giovedì 17 gennaio 2013

Fine

Tutto ammaccato e col cervello non ancora ben lucido, l'imano si ritrovò davanti a un gruppo di cinque o sei persone, giovani, ispide e polverose, indossanti uniformi grigie, con bustine in testa e cioce ai piedi. Tutti erano armati e avevano sul petto cartucciere incrociate, piene di piccoli, lucenti proiettili. Con loro era Vlado Maric, il fabbro, ma senza il suo berretto "alla Schlosser", con un cappello di pelliccia in testa e le cartucciere sul petto. Uno di quegli uomini, evidentemente il capo, un giovane dai baffetti neri, dal volto regolare, i tratti duri e gli occhi ardenti, si diresse immediatamente verso l'imano. Aveva il fucile a tracolla, alla moda dei cacciatori, e reggeva nella mano destra un bastoncino di nocciuolo. L'uomo lanciò rabbiosamente una bestemmia e subito alzò la voce.
" E' così? Si lascia forse il negozio spalancato in questo modo? Se poi ti mancherà qualcosa dirai che i miei soldati t'hanno depredato la bottega. Alla tua roba ci devo stare attento io?"
Il volto del giovane era pallido, quasi immobile, ma la sua voce era irata, e il bastoncino nella sua mano si sollevava minaccioso. Allora gli si accostò Vlado Maric che gli mormorò qualcosa.
"Bene, bene, sia pure buono e onorato, ma se troveremo ancora il suo negozio così, aperto e incustodito, non se lapasserà liscia."
E gli uomini armati proseguirono per la loro strada.
"Sono gli altri" disse tra sé e sé l'imano seguendoli con lo sguardo. "Quando sono entrati e quando m'hanno trovato? Eh, in questa cittadina non può proprio esserci alcun mutamento senza che ci vada di mezzo la mia testa!"
Così se ne stava davanti alla bottega danneggiata, stordito, con la testa pesante e il corpo fracassato. Davanti a lui si stendeva la piazza, che, alla prima luce del sole mattutino, sembrava un campo di battaglia, cosparsa di pietre piccole e grosse, di tegole e di pezzi di legno. Il suo sguardo passò al ponte. La "porta" era al posto suo, ma subito dopo "la porta" il ponte era interrotto. Il settimo pilastro non c'era più; tra il sesto e l'ottavo s'apriva un vuoto in mezzo al quale si intravedeva la verde acqua del fiume, in prospettiva obliqua. Dall'ottavo pilastro in poi il ponte riprendeva e giungeva sino all'altra sponda, liscio, regolare, bianco come era stato il giorno precedente, come era da sempre.
L'imano batté le ciglia più volte con aria incredula, poi ammicò. Dinanzi alla sua vista interna apparve il  ricordo dei soldati che, cinque o sei anni prima, aveva osservati, mentre, coperti dalla tenda verde, facevano uno scavo proprio in quel pilastro, e risuscitò l'immagine del coperchio di ferro che poi, per anni interi, aveva chiuso l'accesso alla buca minata, immagine accompagnata dall'enigmatico ed eloquente volto del marescialllo Brankovic, sordo, cieco e muto. Si scosse e riaprì gli occhi, ma la scena nel suo campo visivo era sempre la stessa; la piazza cosparsa di pietre grosse e piccole, il ponte privo di un pilastro, e tra i due archi bruscamente spezzati l'abisso.
Soltanto nei sogni si possono vivere e vedere simili cose. Soltanto nei sogni. Ma quando distolse lo sguardo da quella scena inverosimile, si ritrovò davanti al proprio negozio, con una grande pietra, un frammento del settimo pilastro, in mezzo alla roba sparpagliata.  Se era un sogno questo sogno era dappertutto.
Lungo il mercato s'udirono dei richiami, rumorosi comandi in serbo e passi affrettati che s'avvicinavano, e Alihodza chiuse celermente la porta, fece scorrere il grosso catenaccio tra i fori e s'incamminò verso casa sua, in alto.
Fin da prima gli capitava, mentre camminava così, lungo il pendio, che il respiro non gli bastasse, e sentiva che il cuore batteva fuori posto. Da molto tempo, ormai, dalla cinquantina, il natìo colle gli era sembrato sempre più ripido, e la strada verso casa sempre più lunga. Ma mai tanto, come quel giorno, in cui voleva allontanarsi al più presto dal mercato e al più presto arrivare a casa. Il cuore gli batteva come non avrebbe dovuto, il respiro gli si strozzava e lo costringeva a fermarsi.
Giù in basso, a quanto pare, cantano. Giù in basso c'è il ponte demolito, terribilmente, malignamente spezzato nel mezzo.  Non ha bisogno di voltarsi (e per nulla al mondo si volterebbe) per scorgere l'intera scena: in fondo il pilastro è tagliato di netto, come un gigantesco tronco, e disperso in migliaia di frammenti tutt'intorno, mentre le arcate a destra e a sinistra sono bruscamente interrotte. In mezzo ad esse si apre un abisso di una quindicina di metri. E le parti spezzate delle due arcate sembrano tendere dolorosamente l'una verso l'altra.
No, per niente al mondo si volterebbe! Ma non può neppure avanzare, in su, poiché sempre più l'opprime il proprio cuore e le gambe si rifiutano di obbedire. Comincia a respirare il più profondamente possibile, con lentezza, in modo uniforme, ogni volta più a fondo.  Le volte precedenti, questo, gli ha sempre giovato. Gli giova anche adesso. Si denuda un pò il petto. Tra il respiro uniforme e profondo e i palpiti del cuore si crea un equilibrio. Fa nuovamente qualche passo, e il pensiero della casa e del letto lo sprona e lo eccita.
Avanza penosamente, a passi lenti, e ha sempre davanti agli occhi l'intera scena del ponte demolito, che sembra precederlo. Non è possibile volgere le spalle a una cosa perché essa cessi di perseguitarci e di tormentarci. Anche se chiudesse gli occhi vedrebbe quello spettacolo.
Sì, pensò l'imano più vivacemente e respirando già un pò meglio, adesso si vede che cosa siano state e a che cosa in realtà abbiano servito tutte le loro comodità e i loro apparecchi, tutta quella loro fretta e quella laboriosità. (Sempre egli ha avuto ragione, sempre, in ogni cosa e contro chiunque. Ma adesso neppure ciò può riempirlo di soddisfazione. E' questa la prima volta che resta indifferente. E ha avuto fin troppo ragione!) Rivede tutti gli anni in cui non hanno mai staccato le mani dal ponte, lo hanno pulito, lo hanno ritoccato, ne hanno rafforzato le fondamenta, vi hanno fatto passare l'acquedotto, vi hanno messo l'illuminazione elettrica, e poi un giorno hanno fatto saltare in aria tutto quanto, come si fosse trattato di una parete montana, e non di un'opera pia e di una meraviglia. Adesso si vede che razza di gente sono e a che cosa tendono. Egli lo ha sempre saputo, ma adesso, adesso anche l'ultimo idiota lo può constatare. Hanno cominciato a intaccare le cose più solide e durevoli, hanno cominciato a prendere ciò che è di Dio. E chissà dove si fermeranno! Ecco, perfino il ponte del visir comincia a sfilarsi come una collana; e una volta che la cosa è incominciata, nessuno la fermerà più.
L'imano si arrestò di nuovo. Il respiro lo aveva abbandonato, e la salita s'era improvvisamente fatta più erta davanti a lui. Dovette di nuovo calmare il cuore con una inspirazione profonda. E ancora riuscì a regolare il respiro, si rianimò e riprese a camminare speditamente.
Ma sia pure, continuò a pensare, se qui si distrugge, altrove si edifica. Vi sono forse ancora, in qualche posto, paesi tranquilli e uomini ragionevoli, i quali sanno cosa sia il timore di Dio.  Se Dio ha tolto la sua mano da questa sventurata cittadina sulla Drina, l'ha tolta forse anche da tutto il mondo e da tutta la terra che si trova sotto il cielo? Costoro non continueranno in eterno a comportarsi così. Ma chi lo sa? (Oh, riuscisse appena a respirare un pò meglio, un pò più profondamente!) Chi lo sa? Può darsi che questa lurida fede che mette in ordine, pulisce, ripara e rifinisce ogni cosa per poi divorare e demolire tutto immediatamente dopo, debba diffondersi per tutta la terra; può darsi che dell'intero mondo di Dio farà un campo vuoto per le sue insensate costruzioni e per le sue barbariche distruzioni, un pascolo per il suo insaziabile appetito e per le sue incomprensibili brame. Tutto può essere. Ma una cosa non può accadere: non può accadere che scompaiano del tutto e per sempre gli uomini grandi, saggi e generosi che per amore di Dio innalzeranno durevoli edifici, affinché la terra sia sempre più bella e l'uomo vi possa vivere più facilmente e meglio. Se essi scomparissero, ciò significherebbe che anche l'amor divino si è spento ed è scomparso dal mondo. E questo non può succedere.
Immerso in siffatti pensieri, l'imano avanza sempre più a fatica e con lentezza.
Ora si sente distintamente che nel mercato si canta. Se solo potesse inspirare più aria, se la strada fosse meno ripida e se potesse arrivare a casa, distendersi sul suo letto e vedere qualcuno dei suoi! Questa è l'unica cosa che ancora desidera. Ma non può.  Non può più neppure mantenere il giusto rapporto tra la respirazione e i battiti del cuore, che ha completamente bloccato il respiro, come capita talvolta nel sonno. Ma qui non c'è alcun salutare risveglio. Spalanca la bocca e sente che gli occhi gli si staccano dalla testa. La salita, che fino a quel momento è andata sempre aumentando, si è avvicinata di colpo al suo volto. Tutta la sua visuale è ora occupata dalla dura strada in declivio, che si  muta  in tenebre e l'avvolge tutto.
Sull'erta che porta a Mejdan giaceva Alihodza, agonizzando in spasmi brevi.

Ivo Andric
Il ponte sulla Drina
Mondadori, 2011
pagg. 399- 402


immagine tratta da internet


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