martedì 17 luglio 2012

Itzoccor


Apologo del giudice bandito, di Sergio Atzeni, con copyright della Sellerio del 1986.

"Itzoccor, figlio di Arsoco".

Si presenta così, Itzoccor, ad Alì,  dentro la tomba, il pozzo nel quale venivano gettati i mal adatti, quelli che non si sottomettevano, gli indipendenti, i ribelli, i puri come Alì, , al buio, tra le stelladas, blatte velenose con il dorso disegnato dalla stella a quattro punte, pelle di topi, ossa umane e il rumore prodotto da un rivolo d'acqua che filtra dalla roccia fredda e fangosa.

- Non ti sono nemico. Sono Itzoccor, figlio di Arsoco. Benvenuto in questa tomba. -

Itzoccor era il giudice, nella visione del vicerè, Don Ximene, uomo dappoco, come tutti gli uomini di potere.
"Don Ximene sorride. - Dimmi merdoso, perché ti facevi chiamare giudice? Non appari come monaco, hai piuttosto forma d'assassino... Perché giudice? In memoria dei vecchi tempi? Tu saresti il Giudice? Il grande capo? ... Guarda un pò, uno dei tuoi ti ha venduto per tre vacche e dodici starelli di grano ... Se sei giudice, giudica: è il giusto? Non li condanni?
- Giudice altri l'hanno detto, non io. -"

risponde così Itzoccor, come in un altro  tempo, in un altro luogo, aveva risposto Gesù alla domanda di Ponzio Pilato. E continua Itzoccor:

"- Tu invece, sei detto cane, e sei creatore di Giuda, biscia velenosa ... -"

così, Itzoccor, chiama il vicerè. Ha ragione. Pauroso e vile. Potente solo per la posizione che occupa, di servo di potenti più potenti di lui.

E' bello questo racconto di Atzeni, come tutti gli scritti che ci ha lasciato.
Visionario e reale. Immagina il passato nei rapporti universali tra gli esseri umani.
Vive in quella città, bellissima che chiama Caglié, dove ambienta tutti i suoi romanzi, la sua poesia.
E' Cagliari, città d'oriente a sud della Sardegna, città alta sui colli che digradano verso un mare dalle infinite tonalità d'azzurro. Città dalle alte mura, circondate da stagni, un tempo paludi, tra le quali fugge Juanica, dopo aver accoltellato un nobile tonto incantato dal suo culo.

Itzoccor resiste anche alla tentazione di uccidersi.
Al buio, tra i topi, li domina. E, alla fine lo lasciano in pace, gli servono solo da cibo.
Il vicerè, in cambio della prigionia di Itzoccor, conosce la paralisi e la pazzia. Alla luce, con la possibilità di ammirare il mare e i suoi colori, la sua aria e la sua energia, muore la biscia velenosa, il cane.




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