo spazio, in alto  un tono di celeste chiarissimo e le scie di nuvole rosa. Infine sembra che la luce si separi dal buio creando due mondi coesistenti e distinti.
Su in alto il cielo percorre e occupa territori estranei al buio della terra.



Claude  Monet
Water Lilies

sabato 15 marzo 2014

Cosa significa pace

Jobs Act1

Caspita!

Largo ai giovani! (chi l'aveva detto prima di Renzi? nessuno mi pare…)

Bene!

Da quanto si evince da articoli di quotidiani, telegiornali e internet, ho capito che:

i contratti a termine potranno essere stipulati non più per 12 mesi, bensì per 36 mesi, si passa dall'uno ai tre anni. Secondo quanto afferma il nuovo premier, o alcuni suoi sostenitori (troppi, considerando che vi è quasi tutto il sistema dei media tradizionali), tenere un lavoratore, giovane, sul fil di lama per tre anni, o con la spada di Damocle sulla testa o con che cosa volete voi, comunque in una situazione di precarietà, alla fine indurrebbe il datore di lavoro ad assumerlo a tempo indeterminato!!!!
Ora, che ci creda qualcuno in questa interpretazione della realtà è legittimo, possibile, ma che ci siano in questa interpretazione elementi oggettivi per affermare che essa è fondata…beh, ce ne passa!

Io ci vedo una precarietà semplicemente protratta, forse anche peggiore di quella dalla durata annuale.

Ci vedo un'illusione tanto più assimilata, una paura tanto più sofferta, una presa in giro tanto più spietata. Altro che garantire i giovani.

Un altro aspetto poi che non mi torna per nulla, è la "mancanza della causale" e cosa significa?
La causale per l'assunzione, mi rispondono, l'impresa, prima, doveva dare una causale per l'assunzione, in questo nuovo colpo di genio renziano, la causale non esisterà più. Ma non è che questa causale serve anche poi, quando uno decide di licenziare? Così, se io non specifico la causale dell'assunzione di un giovane o meno giovane, poi non devo neppure specificare la causale del licenziamento?

Ma l'aiuto (non più il diritto al lavoro) che il datore di lavoro dà al giovane nell'assumerlo, non rischia di essere visto dai maligni e da quelli che fomentano l'odio, come una assoluta libertà del datore di lavoro di non avere più alcun vincolo nel trattamento di abilità o semplicemente forza lavoro costituita, guarda caso, da persone o esseri umani, che dir si voglia?

Io, che sono assai maligna propenderei per questa ultima ipotesi.



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al mercatino del sabato


lunedì 10 marzo 2014

Erba e capitalismo

Long Island, la costa settentrionale di essa, quella sulla quale Francis Scott Fitzgerald aveva immaginato e ambientato il suo romanzo, tradotto nel 1950 da Fernanda Pivano con il titolo Il grande Gatsby. Long Island è la stessa sulla quale, ai giorni nostri, vive una piccola parte di quella classe sociale che può permettersi case magnifiche, circondate da parchi con accesso all'oceano attraverso spiagge bianchissime, del valore minimo di 40 milioni di dollari. Molti tra i nuovi proprietari di quelle dimore pare siano gli attuali brokers di Wall Street.

In Presa diretta, la trasmissione di Riccardo Iacona dedicata, il 3 marzo scorso, alle responsabilità di banche e finanza nella situazione economica attuale,  sono state intervistate diverse persone coinvolte a vario titolo  nei modi di produzione, distribuzione e rapina delle ricchezze del nostro pianeta.
Abbiamo sentito un broker spiegare come l'iniezione di liquidità operata dalla banca centrale americana, nell'ultimo periodo, sia andata ad alimentare non tanto l'economia reale, quanto la circolazione del denaro, attraverso le transazioni finanziarie operate dalle banche beneficiate, in Borsa. I guadagni, in questo caso, si fermerebbero ai livelli degli operatori di borsa e dei vertici delle banche stesse.

Ma non è tanto nei meccanismi finanziari che vorrei addentrarmi, anche se ho ascoltato, letteralmente, ad occhi sbarrati e a bocca aperta, le cose raccontate in quel programma, quanto sottolineare, di quel programma, una frase, facile facile, detta da una donna in carne ed ossa, commerciante, in quella parte di isola terrena che è Long Island, il cui lavoro consiste nella gestione di un ristorante.
Ristorante di un certo livello, ché di un certo livello sono le persone che in quella piccolissima parte di mondo abitano, visto che si possono permettere case dai 40 milioni di dollari  in sù, oltre alle Ferrari.

La frase era: "Qui si offre e si mangia carne di bovini alimentati ad erba."

- Oh, bella! - dovrebbe venire subito da pensare se non si fosse totalmente anestetizzati rispetto a certi fondamenti della nostra vita (dimenticati, paradossalmente e tristemente dimenticati) - perché con cos' altro dovrebbero essere nutriti i bovini? e gli ovini? Gli abitanti di Long Island sono ricchi e si nutrono di  carni di animali provenienti dai pascoli? I pascoli? e dove stanno i pascoli?  e se non sono nutriti ad erba, i bovini per i non ricchi, come diavolo sono nutriti? e i ricchi perché non vogliono mangiare quelle stesse carni di cui si nutre la stragrande maggioranza della popolazione dell'occidente? -

Così, arrivo a pensare e a mettere in relazione il libro illuminantissimo, che sto leggendo in questi giorni, con quella frase apparentemente quasi fuori contesto in quella trasmissione di finanza e denaro, con le nostre abitudini alimentari e con l'invadenza degli interessi economici altrui nei nostri stomaci e nei nostri corpi.

Il dilemma dell'onnivoro è il titolo del libro, The Omnivore's Dilemma il titolo originale, l'autore Michael Pollan.

Parla, prevalentemente, della situazione dell'industria alimentare negli USA, tremenda e florida allo stesso tempo, e, vista la globalizzazione dell'economia, non credo proprio troppo diversa da quella di tutto l'occidente.
Pollan decide di far iniziare la sua inchiesta approfondita, con il racconto dell'apparizione del mais sulla scena della storia della nostra civiltà, dalla scoperta dell'America ad oggi. Avvincente. Scoprire quanto la natura,. il caso e l'attenzione dell'uomo a quello che gli accade attorno, quando si tratta della propria sopravvivenza, possano essere interrelate e possano scoprirsi decisive, spesso soltanto, a posteriori.
Il mais, come pianta, ha avuto dal momento della sua apparizione sulla terra delle caratteristiche tali che parevano fatte apposta per essere manipolate e per essere adattate a diversi climi e terreni. Ha così, lentamente mostrato la possibilità di essere sfruttato oltre che per la sua adattabilità anche per l'abbondanza di raccolti che riusciva a dare. Da qui è nata, dice Pollan, la sua complicità con l'uomo ma, tristemente, ha rappresentato la porta attraverso la quale il capitalismo è entrato prepotentemente nell'alimentazione umana.

Sentite cosa si è potuto fare con la pianta del mais:

"Gli indiani d'America furono i primi ibridatori al mondo: riuscirono a sviluppare migliaia di cultivar, per ogni ambiente e utilizzo immaginabile.
...
Ma tra tutti gli ambienti in cui la pianta è riuscita da allora ad installarsi con successo, uno spicca come il suo trionfo evolutivo: è la nostra società, il mondo dell'industria, del consumismo, del capitalismo, cioè il mondo dei supermercati e dei fast food. Per prosperare all'interno della catena alimentare industriale, il mais ha dovuto assumere spoglie avolte davvero improbabili. Si è dovuto adattare non solo agli umani ma alle loro macchine, e ha così imparato a crescere dritto e alto, in ranghi serrati come quelli di un esercito. Ha dovuto aumentare la sua resa di vari ordini di grandezza,piegandosi a crescere gomito a gomito, fino a raggiungere densità di settantamila piante per ettaro. Si è adattatoa mangiare petrolio (cioè ad essere concimato con prodotti di origine petrolchimica)e ha sviluppato tolleranze a varie sostanze chimiche di sintesi. Ma prima ancora di fare questi numeri e assicurarsi un posto al sole nella luce abbagliante del capitalismo, il mais si è dovuto trasformare in qualcosa che non si era mai visto nel mondo vegetale: un copyright.
Gli amori del granturco, come abbiamo visto, ci permettono di fare ciò che vogliamo dal punto di vista genetico, tranne rivendicarne la proprietà, il che è un bel problema per una pianta che vuole entrare nel mondo del capitalismo. Se incrociando due individui ne ottengo un altro dotato di caratteristiche ottimali, posso vendere i semi che ho ricavato una sola volta: il compratore infatti con i miei chicchi è in grado di far nascere altre piante, che a loro volta danno semi, che si possono piantare gratis e così via. Un commercio del genere sarebbe morto sul nascere: è difficile controllare i mezzi di produzione quando si vende un prodotto in grado di replicarsi all'infinito. E' uno dei campi in cui gli imperativi biologici mal si sposano con quelli del capitalismo.
Ma non è un'impresa impossibile. All'inizio del ventesio secolo, gli americani trovarono un modo per mettere sotto stretto controllo la riproduzione del mais e per proteggere i semi dalla copia non autorizzata. Scoprirono infatti che quando si incrociano due individui provenienti da ceppi autofecondati, cioè i cui antenati si sono autoimpollinati per molte generazioni, gli ibridi che ne risultano hanno alcune caratteristiche peculiari. Per prima cosa, da tutti i semi della prima generazione (F1, nel gergo degli agronomi) nascono esemplari geneticamente identici (il che, tra le altre cose, favorisce la meccanizzazione dei campi). In secondo luogo, queste piante mostrano un fenomeno detto  - eterosi - o - vigore ibrido -, il che le porta a essere più produttive dei loro genitori. Ma soprattutto, i semi da loro prodotti non fanno nascere piante - giuste -: la seconda generazione (F2) ha poco a che vedere con la prima. In particolare le rese calano fino a un terzo, il che rende questi semi praticamente senza valore.
Il mais ibrido offriva quindia chi ne sviluppava nuove varietà un dono che nessuna altra specie, all'epoca, poteva vantare: l'equivalente di un brevetto. I contadini dovettero iniziare a comprare nuovi semi ad ogni primavera. Invece di dipendere dalle piante e dalla loro replicazione, si trovarono a dipendere da un'azienda. Per la prima volta l'industria alimentare generava profitti investendo nella riproduzione di una pianta. Coperto di attenzioni, oggetto di ricerche, pubblicità e marketing, il mais ripagò questi sforzi diventando sempre più produttivo, anno dopo anno. Con l'avvento degli ibridi F1e di una tecnologia in grado di rimodellare la natura a immagine del capitale, Zea mays fece il suo ingresso nell'era industriale e con il passare del tempo si tirò dietro tutta la catena alimentare americana."

Per me, anche solo la lettura di queste poche righe ha avuto un effetto illuminante. Fa riflettere ancora una volta su quanto e come niente nella nostra società possa dirsi sfuggire alle logiche economiche capitalistiche e, allo stesso tempo, di quanto questa evidenza sia tenuta nascosta ai più dal sistema politico e da quello dei mass media. Eppure esistono voci di denuncia, forti e limpide nella loro logica. La sordità, però, di fronte ad esse appare invincibile e, per abitudine, per pigrizia, per conformismo si continua a vivere in modo totalmente innaturale, ammettendo e diventando consumatori di prodotti ai quali, in fondo, potremmo rinunciare facilmente se solo la nostra critica al sistema economico e politico volesse diventare appena più coerente.

La coltivazione del mais ha dato un impulso decisivo e fondamentale all'industria alimentare, che rappresenta, lo si capisce perfettamente leggendo questo libro, il mezzo attraverso il quale la quantità del cibo prodotto e producibile è diventato criterio unico di regolazione del mercato. Nelle infinite piantaggioni di mais degli Stati Uniti, i sussidi statali vengono assegnati in base alle quantità di raccolto effettuato, seppure ogni anno vi è un surplus enorme che fa crollare i prezzi, motivo per il quale esistono i sussidi statali, eppure dal mais si può ricavare di tutto, tutto quello che è utile all'industria, appunto. Così, i coltivatori riescono a sopravvivere grazie ai sussidi e sono incentivati a produrre sempre di più, l'industria è a sufficenza approvvigionata di tutto quello che il mais può offrire, i profitti delle multinazionali dell'agroalimentare crescono e noi ci nutriamo ... di mais sempre meno naturale.

Il mais, infatti, costituisce il cibo principale degli allevamenti intensivi. Ecco dunque che siamo arrivati alla rassicurazione offerta dalla ristoratrice di Long Island. Nei  feedlots, "recinti da ingrasso" del bestiame, infatti, l'erba, nutrimento naturale dei bovini, è sostituito dal granturco. Ma l'apparato digerente dei bovini è fatto in un modo tale che è perfetto e insostituibile per l'assimilazione dell' erba dei pascoli, inadatto per la digestione di un cereale quale è il mais, così, insieme ad esso i bovini dei feedlots sono nutriti con una mole infinita di antibiotici e altre schifezze che oltre ad aiutarli nel difficile compito della necessità imposta dall'industria, di raggiungere in tempi brevi un determinato peso, li aiutano a non morire di malattia.
Ecco svelato quanto diventa importante per ogni ristoratore "responsabile" precisare il modo nel quale l'animale le cui carni vengono offerte come cibo, è nutrito.

Quanto sin qui argomentato non è che una sintesi brevissima della complessità dei problemi affrontati nel libro da Michael Pollan. Quello che mi interessava sottolineare è quanto questo sistema economico e politico e finanziario e, infine, sociale, di conformismo, di mancanza di conflitto, di affermazione di buone maniere, poichè di non buone maniere è vista qualsiasi critica o qualsiasi opposizione a quanto deciso dai poteri economici, innanzitutto, sia esso stesso un sistema innaturale, che distrugge, che devasta territori e umanità. Quanto sia giusto opporvisi, anche solamente smettendo di essere consumatori ciechi e acritici irretiti da pubblicità e marketing, dalla paura di essere considerati diversi.

Compito difficile, non impossibile.




sabato 8 marzo 2014

Non è nostalgia… solo un po' di storia


Ho sentito Fiorella Mannoia stasera, in TV cantare questa canzone… le cerco le situazioni del ricordo? Forse.
Non è nostalgia, è storia.
Una stella filante, per rimanere nel Carnevale che passa, che si srotola tra le mani, ne tieni un capo, quel filo colorato si allontana da te ad  una velocità stupefacente, ti delude un poco, ma ti affascina, anche, ti ha permesso di soffiarci dentro, di vederlo partire seguendo il tuo respiro.



Hai già preso il treno
io alle dieci avevo lezione di tango
quanta brillantina e coraggio mi mettevo
guarda oggi come piango.

Hai più preso il treno
quella donna che tangava con furore
nei locali della croce rossa
fuori era la guerra nel suo cuore
nel suo cuore tanto tango
da unire il cielo con la terra.

Hai più preso il treno mi son guardato intorno
ho viaggiato cento notti per arrivare di giorno
ho letto libri antichi e preoccupanti
poi arrivati a Torino
ci siamo commossi in tanti per quel tango
ballato dal bambino.

Coltello frai denti fiori in mano
ballava con aria di questura e l'occhio lontano
stava per accadere il miracolo il cielo da nero a rosso
ma il treno si è fermato lì e non si è più mosso.

Hai più preso il treno
ci siamo spinti senza avere fretta
ci siamo urlati nell'orecchio senza darci retta
mentre il tango si perdeva in un mare lontano
dov'è la tua testa da accarezzare dov'è la tua mano.

Ora ci mostrano i denti e i coltelli
ci bucano gli occhi non ci sono tanghi da ballare
bisogna fare in fretta per ricominciare
tutte le stelle del mondo per un pezzo di pane
per la tua donna da portare in campagna a ballare
per un treno con tanta gente che parte davvero
per un tango da ballare tutti insieme
ad occhi aperti senza mistero

Morena è lontana e aspetta, suona il suo violino ed è felice
nel sole è ancora più bella e non ha fretta

e sabato è domani, e sabato è domani…



bibliomatilda's pic

Trentasette anni ... dal 1977

L'anno di Bologna lo ha ricordato molto bene questo articolo su GIAP.

Leggendolo come potevo non riportare alla mente il mio?

12 marzo... niente meno...
sedie che minacciavano di volare nell'aula magna dell'università, ambiente austero come ogni ambiente di quel tipo... occupato da piccole fazioni politiche, riflettenti idee molto più grandi. Tutti giovani i partecipanti, giovanissimi, se fossero o no presenti persone più anziane non le ricordo. Ricordo una sospensione del tempo tra le urla, il dilatarsi di un silenzio accompagnato dal tatto, le mani. Il cortile dell'università con le foglie fresche e pesanti delle palme. Ricordo un bacio, il primo, alle porte di quel tempo che la rivoluzione doveva trasformare in giovinezza.

Marina Abramović and Ulay 

1977 
Imponderabilia

lunedì 3 marzo 2014

Sapete com'è...


che poi nel cercare su youtube le canzoni della nostra giovinezza, magari in un'occasione triste, forse con nostalgia per il passato, per la sua innocenza, quando c'era, e, a volte, c'era, ci si imbatte in una di quelle canzoni alle quali non stavi pensando, ma la rete è così, bella o brutta che sia, crea collegamenti, può essere la lettura di un libro un poco autodiretto, interattivo, e trovi le cose che vuoi, le cose adatte a quella giornata piovosa, al mese di marzo.
Già, allora pensi che marzo è davvero un mese strano, non febbraio, del carnevale, non gennaio del freddo atteso e delle piogge infinite, non aprile, dove tutto è un rigoglio di colori e fioriture, un troppo pieno che fa male, marzo è l'inizio, è la primavera ammantata di gelo, è la pioggia sui fiori di mandorlo svanenti nel verde delle foglie, sono i veli di pianto sugli occhi.

…c'è chi ti urla che sei bella
che sei una fata
sei una stella
poi ti fa schiava, però no,
chiamarlo amore non si può…


sabato 1 marzo 2014

L'amore ai tempi … dell'amore




Già l'acqua inghiotte il sole
ti danza il seno mentre corri a valle
con il tuo branco ai pozzi
le labbra secche vieni a dissetare
Corpo steso dai larghi fianchi
nell'ombra sto, sto qui a vederti
possederti, si possederti... possederti...


Ed io tengo il respiro
se mi vedessi fuggiresti via
e pianto l'unghie in terra
l'argilla rossa mi nasconde il viso
ma vorrei per un momento stringerti a me
qui sul mio petto
ma non posso fuggiresti fuggiresti via da me
io non posso possederti possederti
io non posso fuggiresti
possederti io non posso...
Anche per una volta sola.


Se fossi mia davvero
di gocce d'acqua vestirei il tuo seno
poi sotto i piedi tuoi
veli di vento e foglie stenderei
Corpo chiaro dai larghi fianchi
ti porterei nei verdi campi e danzerei
sotto la luna danzerei con te.


Lo so la mente vuole
ma il labbro inerte non sa dire niente
si è fatto scuro il cielo
già ti allontani resta ancora a bere
mia davvero ah fosse vero
ma chi son io uno scimmione
senza ragione senza ragione senza ragione
uno scimmione fuggiresti fuggiresti
uno scimmione uno scimmione senza ragione
tu fuggiresti, tu fuggiresti...