giovedì 18 ottobre 2012

Gli amici sono dei figli di puttana


"Gli amici sono dei figli di puttana!"
Nigromanta lo recuperò da una pozza di vomito e di lacrime. Lo portò nella sua stanza, gli fece bere una tazza di brodo. Credendo di poterlo consolare, cancellò con un colpo di tizzone gli innumerevoli amori che Aureliano le doveva ancora, e rievocò volontariamente le proprie tristezze più solitarie per non lasciarlo solo nel pianto. Quando spuntò il giorno, dopo un sonno torbido e breve, Aureliano riprese coscienza del suo mal di capo. Aprì gli occhi e si ricordò del bambino.
Non lo trovò nel cestino. Nel primo momento provò una deflagrazione di gioia, credendo che Amaranta Ursula si fosse svegliata dalla morte per occuparsi del bambino. Ma il cadavere era un promontorio di pietre sotto la coperta. Ricordandosi che quando era arrivato aveva trovato aperta la porta della stanza, Aureliano attraversò il corridoio saturato dai sospiri mattutini dell'origano, e si affacciò nel portico, dove c'erano ancora le mondiglie del parto: la pentola grande, le lenzuola insanguinate, i testi di cenere, e l'ombelico ritorto del bambino in un panno aperto sul tavolo, vicino alle forbici e al cordoncino di seta. L'idea che la mammana fosse tornata a prendere il bambino nel corso della notte gli procurò una pausa di calma per pensare. Si lasciò andare nella sedia a dondolo, nella stessa in cui si era seduta Rebeca nella prima epoca della casa per dare lezioni di ricamo, e nella quale Amaranta giocava a dama cinese con il colonnello Gerinaldo Marquez, e nella quale Amaranta Ursula cuciva il corredino del bimbo, e in quel lampo di lucidità ebbe coscienza che era incapace di sopportare nell'animo il peso opprimente di tanto passato. Ferito dalle lance mortali delle nostalgie proprie e altrui, ammirò l'impavidità della ragnatela sui rosai morti, la perseveranza della zizzania, la pazienza dell'aria nella raggiante mattinata di febbraio. E allora vide il bambino. Era una carcassa gonfia e inaridita, che tutte le formiche del mondo stavano trascinando laboriosamente verso le loro tane lungo il sentiero di pietre del giardino. Aureliano non poté muoversi. Non perché lo avesse paralizzato lo stupore, ma perché in quell'istante prodigioso gli si rivelarono le chiavi definitive di Melquìades, e vide l'epigrafe delle pergamene perfettamente ordinata nel tempo e nello spazio degli uomini: Il primo della stirpe è legato a un albero e l'ultimo se lo stanno mangiando le formiche.
Aureliano non era mai stato così lucido in nessun atto della sua vita come quando dimenticò i suoi morti e il dolore dei suoi morti, e tornò a sbarrare le porte e le finestre con le crociere di Fernanda per non lasciarsi turbare da alcuna tentazione del mondo, perché allora sapeva che nelle pergamene di Melquiades era scritto il suo destino. Le trovò intatte, tra le piante preistoriche e le pozze fumanti e gli insetti luminosi che avevano bandito dalla stanza ogni vestigio del passaggio degli uomini sulla terra, e non ebbe la serenità di portarle alla luce, ma in quel luogo stesso, in piedi, senza la minima difficoltà, come se fossero state scritte in spagnolo sotto lo splendore accecante del mezzogiorno, cominciò a decifrarle a voce alta. Era la storia della famiglia, scritta da Melquiades persino nei suoi particolari più triviali, con cent'anni di anticipo. L'aveva redatta in sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari con la chiave privata dell'imperatore Augusto, e quelli dispari con chiavi militari lacedemoni. La protezione finale, che Aureliano cominciava a intravedere quando si era lasciato confondere dall'amore di Amaranta Ursula, si basava sul fatto ch Melquiades non aveva ordinato i fatti nel tempo convenzionale degli uomini, ma che aveva concentrato un secolo di episodi quotidiani, di modo che tutti coesistessero in un istante. Affascinato dalla scoperta, Aureliano lesse ad alta voce, senza salti, le encicliche cantate che lo stesso Melquiades aveva fatto ascoltare ad Arcadio, e che erano in realtà le predizioni della sua esecuzione, e trovò annunziata la nascita della donna più bella del mondo che stava salendo al cielo in corpo e anima, e conobbe l'origine di due gemelli postumi che rinunciavano a decifrare le pergamene, non soltanto per incapacità e incostanza, ma perché i loro tentativi erano prematuri. A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre. Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di geranei antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci. Non se ne accorse perché in quel momento stava scoprendo i primi indizi del suo essere, in un nonno concupiscente che si lasciava trascinare dalla frivolità attraverso un altipiano allucinato, in cerca di una donna bella che non lo avrebbe fatto felice. Aureliano lo riconobbe, incalzò i sentieri occulti della sua discendenza, e trovò l'istante del suo stesso concepimento tra gli scorpioni e le farfalle gialle di un bagno crepuscolare, dove un avventizio saziava la sua lussuria con una donna che gli si dava per ribellione. Era così assorto, che non sentì nemmeno il secondo assalto del vento, la cui potenza ciclonica strappò dai cardini le porte e le finestre, svelse il tetto dell'ala orientale e sradicò le fondamenta. Soltanto allora scoprì che Amaranta Ursula non era sua sorella, ma sua zia, e che Francis Drake aveva assaltato Riohacha soltanto perché loro potessero cercarsi per i labirinti più intricati del sangue, fino a generare l'animale mitologico che avrebbe posto termine alla stirpe. Macondo era già un pauroso vortice di polvere e di macerie centrifugato dalla collera dell'uragano biblico, quando Aureliano saltò quindici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l'istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando se stesso nell'atto di decifrare l'ultima pagina delle pergamene, così come si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

Gabriel Garcia Marquez
Cent'anni di solitudine,
Feltrinelli, 1974
pag. 423/426

1 commento:

  1. Bellissimo, amo Gabriel García Márquez.

    Un abbraccio Matilda :)

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