sabato 22 settembre 2012

Libri, uomini e poeti

Ho appena letto il post di  Linda ( http://micontraddico.blogspot.it ). Parla di libri, libri speciali, libri -uomini, così che, nel mio libro, un signore biondo, alto e distinto diventa "I quaderni di Malte Laurids Brigge", un altro più basso, dalla figura agile e svelta diventa "Apologo del giudice bandito", una donna, non più giovane, con i capelli corti, se non fosse per una morbida frangia che copre il lato destro della sua fronte alta, dal sorriso aperto e dallo sguardo a tratti malinconico, non può che essere "Malina". Linda parla del bel libro di Ray Bradbury "Fahrenheit 451", a me ha fatto immediatamente pensare a dei versi, dei versi che mi accompagnavano, stampati e appesi sulla parete dietro la mia scrivania nella biblioteca scolastica che ho "abitato" per ben 12 anni, quella di uno dei due Licei Scientifici della mia città.
I versi sono questi:

Nessuno può scrivere un libro. Un libro
perché esista davvero, è necessaria
l'aurora col tramonto, secoli, armi
e il vasto mare che unisce e divide.

Così pensava Ariosto, che al piacere
lento si dette, nell'ozio di vie
di neri pini e di lucenti marmi,
di tornare a sognare il già sognato.

L'aria della sua Italia era abitata
dai sogni che, in figura della guerra
che in duri secoli afflisse la terra,
insieme ordirono memoria e oblio.

Una legione persa nella valli
d'Aquitania perì in un'imboscata;
così nacque il bel sogno di una spada
e del corno sonante in Roncisvalle.

I suoi idoli e i suoi eserciti il duro
sàssone sui giardini d'Inghilterra
lanciò in pericolosa e fiera guerra
e di questo rimase un sogno: Arturo.

Dal settentrione dove un cieco sole
abbaglia il mare, giunse il sogno d'una
dormiente vergine che il suo signore
attende, dentro un circolo di fuoco.

Chissà se dalla Persia o dal Parnaso
venne quel sogno del destriero alato
che per l'aria l'incantatore armato
spinge, e sprofonda nel deserto occaso.

Quasi in groppa a quel magico cavallo,
Ariosto vide i regni della terra
solcata dalla festa della guerra
e del giovane amore avventuroso.

Come attraverso tenue bruma d'oro
vide in basso un giardino che i confini
dilata in altri segreti giardini
per l'amore di Angelica e Medoro.

Al pari degl'illusori splendori
che all'indù lascia intravedere l'oppio,
passano peril Furioso gli amori
in un delirio di caleidoscopio.

Né l'amore ignorò né l'ironia,
perciò sognò, con arguzia discreta,
il singolare castello ove tutto
è (come in questa vita) falsità.

Come a ogni poeta, la fortuna
o il destino gli diè una sorte rara;
andava per le strade di Ferrara
e al tempo stesso andava per la luna.

Quel che resta dei sogni, l'indistinto
limo che il Nilo dei sogni abbandona,
con questo fu tessuta la matassa
di quel suo risplendente labirinto.

Di quel grande diamante dove un uomo
può ben perdersi avventuratamente
in circoli di musica indolente,
dimenticando il suo corpo e il suo nome.

Europa intera si perdette. In grazia
di quell'ingenua e maliziosa arte,
poté piangere Milton Brandimarte
morente e di Darinda l'afflizione.

Europa si perdette, ma altri doni
diè il vasto sogno alla famosa gente
che abita i deserti dell'Oriente
e la notte gremita di leoni.

Di un re che dona, allo spuntar del giorno,
la sua regina d'una notte all'avida
scimitarra, ci narra il dilettoso
libro che ancora affascina le ore.

Ali di notte improvvisa, crudeli
artigli da cui pende un elefante,
monti magnetici che con l'amante
loro abbraccio frantumano i velieri,

la terra retta da un toro ed il toro
da un pesce; arcani abracadabra, magici
talismani, parole misteriose
che nel sasso spalancano antri d'oro;

questo sognò la saracena gente
che segue la bandiera d'Agramante;
questo, che vaghi volti con turbante
sognarono, poi invase l'Occidente.

L'Orlando è adesso  una ridente terra
che apre le sue disabitate miglia
di oziose e innocenti meraviglie
che sono un sogno che nessuno sogna.

Dalle islamiche arti tramutato
in sola erudizione, in mera storia,
sta solo, nel suo sogno. (Ché la gloria
è una delle forme dell'oblio.)

Poi vetro fatto pallido l'incerta
luce d'un altra sera tocca il libro
e nuovamente arde e si consuma
l'oro che ne abbellisce la coperta.

Nella deserta sala il silenzioso
volume viaggia nel tempo. Le aurore
restano indietro e le notturne ore
e la mia vita, delirio affannoso.


Ariosto e gli arabi
da
Borges, Tutte le opere,
I Meridiani, Mondadori.

2 commenti:

  1. Davvero, davvero bello, Mat.
    Un libro non s'improvvisa, si ha bisogno di lacrime, sangue, risa, vicende, esperienza, vita... altrimenti sono solo parole vuote.

    ps. e che dicevano i tuoi ragazzi di questi splendidi versi di Borges?

    RispondiElimina
  2. Grazie, Linda... sei la mia musa ispiratrice!!!! :-)
    I ragazzi? Sì, alcuni si accorgevano di quelle parole scritte, altri meno, però, nell'entrare in biblioteca, tutti, ma proprio tutti, adulti e ragazzi, alcuni con piacere, altri con fastidio, si accorgevano di entrare in un posto speciale, diverso da tutti gli altri... . Credo, però, che molto, moltissimo dipendesse dalla convinzione, dalla forza (nel senso positivo, di consapevolezza, di attenzione, di impegno) con la quale la docente bibliotecaria, cioè io, mi ponevo nei confronti del lavoro, del servizio che offrivo loro. Non è mai stato un lavoro "leggero", né facile. Mi ha dato molte soddisfazioni ma anche delusioni. Non dissimile, in questo, dal lavoro dell'insegnamento in classe. Chissà, forse non siamo in tantissimi ad amare il lavoro che quotidianamente occupa tante ore delle nostre vite, forse è da lì che nascono le difficoltà, forse dal fatto che non sono tanti a voler fare della propria vita un romanzo!!! Come sempre, scherzo un poco, ...quello che mi preoccupa, invece, è che sto parlando di questo lavoro al passato... ciao, mia cara Linda, oggi, non so perché, niente mare...eppure ne avrei bisogno...mah!!

    RispondiElimina