sabato 18 febbraio 2012

Relazioni e collegamenti d'arte e di umanità

Un edificio grande, grandissimo, più piccolo o di media grandezza, diviso in vani. Tutte le pareti di questi vani coperte di tele piccole, grandi, medie. Spesso alcune migliaia di tele. Su di esse, mediante l'applicazione di colori, riproduzioni di brani di «natura»: animali in luce e in ombra, che bevono acqua, che stanno vicino all'acqua, sdraiati nell'erba; accanto ad essi, una crocifissione di Cristo rappresentata da un artista che non crede in Cristo, fiori, figure umane sedute o in piedi o in atto di camminare e spesso anche nude, molte donne nude (spesso viste di scorcio di dietro), mele e chiavi d'argento, il ritratto del consigliere segreto N., un tramonto, una signora in rosa, anatre in volo, il ritratto della baronessa X., oche in volo, una signora in bianco, vitelli all'ombra con macchie giallissime di sole, il ritratto di Sua Eccellenza Y., una signora in verde. Tutto questo si trova accuratamente stampato in un libro: nomi degli artisti, titoli dei quadri. Della gente tiene questi libri in mano, passa da una tela all'altra, sfoglia e legge i  nomi. Poi se ne va, povera o ricca come quando è venuta, ed è subito assorbita dai suoi interessi, che non hanno nulla assolutamente a che fare con l'arte. Perché è andata alla mostra? In ogni quadro sta misteriosamente racchiusa tutta una vita, tutta una vita con molti tormenti e dubbi e ore d'entusiasmo e di luce.
Dov'è diretta questa vita? dove va l'anima dell'artista, quando essa pure ha avuto parte attiva nell'opera creatrice?
«Mandar luce nella profondità del cuore umano, ecco il compito dell'artista», dice Schumann. «Il pittore è un uomo che sa disegnare e dipingere tutto», dice Tolstoj. 
Di queste due definizioni dell'attività dell'artista, dobbiamo scegliere la seconda, se pensiamo alla mostra, di cui abbiamo or ora dato descrizione; sulle tele spiccano, con maggiore o minore compiutezza, virtuosità o brio, oggetti che stanno l'uno con l'altro in rapporto di «pittura» più grossolana o più fine. L'armonizzazione del tutto sulla tela è la via che conduce all'opera d'arte. Quest'opera viene guardata con occhi freddi e con animo indifferente. I conoscitori ammirano la fattura (come si ammira un acrobata) e gustano la pittura (come si gusterebbe una focaccia).

Le anime assetate se ne partono assetate.

La massa della folla gironzola per le sale e trova le tele «graziose» e «grandiose». L'uomo, che potrebbe dire qualcosa, non ha detto nulla al suo simile, e chi poteva udire non ha udito nulla.

Questa situazione in arte si chiama «l'art pour l'art». 
Questo distruggere le risonanze interiori, che sono la vita dei colori, questo disperdere nel vuoto le forze dell'artista, è «l'arte per l'arte».

Per la sua abilità, per la potenza d'invenzione e di sentimento, l'artista cerca un compenso in forma materiale. Suo scopo è la soddisfazione della sua vanagloria e della sua avidità. In luogo di un lavoro più profondo e in comune con altri artisti, nasce una lotta per il possesso di quei beni. Si lamenta l'eccesso di concorrenza e la sovrapproduzione. Odio, partigianeria, mania di fondar associazioni, invidia, intrighi sono la conseguenza di quest'arte materialistica priva di scopo.

Lo spettatore si allontana dall'artista, che non vede in un'arte senza scopo lo scopo della sua vita, ma che ha invece dinanzi a sé ideali più alti.

Far comprendere è educare lo spettatore dal punto di vista dell'artista. Si è detto sopra che l'arte è figlia del suo tempo. Un'arte siffatta può riprodurre artisticamente soltanto ciò che già satura chiaramente l'atmosfera presente. Quest'arte, che non ha in sé alcuna potenzialità di avvenire, che non è dunque altro che figlia del suo tempo e non diverrà mai madre del futuro, è un'arte evirata. È di breve durata e muore moralmente nell'istante in cui si modifica l'atmosfera che l'aveva prodotta. 

L'altra arte, capace di ulteriori sviluppi, è pure radicata nella propria èra spirituale, ma nel medesimo tempo non si limita ad essere, di quella, eco e specchio; ha invece una forza profetica ed evocatrice, che può esercitare un'azione profonda e ampia. 
La vita spirituale, a cui appartiene anche l'arte, e della quale quest'ultima è uno dei più potenti fattori, è un moto ascendente e progrediente, complicato, ma determinato e suscetibile di esser ridotto a unità. Questo moto è quello della conoscenza.
Può assumere varie forme, ma in fondo mantiene sempre il medesimo significato interiore, il medesimo fine.
Avvolte nel buio sono le cause prime della necessità; nel «sudor della fronte», tra sofferenze, malvagità e tormenti ci si spinge innanzi e verso l'alto. Raggiunta che sia una stazione, e rimossi non pochi sassi malvagi dalla strada, una mano invisibile e cattiva getterà su questa strada nuovi blocchi, che talvolta la fanno apparire completamente interrata e irriconoscibile. 
Allora però viene immancabilmente uno di noi uomini, in tutto uguale a noi, ma che racchiude in sé una forza di «visione» misteriosamente radicata in lui.
Egli vede e addita. Di questo dono superiore, che per lui è tuttavia spesso una pesante croce, vorrebbe qualchhe volta liberarsi. Ma non può. Fra dileggi e odii, egli tira sempre più innanzi e più in alto il carro pesante dell'umanità, che resiste e si blocca fra i sassi.
Spesso accade che da molto tempo sulla Terra non sia rimasto più nulla del suo io corporeo; e allora si mette mano a tutti i mezzi per riprodurre questo suo corpo, in proporzioni gigantesche, in marmo, in ferro, in bronzo o in pietra. Come se il corpo avesse importanza in questi divini servitori dell'umanità e martiri, che disprezzarono il corpo e servirono soltanto lo spirito. Comunque sia, questo ricercare il marmo è una prova che un maggior numero di uomini è giunto al punto in cui era una volta colui al quale oggi si rende onore.

Vasilij Kandinskij
Lo spirituale nell'arte
De Donato editore, 1968

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