domenica 3 giugno 2012

Sonosoloimanifesti


È in corso a Sassari, inaugurata il 17 maggio, visitabile sino al 20 giugno, la mostra sonosoloimanifesti di Enrico Pugioni.
Il luogo che la ospita è l'ex Ricovero di Mendicità fondato a Sassari, nel 1869.  Gli edifici risalgono ad un tempo ancora più lontano, trattandosi di quelli costituenti l'antico convento adiacente la Chiesa di San Pietro in Silki. Chiesa ed ex convento sono inseriti su di una vasta area ad uso agricolo della superficie di circa 9 ettari.  Luogo niente affatto neutro, anzi, ricco di memoria collettiva e di storia.
sonosoloimanifesti, di Enrico Pugioni, consta di 24 stampe digitali su carta fotografica della dimensione di 70X100 cm.

di seguito la prima immagine


e il testo critico a cura di Gloria Marazi:


sonosoloimanifesti 
È proprio così? Esattamente come recita il titolo? Sono solo  manifesti pubblicitari,  locandine 
di mostre d’arte tenutesi in gallerie e musei sparsi per l’Europa, le immagini sulle quali ci 
stupiamo e dietro le quali immaginiamo, costruendo ipotesi, elaborando le domande dalle 
risposte che ognuno di questi ci offre? Sono solo manifesti o opere d’arte complete e 
narrativamente significative?  Si tratta di fotografie o di fotografie di dipinti, visto che alcuni di 
essi potrebbero ben essere stati creati con matite, pennelli e spatole? Riproduzione di quale 
realtà, quale l’intento interpretativo di essa? La fotografia, è noto, dal suo nascere, offre all’uomo la possibilità di riprodurre automaticamente l’immagine tridimensionale della realtà
su di un supporto semplicemente bidimensionale; il risultato è quello  di fissare in un attimo, potenzialmente eterno, gli aspetti visibili, esteriori, di materia, dell’ambiente che circonda l’umanità e l’umanità stessa, assieme ai suoi oggetti.
Nel momento in cui si è diventati consapevoli, per accresciuta conoscenza degli 
strumenti scientifici, di tutte le possibilità che la tecnica fotografica offriva, essa si è avviata a 
diventare mezzo espressivo che permetteva di  superare la visione naturalistica per dare spazio 
alla soggettività dell’operatore dietro l’obiettivo. Nel percorso seguito dal momento della 
scoperta, o se si preferisce, dell’invenzione della camera oscura, al cinema in 3D, innumerevoli 
sono stati i passaggi e straordinarie le conquiste ottenute e pienamente sfruttate dagli artisti, a 
partire da Canaletto per arrivare alla elaborazione grafica di immagini digitali, qualsivoglia sia la 
loro origine, ottenuta attraverso   le più recenti  App di qualsiasi computer odierno. Il Dadaismo, 
la Pop Art, il videotape degli anni settanta, la necessità per la Land Art di fotografare un 
intervento diretto sull’ambiente naturale destinato a modificarsi nel corso del tempo per 
intervento degli agenti atmosferici, nonché di quello umano, le performance degli artisti della 
Body Art, le installazioni degli anni settanta-novanta, non avrebbero potuto lasciare 
testimonianza di sé, se non si fosse fatto uso della macchina fotografica e/o della videocamera. 
L’autenticità dell’opera d’arte, forse materialmente inesistente nel momento in cui se ne parla, 
si trasferisce al  mezzo che ne testimonia il passaggio nel nostro universo percettivo. La 
fotografia si fonde, a volte, con l’opera stessa, e l’autore, magicamente, si sdoppia; il concetto 
stesso di autorialità perde forza. La fotografia è quel mezzo che permette la “riproducibilità 
tecnica dell’opera d’arte”, secondo quanto asserito da Walter Benjamin nel 1936, che ne 
distrugge l’aura, ma che ha come conseguenza  inevitabile quella 
della democratizzazione dell’arte stessa. Con l’avvento della fotografia entrano nel campo 
dell’Arte elementi sino ad allora esclusi da essa, sia in quanto soggetti che oggetti dell’opera. L’ 
artista fotografo scopre, maturando esperienza nella tecnica, di avere tra le mani un mezzo 
potente, un mezzo che ha tra i suoi caratteri oltre a quello della resa veritiera della realtà, 
quello della manipolabilità.  I sistemi politico-sociali, dal nazifascismo alla creatività della 
grafica pubblicitaria odierna, tendono ad utilizzare a scopi propagandistici ed economici il 
mezzo fotografico, con tutte le sue applicazioni;  l’artista tende a sovvertire l’ordine esistente 
prima di lui e, in genere, contro di lui, da sempre . Dalle Madonne cercate tra le donne del 
popolo al ready made, l’arte ha sovvertito, mutato, utilizzato le scoperte scientifiche, persino 
protestato contro l’incapacità dello sguardo comune di vedere, non soltanto di capire, ciò che 
rientra, nel tempo, nel suo campo visivo. Non è, forse, scopo dell’ Arte quello di  rivolgersi, nel 
suo modo sublime, al sublime che alberga nell’essere umano? Un sublime in senso kantiano, un 
sublime che instaura quella relazione imprescindibile tra l’opera d’arte e il soggetto che la 
osserva e che nel tempo attuale è sempre più soffocato e negato in nome di una modernità che 
tende più a promuovere i valori di mercato che quelli artistici in senso proprio. Ma l’Arte di 
tutti i tempi, si nutre di “rivolta”, nasce da una disposizione d’animo che non può non essere 
definita “rivoluzionaria”, nel senso di sovvertitrice di un ordine precedente, sia che essa si 
realizzi nell’infinito di C. David Friedrich oppure attraverso la riproduzione di una  pipa. 
«Dopo tutto gli artisti sono le persone più pericolose del mondo. Sono loro che cominciano 
tutte le rivoluzioni» asseriva Man Ray nel 1975*.  «La fotografia è Arte.» afferma sempre lui, 
anche se, a scanso di ogni equivoco, aggiunge che «L’Arte non è fotografia.»* 
All’interno di questo percorso, segnato a posteriori dal concetto di arte/rivoluzione di Man Ray, 
si colloca l’arte di Enrico Puggioni. Gli albori della sua attività lo vedono impegnato, oltre che 
nella ricerca individuale, nell’esperienza artistica dei Fiori Blu, insieme a Gianni Ruggiu e Giulia Sale;
quei Fiori Blu che secondo le parole di Giuliana Altea, che ne seguì i primi passi, 
riuscivano in modo magistrale a “spiazzare lo spettatore”. Di quegli anni della sua attività, 
ricordiamo i titoli narrativi e poetici dati a pareti bianche o ad interventi minimi sull’ambiente, 
e già in essi riscontravamo la volontà costante di  sovvertire l’idea di opera d’arte come 
creazione destinata alla storia dell’eternità e del bello e piuttosto, invece, come una sfida 
all’intelligenza e alla curiosità del fruitore.  Così se è vero che esiste un Enrico Puggioni 
dell’arte evento, dell’installazione che fa largo uso di espedienti concettuali, esiste un Enrico 
Pugioni della fotografia, maestro nella tecnica di essa e attento sperimentatore. È un artista, 
l’Enrico Pugioni odierno, che come l’altro, ama giocare con il senso delle parole, ama ri- 
scoprire e ri-comporre relazioni tra sogno e realtà, ma soprattutto mira a suscitare in chi 
guarda, in chi ascolta, in chi legge, domande alle quali non ci si può permettere di non 
rispondere poiché fanno appello all’intelletto e soltanto attraverso esso arrivano più in là, nella 
zona sconosciuta del mistero. Il Queneau de I fiori blu, mitico ispiratore letterario del gruppo, 
era anche un matematico. I fiori blu rimangono, nell’artista che oggi conosciamo, un’impronta 
stampata con tutti i suoi petali sull’anima.  Sonosoloimanifesti è, dunque, la prosecuzione di un 
discorso che vuole andare avanti, ma che ha radici nel divenire stesso del loro autore. 
Sonosoloimanifesti è la testimonianza dell’impossibilità di soffocare la tensione verso l’atto 
artistico,  che nasce anche da una rivisitazione del concetto stesso di identità, non nella sua 
sostanza quanto nella rappresentazione di essa. Ecco perché, formalmente, esistono due artisti, 
dei quali uno di loro è l’eteronimo dell’altro e lo è diventato grazie ad una semplicissima 
operazione di ordine sintattico: eliminando o aggiungendo (?) una lettera “g” dal cognome che 
casualmente è suo. 
Qual è il rapporto tra Arte e Identità? In che misura essere un certo tipo umano influenza 
l’identità dell’artista? E quanto essa è condizionata dalla territorialità, dall’appartenenza ad un 
luogo geografico specifico?  
Sappiamo dalla biografia di Enrico Puggioni che egli è nato a Sassari e che in Sardegna ha 
realizzato molte delle sue mostre a partire dal 1984, sino agli albori del secolo che stiamo 
vivendo. Contemporaneamente alla conclusione del progetto I fiori blu, nasce, nel 2000 
l’esperienza che porterà Enrico Pugioni a girare l’Europa, dapprima risalendo l’Italia da 
Palermo a Genova e poi toccando molte delle maggiori città europee. Il concetto di identità è 
uno di quelli particolarmente sentito dall’intellettualità sarda, alla quale, certo, Enrico Puggioni 
e la sua arte non hanno mai dichiarato di appartenere, eppure, poiché è innegabile che 
l’insularità crei un determinato modo di guardare la realtà e di affrontare il proprio rapporto 
con il contingente, sia esso politico-sociale che artistico, possiamo rilevare nella scansione della 
scelta delle sedi delle mostre di Enrico Pugioni una forte volontà, quasi un’ossessione, leggera 
(e ironica), di quanto chiamato da Achille Bonito Oliva, lo sconfinamento. Uno sconfinamento 
che alla fine, forse, vede l’Europa stessa come isola dalla quale non voler o non poter evadere, 
ma, all’interno della quale trovare modi di espressione che si rivolgano, in uno spazio 
relativamente ristretto, all’umanità sempre più varia che lo popola; ecco anche il motivo della 
scelta della lingua inglese per  parte dei suoi interventi verbali all’interno delle opere-manifesti. 
Ognuno dei 24 pannelli si pone come tessera del mosaico rappresentato dall’evento proposto 
oggi, che può essere letto anche come racconto di sé. E lo fa, evidentemente e ovviamente a 
suo modo, conservando la sua naturale dose di ermeticità e di distacco, seguendo la sua 
inclinazione di sempre rispetto all’atto artistico, alla quale potrebbero ben applicarsi le parole 
di Arthur C. Danto, che in una intervista rilasciata a proposito dell’arte del Novecento, dice: “ 
Se cerchi di fare filosofia studiando la Bohème, ti ritroverai a piangere. Se invece hai a che fare 
semplicemente con un cavatappi, la tua capacità di concentrazione ne uscirà assolutamente 
rafforzata”*. 
Nel febbraio del 2000, dal Sud, e da un’altra isola mediterranea, assistiamo all’inizio del suo 
viaggio. Enrico Pugioni si mostra, potremmo dire, fuori di sè, freaked out, in senso spaziale ed 
esistenziale. Forse confonde la Sicilia con la Sardegna, forse intravvede i futuri massicci approdi 
dei migranti dall’Africa, e decide di assumere, pur da privilegiato rispetto a quelli, la veste 
dell’esule, la veste di colui che lontano dalla propria terra tenta di farsi apprezzare, di farsi 
capire, di stabilire un contatto, magari remoto, magari solo marino, liquido, instabile, 
trasparente con una umanità  che si avvia ad essere sempre più divisa, chiusa in piccoli gruppi, 
separati da rigide reti di conformismo. Un exploit magnifico e immaginifico, forse dato dall’uso 
di sostanze psicotrope, come dice il titolo, forse semplicemente rispondente all’eccitazione di 
tutti i sensi che precede la realizzazione artistica. Dal caos seguito alla fine di un progetto, 
quello dei Fiori blu, al cosmos di un progetto nuovo, basato sul movimento, sul recupero dell’ 
interazione armonica di cui parla Luciano Fabro. 
A Napoli, sempre nel 2000, non può non presentarsi, dopo lo sconvolgimento iniziale del 
viaggio per mare, il Desiderio. Prepotente e invincibile. Colorato e materialissimo. Di vita, di 
prosecuzione, di realtà, di senso e sensualità, di affermazione di sè. Per ritornare a Roma ad una 
sorta di post-orgasmic chill, ed immaginare una mostra che fosse essenziale , bog standard, di attesa
Siamo agli inizi della primavera del 2001, c’è nell’aria italiana e internazionale un’atmosfera 
carica di presagi, di minacce e, ancora una volta, nei movimenti civili e giovanili no global, nati 
da poco,  molta speranza, molto entusiasmo, molta ansia di partecipazione alle decisioni 
riguardanti il nostro pianeta. Il colore scelto per bog standard è l’iridescenza dell’acquamarina, 
colore del piacere sognato, perduto. È forse il manifesto più malinconicamente freddo 
dell’intera opera qui proposta. 
Il viaggio ha un’accelerata. Quando nell’autuno del 2001, rispettando le tappe programmate, la 
mostra si apre a Genova, tutto è già avvenuto. Il terreno è stato tastato, provato da tutti i punti 
di vista. Vicino, vicinissimo, si è sparso sangue vero nella difesa di quello che ora, a distanza di 
anni,  ci appare il mondo finanziarizzato, che allora si andava velocemente imponendo. L’ 
estetizzazione della politica di cui parlava Walter Benjamin nel 1936 a proposito del nazi- 
fascismo, deve ancora raggiungere il punto più alto nei nostri media nazionali, ribaltandosi nel 
suo opposto e svelando tutto l’orrore e la corruzione che sta dietro la ricostruzione 
tecnologico-mediatica della realtà. Le masse di cui parlava Benjamin, hanno iniziato, già da un 
pò di tempo, a perdere la possibilità, che pure il mezzo tecnologico permetteva, di essere 
educate alla fruizione dell’opera d’arte, per quanto riproducibile. Il mezzo televisivo si è 
trasformato da potenziale strumento educativo a reale strumento dis-educativo. In questo 
contesto storico Enrico Pugioni va avanti e il manifesto autunnale di Genova è una scia di due 
colori, il grigio e il verde, il suono fumettistico suggerito è di una fuga non dell’artista dalla 
realtà quanto la rappresentazione della dissonanza radicale tra soggetto e mondo. 
Ad Atene troviamo di nuovo il mare e, accanto ad esso, lo sconforto. Il silenzio e la riflessione. 
Le orme sulla sabbia sono quanto di più effimero possa esistere. Possiamo ipotizzare che la 
mostra intera riassunta dal titolo e dall’immagine, sia quella di movimenti bloccati, repressi, 
depotenziati e sgomenti. Ma Berlino riporta alla mente musiche mai dimenticate. Le canzoni 
degli anni settanta e le stesse speranze. La foto è vitalissima, il rosso in movimento nel nero, 
produce un altro corto circuito. Siamo alla fine del 2002. 
Le guerre del 2003 si nascondono dietro la pietra, quasi morbida nella sua resa fotografica, e la 
cera, per definizione capace di essere plasmata, creando disegni e ombre che l’occhio può 
registrare e riproporre ad un corpo sociale sempre più alienato ed anestetizzato. Così si lascia 
andare, ci si passa sopra e il manifesto del 2004, ricco di colori naturali e di movimento ci parla 
della vita quotidiana, in una visione dall’alto  che pone allo stesso grado di importanza il 
candore dei capelli con   il viola prosaico di un paio di leggings. Le aste a riposo del giocoliere 
annunciano  possibili meraviglie. Un verde stinto, di tessuto consumato, attraverso il quale 
riusciamo a scorgere il bianco che acceca. La beatitudine, il bliss out è non lasciarsi contagiare 
dalle trame disumane del progresso falso che distrugge più che creare. 
L’ opera di Enrico Pugioni, lo vediamo, è profondamente inserita nell’essere personale che non 
abdica mai alla sua relazione con la storia, col mondo. 
Le due piccole sagome nere fanno venire alla mente i cerchi prodotti dai pensieri dei 
personaggi di Beckett, lo stupore e la mancanza di parole per le domande generate dall’attesa, 
per lo sgomento della solitudine che diventa quasi comicità nell’orecchio alzato a captare, 
forse, un segnale lontano. 
La gamma dei colori è interamente mostrata nelle immagini che Enrico Pugioni ci propone, dai 
fondali monocromi con minimi interventi di luce, alle fotografie di ombre in movimento che 
creano un amalgama di tonalità chiare e scintillanti. E come i colori è rappresentata la gamma 
delle sensazioni. Macchie, imperfezioni, volti quasi cancellati dal tempo a imitazione del vero.  
Le variazioni di luce e la nitidezza dello sguardo concorrono, con le frasi scritte su esse, a 
rivolgersi all’unico e solo essere al quale potrebbero: noi. Ma esiste un noi? Esiste ancora? Esisterà 
mai più? Il creepy, il senso di disagio prodotto da una domanda del genere nella nostra epoca, è 
ben descritto dalla foto di un gelato per nulla invitante. 
*Man Ray, Tutti gli scritti, 1981; 
*op. cit. 
*alfabiennale, supplemento al n.10, giugno 2011


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