martedì 15 gennaio 2013

Silenzio e sconquasso

Rimasto al buio, si ritirò nella stanzetta in fondo, dove tante volte era andato a nascondersi lontano dalla gente litigiosa, dalle conversazioni che avvelenano e affaticano, dalla famiglia e dalle preoccupazioni. Sedette sul piccolo, duro sedile, incrociando le gambe e respirando liberamente. La sua anima era ancora agitata per le impressioni esterne, ma poi si placò e si equilibrò, come i piatti di una buona bilancia. Lo spazio ristretto della "bara" si riempì presto del calore del suo corpo e l'imano provò quella dolcezza della solitudine, della pace e dell'oblio che trasformava l'angusta , oscura e polverosa stanzetta in sconfinati giardini paradisiaci con sponde verdi e invisibili acque dal soave mormorio.
Ancora nelle tenebre e nell'angustia di questo spazio ristretto, si sentiva dall'esterno la frescura del mattino piovoso e del levarsi del sole. Fuori regnava un insolito silenzio che - oh meraviglia! - non veniva turbato neppure da uno scoppio né da una voce o un passo umano. Alihodza era pieno di un sentimento di gioia e di gratitudine. Ecco, pensava tra sé e sé, queste poche tavole sono sufficienti, con l'aiuto divino, a nascondere l'uomo pio e a salvarlo, come una miracolosa nave, da ogni miseria e da ogni disgrazia, dalle preoccupazioni senza scampo e dai cannoni vomitanti fuoco coi quali, al di sopra della sua testa, si battono due nemici, entrambi infedeli, l'uno peggiore dell'altro. Da quando è cominciata la guerra non c'é mai stato un silenzio come questo, pensò ancora l'imano gioiosamente, e il silenzio è dolce e buono; in esso ritorna, sia pure per un attimo, almeno un pò di quella reale vita umana che da tempo si è andata sempre più affievolendo e che, sotto le tonanti cannonate degli infedeli, è scomparsa completamente. Il silenzio serve alla preghiera, esso stesso è come una preghiera.
In quell'istante l'imano sentì che il sedile sotto di lui si alzava violentemente e sollevava anche lui come un giocattolo; che il suo "dolce" silenzio si rompeva e improvvisamente si trasformava tutto in un rimbombo e in un fragoroso sconquasso che riempì l'aria, lacerò i timpani e divenne generale e non commensurabile con l'orecchio umano; le scansie sul muro davanti si mettevano a scricchiolare e le cose che vi erano sopra volavano verso di lui mentre egli volava verso di esse. Ah!, gemé l'imano. In verità, era il pensiero, dentro di lui, che aveva mandato quel lamento, poiché egli non aveva più voce né udito, così come non aveva posto sulla terra. C'era un rombo che copriva ogni voce e assordava, tutto era sradicato e ondeggiava insieme a lui. La cosa che sembrava più verosimile era che quella linguetta di terra tra i due fiumi sulla quale si trovava la cittadina, fosse stata divelta dal suolo con uno spaventoso ululato e scagliata contro lo spazio nel quale adesso continuava a volare; che entrambi i fiumi fossero volati via dagli alvei e rivoltati verso il cielo, e ora ricadessero nel vuoto con tutto il peso delle loro masse d'acqua, come due cascate che non si erano  ancora fermate e infrante. E' forse il kijametdan, quel giorno del giudizio di cui parlano i libri e i dotti, nel quale questo ingannevole mondo arderà in un batter d'occhi, rapidamente come si spegne una scintilla? Ma serve forse questo fracasso a Dio, che con uno sguardo accende e spegne i mondi? Non è certo cosa divina. Ma allora, è mai possibile che la mano umana abbia tanta forza? Come rispondere a tali domande, sorpreso e ingannato com'è, colpito dal proditorio attacco che sta abbattendo, infrangendo e assordando ogni cosa, perfino i pensieri umani? Non sa cos'è questo ciclone che lo porta via, non sa dove vola né dove si fermerà, ma sa che egli, Alihodza, ha avuto sempre e in tutto ragione... Ah, gemette l'imano ancora una volta, e adesso dolorosamente, perché la medesima forza che lo aveva sollevato lo respingeva violentemente e rudemente all'indietro, non nello stesso posto, ma sul pavimento, tra il muro di legno e il sedile rovesciato. Sentì alla testa il colpo di un oggetto contundente e dolori sotto le ginocchia e alle spalle. Con l'udito potè ancora distinguere, come un suono separato dal fracasso generale, che qualcosa di pesante colpiva il tetto del negozio e che aldilà del tramezzo gli articoli di metallo e di legno cominciavano a tintinnare e a schiantarsi, come se tutte le cose della bottega si fossero animate, fossero volate via e si urtassero nel volo. Dopo questo colpo si abbatté sul tetto e sul selciato una pioggia di minuto pietrame. Ma egli aveva ormai perduto conoscenza e giaceva immobile nella sua "bara".
Fuori era ormai giorno fatto.
Non avrebbe potuto dire per quanto tempo fosse rimasto così disteso. Lo scossero dal profondo deliquio, contemporaneamente, una luce e delle voci. Si riprese con difficoltà. Rammentava bene che stava seduto là nella più completa oscurità, e ora, invece, attraverso una stretta apertura penetrava nel negozio un filo di luce. Ricordò che il mondo era pieno di rumore, di strepito a causa del quale l'udito gli era divenuto sordo e lo stomaco gli era mancato. Ora c'è silenzio, un silenzio che non somigliava affatto a quello che lo deliziava prima dello sconquasso che l'ha colpito, ma che è come un suo cattivo fratello. Quanto sia profondo questo silenzio, lo sente soprattutto a causa di una debole voce che, come da un'estrema lontananza, strilla qualcosa che sembra il suo nome.
Resosi conto che è vivo e che si trova ancora nella sua "bara", l'imano si libera dagli oggetti che gli sono caduti sulla testa dalle scansie e si solleva, continuando a lamentarsi e a ripetere il suo doloroso « ah! ». Ora ha sentito chiaramente voci e richiami dalla strada. Si piega e si infila nel basso pertugio che conduce al negozio. Qui tutto è ingombro di cose cadute e infrante, e tutto è illuminato dalla piena luce del giorno.  La bottega è spalancata, perché la porta che egli stesso aveva accostato è caduta per la scossa.
Nella confusione e nel disordine della merce sparpagliata e degli oggetti sparsi qua e là, in mezzo al negozio, c'era una pesante pietra, grossa quanto una testa umana. L'imano sollevò il capo, dal di sopra penetrava la luce del giorno. Evidentemente la pietra era caduta all'interno dopo aver spezzato il debole tetto e il soffitto di legno. Poi guardò nuovamente la pietra, bianca, porosa, liscia e scalpellata su due lati, negli altri aguzza e rozza. « Ah, il ponte! » pensò l'imano, ma la voce dalla strada che lo chiamava sempre più acutamente e con sempre maggior vigore, non gli consentì di continuare le sue riflessioni.

Ivo Andric
Il ponte sulla Drina
Mondadori, 2011
pagg. 396-399


immagine tratta da internet
Ivo Andric con alle spalle il ponte del quale ha raccontato la storia meravigliosa in questo libro
che è tra quelli che ritengo fondamentali e belli

2 commenti:

  1. un libro meraviglioso, l'ho letto molti anni fa prima della guerra in Jugoslavia degli anni '90. Mi ha aiutato anche a capire cos'era successo con le foibe, finalmente, dopo tante chiacchiere inutili c'era qualcuno che parlava con chiarezza. E' da notare che Andric si definiva jugoslavo, e non con una definizione etnica e nazionalista.
    Devo dire che ancora oggi, dopo tanti anni, quando sento dire "Serbia" o "Bosnia" o Kossovo, non riesco a non pensare ai morti, agli stupri, alle violenze... Bastano pochi anni per dimenticarsene, basta pochissimo per cancellarne anche la memoria.
    (è molto bello anche La cronca di Travnik, che racconta del periodo napoleonico: Andric è uno scrittore avvincente)

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  2. Io, invece, l'ho letto dopo le guerre degli anni novanta, forse proprio tra il 1998 e il 2000, e compresi attraverso quelle pagine molti degli orrori accaduti in quel decennio appena trascorso. Compresi la grandezza della cultura dei popoli balcanici perché frutto dell'incontro di storie, etnie, religioni, fortune tanto diverse. Conobbi attraverso la descrizione dei diversi personaggi la saggezza di fronte alla stupidità e la resistenza di fronte alla violenza, una resistenza non necessariamente armata, ma forte e densa poiché basata sul rispetto di se stessi e di valori antichi, fondanti poiché validi per ogni essere umano. Un libro meraviglioso come tu dici, modernissimo e che resisterà, nella mente e nella libreria di ogni uomo e donna saggia, forse, per sempre.

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