giovedì 20 febbraio 2014

Sul pero

è un'espressione che non conoscevo.

Si sta "sul pero" quando si è fuori dalla realtà, quando non si capisce quello che accade attorno.

Molti dei personaggi dell'ultimo libro di Giuseppe Culicchia, consigliano a Gaia, la protagonista, di "scendere dal pero" perché, in quanto a capire eventi nei quali si trova coinvolta o persone con le quali vive, non c'è proprio.

L'ho letto in due giorni, e non mi capita spesso, in genere mi prendo i miei tempi.

Avevo letto la recensione qui
dove si diceva, tra l'altro:

"Culicchia ha intrapreso, a partire da Brucia la città, la scrittura di una sorta di repertorio antropologico sull’Italia in rotta verso il baratro etico e civile, prima ancora che economico e sociale, in cui siamo diretti.
 ...
ci si chiede sgomenti che fine abbiano fatto quelli oggetti d’uso comune che si perdono per casa,
 ...
sono scomparsi, come scomparsi sono l’uso e il valore d’uso, sostituiti dalla dittatura del valore di scambio. "

Aggiungo di mio:

L'Italia in rotta verso il baratro etico e civile l'ho ritrovata tra le pagine di questo libro, così, come la vedo ogni giorno di questo tempo della nostra vita.

Non c'è bisogno di appartenere alla classe sociale della protagonista di questo romanzo per rendersi conto che quanto raccontato da Giseppe Culicchia è verosimile e, nell'insieme, realistico.

Se Gaia, questo il nome della giovane mamma/quasi mostro, riesce a raggiungere un qualche apice di felicità solamente nell'acquisto compulsivo di oggetti (abbigliamento o per la casa) e vive tutte le funzioni fondamentalmente umane, mangiare (si provoca il vomito quando guardandosi allo specchio crede di scoprire due millimetri in più al suo giro vita o sui fianchi o intorno alla circonferenza cosce), bere (beve alcolici sempre e solo fino allo sbronzarsi), fare l'amore (non si rende conto di avere un amante omossessuale interessato solamente a rapporti anali consumati nel buio assoluto, dai quali trae pochissimo piacere ma ai quali non riesce a rinunciare, convincendosi di avere un amante passionale e un poco "selvaggio"!!!!… e già, è molto divertente anche) in modo mediato dai consigli raccattati sul web (potremmo paragonarla a coloro che passano il tempo a vedere i programmi strappalacrime di cui la TV è zeppa), scopriamo, procedendo nella lettura, che lei non ne è direttamente responsabile. Non è tanto un'eroe negativo, Gaia, è, molto più semplicemente, una vittima.

Trovo assolutamente realistica la descrizione dell'atteggiamento di Gaia nel suo ruolo di madre. Molti, troppi, sono i genitori che hanno disimparato a relazionarsi ai propri figli in modo naturale, dove naturale sta per non mediato dagli oggetti acquistabili. Persino coloro che oggetti possono acquistarne pochi hanno disimparato a difendere davanti ai figli la loro condizione sociale. Ormai, pare, che la dignità passi attraverso il tipo di cellulare posseduto e di contratto conveniente con l'operatore che ti permette di stare "connesso" 24/24 ore. 
Nella "connessione" permanente si tende a perdere il contatto con la realtà, si tende a rimanere alla superficie delle cose, dei rapporti, si finisce vittime, anche senza volerlo, di un mondo di cliché imposti dei quali si perde completamente la percezione dell'origine. Non credo siano macchiette i personaggi descritti, non più di quanto lo appaiano molti dei nostri politici in carne ed ossa e stili di vita, a dar retta ai motivi per i quali rubano i soldi pubblici. Credo che il denaro, quando lo si possiede in eccesso, corrompa, disumanizzi, appunto. Possedere il superfluo, diventa necessità, paragonabile alla dipendenza dal gioco. Altra elasticità è necessaria per affrontare i sentimenti, la sfera emotiva. Ecco, credo che in questo libro, il risultato finale sia assolutamente coerente e di denuncia profonda di un sistema economico sociale che distrugge la libertà delle persone facendole diventare vittime inconsapevoli e allo stesso tempo cooperanti alla loro condanna. Da qui l'indulgenza verso la protagonista.


Vivamente consigliato.


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