lunedì 23 aprile 2012

Ri-leggere



Rileggo Pavese.
Meraviglia. Ancora una volta.
Riscopro le radici letterarie del mio amore per la natura, il paesaggio aperto sotto il cielo.
Riscopro quanto mi avevano, a 16 anni, affascinato quelle descrizioni dell’aria del mattino, le nebbie sulle colline vicine e su quelle che segnano l'orizzonte lontano, le ombre indefinite degli alberi,  lo stupore del cielo stellato della notte, protezione e minaccia. La contemplazione dell’apparente vuoto che ci circonda quando siamo immersi, soli, in un bosco, in un sentiero deserto tra la campagna, il silenzio, il canto degli animali, il loro respiro, il loro calore, la luce del sole e il suono dell’acqua, una animalità tanto vissuta che diventa pura spiritualità, diventa leggera quanto solo la carnalità della realtà può essere.
Leggo, contemporaneamente anche Pasolini. Due scrittori italiani. Nati in Italia. Diversi allora, ognuno a suo modo, dall' umanità che li circondava. Diversi a tal punto... Grandi, tanto grandi da essere dimenticati, mica si può mostrare negli occhi comprensione, intelligenza, pietà, indulgenza, partecipazione, dolcezza o incertezza, dubbio; il risultato inevitabile, minimo, diciamo così, sarà la solitudine.
Ma Pavese dice, attraverso i suoi personaggi:
"Ma quella sera mi andò meglio. L'incontro recente con Poli mi aveva tolto molti scrupoli e mi diceva che nel mondo, di giorno e di notte, c'erano privilegiati più assurdi di me, gente oziosa che godeva più di me. Perché questo mi avevano inculcato, senza saperlo, padre e madre, provinciali accasati in città: le pazzie dei poveri ti saranno consentite, quelle dei ricchi mai. S'intende che poveri non vuol dire straccioni.
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Non so come Pieretto se la vedesse coi suoi; a me quei visi inermi facevano pena, e mi chiedevo che sorta di tipo fosse stato mio padre a vent'anni e che ragazza mia madre, e se un bel giorno avrei avuto anch'io dei figli così estranei. 
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Nella stanchezza mi riusciva facile non pensare alla notte, ai disordini, ai singhiozzi di Rosalba, e sprofondavo in quel cielo che avevo sognato nel dormiveglia sotto la luce fresca, indugiavo nelle viuzze del paese, guardavo all'insù.
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Della mia infanzia non mi restava altro che l'estate.
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Era come se il sole e il peso vivo della corrente mi avessero intriso di una loro virtù, una forza cieca, gioiosa e sorniona, come quella di un tronco o di una bestia dei boschi.
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Ogni parola che sa di campagna mi tocca e mi scuote.
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- Vecchi si nasce, - dissi, - non si diventa mica.
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Pensai quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.
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Peccato è solamente non capire quel che si fa. (Pieretto)
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- La religione, - disse Pieretto fermandosi, - è capire come vanno le cose. Non serve l'acqua benedetta. Parlare con la gente, bisogna, capirli, sapere quel che ognuno vuole. Tutti vogliono qualcosa nella vita, vogliono fare qualcosa che non sanno mai bene. ebbene, per ognuno in questa voglia c'é Dio. Basta capire e aiutare a capire...
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Per me, già i grilli e le cicale mi cantavano giorno e notte nel sangue, davano voce all'estate, vivevano.
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Allora Poli cominciò a lagnarsi e accusare tutti noi, Gabriella, la gente, di fermarci alla superficie delle cose, di ridurre la vita a un futile dramma, a una serie di gesti e di etichette senza senso. La gente si agitava in fregola e si giocava la coscienza nelle cose più materiali e più sciocche. Chi pensava all'impiego, chi ai vizi meschini, chi al domani. tutti si dibattevano e riempivano la giornata di parole e di vanità. - Ma se vogliamo essere sinceri, - disse, - che cosa ci importa di queste sciocchezze? certamente siamo tutti carogne.
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- ... Solamente chi sei non può dirtelo nessuno... - (Poli)
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- E' incredibile, - disse, - come l'anima più vecchia che hai dentro è quella di quando eri ragazzo. A me sembra di essere sempre un ragazzo. E' l'abitudine più antica che abbiamo... (Poli)

Il diavolo sulle colline
da La bella estate
Einaudi, 1974

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