giovedì 7 marzo 2013

Farfalle gialle

Una farfalla notturna svolazzò sulla sua testa fintanto che le luci rimasero accese. E allora successe. Quando le luci si spensero, Mauricio Babilonia venne a sedersi accanto a lei. Meme sentì di star sguazzando in una fangaia di irrequietudine, dalla quale poteva toglierla, come era avvenuto nel sogno, soltanto quell'uomo odoroso di olio di motore che lei appena riusciva a distinguere nella penombra.
«Se non fosse venuta,» disse lui, «non mi avrebbe visto mai più.»
Meme sentì il peso della sua mano sul ginocchio, e seppe che tutti e due stavano arrivando in quell' istante al fondo dell'abbandono.
«Quello che mi urta di te,» sorrise, «è che dici sempre quello che non si deve dire.»
Divenne pazza di lui. Perse il sonno  e l'appetito, e affondò così profondamente nella solitudine, che perfino suo padre le divenne d'impaccio. Elaborò un complicato intrico di impegni falsi per disorientare Fernanda, perse di vista le sue amiche, voltò le spalle alle buone creanze per potersi veder con Mauricio Babilonia a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. Sulle prime la infastidiva la sua rudezza. La prima volta che si videro da soli, nei prati deserti dietro l'officina meccanica, lui la trascinò senza misericordia a uno stato animale che la lasciò estenuata. Ci mise un pò di tempo ad accorgersi che anche quella era una forma di dolcezza, e fu allora che perse la pace, e non viveva altro che per lui, sconvolta dall'ansia di affondare nel suo intorpidente alone di olio strofinato con lisciva. Poco prima della morte di Amaranta attraversò improvvisamente uno spazio di lucidità dentro la follia, e rabbrividì di fronte all'incertezza del domani. Allora sentì parlare di una donna che faceva pronostici con le carte, e andò a visitarla in segreto. Era Pilar Ternera. Non appena questa la vide entrare, capì i reconditi motivi di Meme. «Siediti,» disse. «Non ho bisogno di carte per indovinare l'avvenire di un Buendia.» Meme ignorava e lo ignorò sempre, che quella pitonessa centenaria era la sua bisnonna, e tanto meno lo avrebbe creduto dopo l'aggressivo realismo col quale lei le rivelò che l'ansia dell'innamoramento non trovava requie se non nel letto. Era la stessa opinione di Mauricio Babilonia, ma Meme si ostinava a non dargli retta, perché in fondo supponeva che fosse ispirato da un malsano criterio da operaio. Lei pensava allora che l'amore fatto in un modo sconfiggeva l'amore fatto in un altro modo, perché era tipico della natura degli uomini ripudiare la fame una volta soddisfatto l'appetito. Pilar Ternera non soltanto dissipò l'errore, ma le offrì anche il vecchio letto di tela dove aveva concepito Arcadio, il nonno di Meme, e dove, poi, aveva concepito Aureliano José. Le insegnò inoltre come prevenire il concepimento indesiderato mediante la vaporizzazione di cataplasmi di senape, e le diede ricette di beveroni che in caso di incidente facevano espellere "perfino i rimorsi di coscienza." Quel colloquio infuse a Meme lo stesso coraggio che aveva provato nel pomeriggio della sbornia. Tuttavia, la morte di Amaranta la costrinse a rimandare la decisione. Fintanto che durarono le nove notti, lei non si scostò un attimo solo da Mauricio Babilonia, che si era mescolato alla folla che aveva invaso la casa. Poi vennero il lutto prolungato e la clausura obbligatoria, ed essi si separarono per un certo tempo. Furono giorni di tanta agitazione interiore, di tanta ansietà irreprimibile e di tante bramosie represse, che il primo pomeriggio in cui Meme riuscì ad uscire se ne andò direttamente nella casa di Pilar Ternera. Si diede a Mauricio Babilonia senza resistenza, senza pudore, senza formalismi, e con una vocazione così fluida e una intuizione così sapiente, che un uomo più sospettoso del suo avrebbe potuto confonderla con una raffinata esperienza. Si amarono due volte alla settimana per più di tre mesi protetti dalla complicità innocente di Aureliano Secondo, che accreditava senza malizia le coartazioni di sua figlia, solo per vederla libera dalla rigidità di sua madre.
La sera in cui Fernanda li sorprese nel cinema, Aureliano Secondo si sentì oppresso dal peso della coscienza e andò a trovare Meme nella stanza dove l'aveva rinchiusa Fernanda, sperando che la ragazza si sarebbe sfogata con lui delle confidenze di cui gli era debitrice. Ma Memè negò ogni cosa. Era così sicura di se stessa, così aggrappata alla sua solitudine, che Aureliano Secondo  ebbe l'impressione che ormai non esisteva più alcun vincolo tra loro, che il cameratismo e la complicità non erano più che una illusione del passato. Pensò di andare a parlare con Mauricio Babilonia, credendo che la sua autorità di antico padrone lo avrebbe fatto desistere dai suoi propositi, ma Petra Cotes lo convinse che quelle erano faccende di donne, di modo che rimase sospeso in un limbo di indecisione, e sostenuto appena dalla speranza che la reclusione avrebbe posto fine alle tribolazioni di sua figlia.
Meme non diede alcuna mostra di afflizione. Al contrario, dalla stanza attigua Ursula percepì il ritmo tranquillo del suo sonno, la serenità delle sue faccende, l'ordine dei suoi pasti e la buona salute della sua digestione. L'unica cosa che stupì Ursula dopo quasi due mesi di punizione, fu che Meme non facesse il bagno di mattina, come lo facevano tutti, ma alle sette di sera. Certe volte pensò di metterla in guardia contro gli scorpioni, ma Meme era così fredda, convinta com'era che lei le avesse fatto la spia, che preferì non turbarla con spropositi da trisnonna.  Verso il crepuscolo, le farfalle gialle invadevano la casa. Tutte le sere, tornando dal bagno, Meme trovava Fernanda disperata, intenta ad uccidere farfalle gialle con lo spruzzatore di insetticida. «Questa è una disgrazia,» diceva. «Mi hanno sempre detto che le farfalle notturne portano sfortuna.» Una sera, mentre Meme si trovava nel bagno,
Fernanda entrò nella sua stanza per caso, e c'erano tante farfalle che si poteva appena respirare. Afferrò uno straccio qualsiasi per scacciarle, e il cuore le si gelò di terrore quando mise in relazione i bagni notturni di sua figlia coi cataplasmi di senape che erano caduti per terra.

Gabriel Garcia Marquez
Cent'anni di solitudine
Feltrinelli, 1974


2 commenti:

  1. Quanta genialità in poco spazio... Garcia Marquez, Van Gogh... Pare che ieri fosse il compleanno di Gabriel: non fra i miei preferiti in assoluto, ma un grande autore che di questi tempi nomino spesso. Quando devo spiegare che la Cuviago del mio romanzo è immaginaria, cito sempre per analogia la sua Macondo... :)

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    1. Io lo ritengo tra i libri più belli mai scritti da uomo sulla terra!!
      Un pò di tempo fa ho pubblicato le ultime pagine dello stesso romanzo, da quando Aureliano, l'ultimo della stirpe rimasto in vita e figlio proprio di Meme, urla al vento la sua accusa:
      "Gli amici sono dei figli di puttana!"
      Io lo leggo come fosse una poesia, sai, quelle che hai, nel tempo, imparato a memoria e delle quali ogni tanto ti ritrovi a ripeterne mentalmente i versi, per consolazione, per bellezza, per compagnia, per saggezza. Ecco così trovo le pagine di questo libro.

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