venerdì 14 settembre 2012

A tout le monde

Lettera

Ho guardato, in questi anni, lo sfacelo che si delineava sempre più chiaro attorno a me, attorno a noi, noi lavoratori. Io sono donna, non più giovane (è una colpa? una condanna? la fine della vita attiva? i non più giovani non servono più allo Stato, se non come piccoli congegni lavorativi da sfruttare così come viene, come richiede il nuovo  mercato del lavoro?). Sono anche, sono stata anche una giovane insegnante, con laurea e concorso a cattedre “vinto”, quando ancora esistevano i concorsi pubblici per accedere al ruolo docente.

Ho affrontato la professione, forse tra le più difficili del mondo, quella di insegnante con entusiasmo e senso di responsabilità. All’inizio della mia carriera ho lavorato  in paesi  belli e poco abitati situati nel centro montuoso  della mia regione, spostandomi dalla mia provincia, diventando “fuori  sede”  non per studio ma per lavoro, dunque. Poco male, era il prezzo da pagare  per poter lavorare subito dopo la laurea. Con un pò di fatica, allora si poteva. Avevo raggiunto una posizione sociale migliore di quella dei miei genitori. Avevo raggiunto la mia indipendenza economica. Lo dovevo a loro, certamente, ma lo dovevo anche allo Stato, in parte, che non aveva reso impossibili i sogni e un minimo di giustizia e di equità sociale. Allora la scuola era pubblica e il nome stesso del Ministero lo ricordava. Da troppi anni  il nome del Ministero è diventato “tecnico”, spazzando via quella parolina magica e fastidiosa che apriva troppe menti, che dava strumenti  a  troppi, nel senso di cervelli.

Così ho insegnato, sino a rendermi conto che una, all’inizio lieve,  perdita di udito problematizzava il mio rapporto con gli alunni e con l’ideale di relazione che avevo sempre creduto possibile e realizzabile. Può essere che abbia sbagliato. In seguito, quando la perdita di udito si è aggravata, ho risolto, in buona parte, il problema, con l'utilizzo di piccole e costosissime protesi acustiche.  Il livello di udito necessario all'interno di una classe non è quello che si rende indispensabile per la comunicazione in un ambiente, silenzioso e ordinato come quello di una biblioteca. La legge prevedeva, allora, parlo del 1997, che gli insegnanti, i quali nel corso della loro carriera fossero incorsi in patologie, da lavoro o meno, tali da renderli meno efficienti  nell’espletamento dei loro compiti, potessero, presentando regolare richiesta e certificazione, usufruire di una utilizzazione, sempre all’interno della scuola,  in compiti legati alla loro professionalità, quella docente, ma non direttamente legata alla lezione frontale giornaliera. Così, molti insegnanti, ed io tra questi,  si sono avvalsi di quella legge, impegnandosi più che proficuamente all’interno delle biblioteche scolastiche, realizzando tutto ciò che la biblioteca come centro di diffusione dell’informazione e della cultura, come aula aperta, come stimolo all’autonomia del pensiero e della ricerca può essere. Supporto alle attività didattiche, ideazione, realizzazione di progetti, autonomamente o in collaborazione con gli Organi Collegiali, promozione di attività ed eventi culturali. Insomma nelle scuole in cui gli insegnanti, con utilizzazione in altri compiti,  hanno lavorato nelle biblioteche scolastiche, se il Ministero procedesse ad una verifica del “merito”, di cui tanto si parla, scoprirebbe un universo vivo di persone che hanno fatto della loro difficoltà una importante risorsa culturale e didattica al servizio della creatività e della conoscenza per le nuove generazioni ma, spesso, anche per lo stesso corpo docente che da quell’esperienza di dedizione e ricerca ha,  nei casi migliori, tratto elementi e strumenti di crescita culturale ed umana.
Tutto questo, poche le parole, grandissimo, importante e complesso il lavoro che ci sta dietro, è stato spazzato via dal decreto sulla Spending Review dei  commissari tecnici del governo Monti.

Si è deciso che fosse meglio ed indispensabile per le sorti della finanza pubblica declassare gli insegnanti utilizzati presso le biblioteche scolastiche, e che sino ad oggi mantenevano la loro posizione giuridica ed economica di docenti, alla categoria di Assistenti Tecnici e Amministrativi  (ATA).

Dicono che manterremo nel tempo il trattamento economico attuale, non si capisce bene in base a cosa verrà calcolata la pensione, ma, sinceramente è uno degli aspetti che ora come ora mi preoccupa meno, visto che la pensione di tutti è a rischio, e per tutti sembra diventato difficilissimo capire come e quando potrà essere ottenuta,  la cosa più disgustosa di tutta la manovra è la volontà e l’assoluta mancanza di rispetto per il lavoro e i diritti umani e civili che esso porta con sé. E’ il disprezzo per il merito vero delle persone che lavorano, è il disprezzo per l’idea stessa di scuola e cultura. E’ la volontà di diffondere ignoranza, e non parlo solo di quella che si combatte con i libri, parlo della mentalità che si diffonde sempre più, secondo la quale appare necessario essere perfetti e fortunati per sopravvivere, che la solidarietà tra i meno forti non solo non esiste più ma che, anzi, sia giusto sostituirla con lotte all’ultimo sangue per accaparrarsi quello che ancora rimane.

Dicevo, all’inizio del mio scritto che, inizialmente guardavo lo sfacelo, ora ci sono immersa sino al collo, aggiungo soltanto che ho sempre conservato la lucidità per sapere che il coinvolgimento in questo sistema distruttivo di professionalità e saperi, sarebbe arrivato, lo ritenevo ingiusto e disumano prima, lo ritengo ingiusto e disumano ora.

10 luglio 2012


3 commenti:

  1. Hai aperto completamente il tuo cuore e hai fatto vedere chi eri, chi sei e cosa è stata la tua vita. E che cosa significa il tuo lavoro per te. Insegnare fin quando è possibile, riqualificarsi pur di rimanere nella scuola quando non è più possibile. Mi sembra onestissimo.
    Buttare tutto, ecco cosa faranno, se non li fermeremo. Coraggio Mat, non dobbiamo mollare.

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  2. ecco...lettere come queste fanno comprendere come ancora una volta la mannaia di un governo di superficiali, s'abbatta su settori nei quali anzichè interventi draconiani dovrebbero essere introdotte innovazioni e ristrutturazioni dopo aver studiato con attenzione e scrupolo la delicatezza del settore formativo e culturale e aver valutato tutto il lavoro che è stato portato avanti in questi anni da docenti che hanno dato l'anima per passione e per senso di responsabilità.
    Trovo inaccettabile ciò che hanno deciso non solo perchè va a penalizzare persone che hanno già dovuto affrontare una "rivoluzione" personale per calarsi con profitto nel lavoro di bibliotecari,ma proprio perchè provvedimenti del genere apparentemente volti a recuperare risorse, molte altre risorse finiscono per disperdere. Le gettano proprio via! Fra queste la professionalità raggiunta in anni e anni di applicazione e studio. Pensano che non sia nulla questa? Se lo pensano è perchè sono imnprigionati dentro una mentalità da contabile. NOn sanno alzare lo sguardo, non vedono, sono irrimediabilmente ciechi. Come nel caso dell'Alcoa, come in cento altri casi in cui si è lasciato morire un settore economico(la chimica ad esempio) per pura miopia, per menefreghismo e in fondo per una ignoranza davvero inspiegabile.
    .
    Come dire che chi oggi sa,non decide e chi ignora e non sa, invece decide e dispone allegramente le sorti non solo di singole persone ma di intere regioni e categorie professionali.

    Altro che tecnici! Per essere tecnici occorre conoscere e studiare non applicare misure con i paraocchi ben calati sugli occhi.
    Grazie Matilda per la tua testimonianza così cazzuta, accorata, e al tempo stesso, piena di dignità.

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  3. Non volevo essere patetica, forse, però, un poco posso risultare così. Non me ne importa più di tanto. Mi sento anche coraggiosa, devo dire, ad affrontare aspetti di sé che spesso si nascondono anche a se stessi. Non amo neppure quelli che fanno un cavallo di battaglia delle loro malattie o handicap per tutte le possibili e immaginabili lamentele e richieste. Non amo essere compatita, anzi, sinceramente, lo detesto e tendo ad allontanarmi da coloro che usano questo modo di relazionarsi alla difficoltà altrui. Avrei voluto mettere più in evidenza l'ingiustizia non rivolta tanto a me, in quanto persona, ma la discriminazione per una categoria di persone e, soprattutto il fatto, vero, che la società attuale, il sistema politico-economico di questi anni è più feroce, più spietato, più ingiusto di quello nel quale la nostra generazione è diventata adulta.

    Grazie Linda, Grazie Carlo.

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