martedì 24 gennaio 2012

DADà

manifesto dadà 1918


Per lanciare un manifesto bisogna volere: A.B.C.,
scagliare invettive contro 1,2,3,
eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffondere grandi e piccole a,b,c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l'accento dell'ovvietà assoluta, irrefutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l'ultima apparizione di una cocotte dimostra l'essenza di Dio. La sua esistenza è stata già provata dalla fisarmonica, dal paesaggio e dalla voce suadente.
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Così nacque DADÀ da un bisogno di indipendenza, di diffidenza nei confronti della comunità. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle teorie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali. Forse che l'arte si fa per i soldi o per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete e il ritmo segue la linea della pancia vista di profilo. Tutti gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta alla possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo.
Noi qui gettiamo l'ancora in una terra grassa. Abbiamo diritto di far proclami perché abbiamo conosciuto i brividi e l'allarme. fantasmi ebbri di energia, sprofondiamo il tridentenella carne spensierata. 
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Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un'opera sobria e precisa, senza soggetto. L'artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionista) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti secondo il vento limpido della sensazione del momento.

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