mercoledì 18 luglio 2018

Berlin Alexanderplatz


Impossibile pensare a Berlino e non ricordarsi di lui, Alfred Döblin e il suo romanzo Berlin Alexanderplatz. Nella mia copia, sul frontespizio, è riportata una data, scritta a matita, 1980. Sono trentotto anni che lo conservo nella memoria con la sua introduzione di Walter Benjamin.

Il romanzo è stato scritto  nel 1929, epoca dura per la Germania, dove la Repubblica di Weimar tentava di sopravvivere agli assalti dell'intolleranza, dell'odio, del risentimento, della miseria, della disoccupazione, del profondo scontento di tutte le classi sociali. Inutile dire quali fossero quelle che subivano più duramente gli oltraggi della crisi economica e della politica aggressiva e, presto delirante, del nazionalsocialismo hitleriano.
Di queste masse diseredate, degli ultimi, dei più poveri parla il romanzo di Alfred Döblin e non ne parla indicandone le qualità o, quella che oggi chiameremmo resilienza, no, mostra di quelle categorie di persone i lati peggiori, i loro sogni che si infrangono giorno dopo giorno al contatto con la realtà, i mezzi di sopravvivenza che i suoi personaggi escogitano per non morire e, il lato più atroce di tutto questo affresco sociale, la cattiveria, quasi inconsapevole, esercitata dagli ultimi nei confronti dei loro pari.
Non esistono nel racconto di Berlin Alexanderplatz, sogni perseguibili di riscatto, non esiste un'idea di collettività e di comunione nel raggiungere obiettivi di emendamento alla propria condizione, esiste solo una realtà dura e fredda alla quale ognuno si adegua, rassegnato anche all'idea di sopprimere il proprio simile se questo si ritiene possa servire alla sopravvivenza della propria vita di miseria.

È un periodo triste per la Germania, è triste quanto lo saranno tutti gli anni Trenta e poi i Quaranta del Novecento. La letteratura, come il cinema che allora si andava evolvendo, e l'arte visiva, tutto sembrava denunciare la degradazione della condizione umana. L'arte sembrava consapevole, forse come sempre, quella vera, che si era ad un passo da quella Guerra che nel 1940, puntualmente iniziò.

I poveri alla ricerca di un capo che si potesse finalmente occupare di loro, dei veri tedeschi, dei patrioti, degli ex soldati affamati che chiedevano giustizia per se stessi e nel frattempo sopravvivevano nella più assoluta mancanza di speranza e di amore.

Un Bildungsroman al contrario, Berlin Alexanderplatz, dove il raggiungimento della maturità del protagonista corrisponde ad una perversa discesa nell' abiezione morale che pare pervada non tanto e non solo i singoli personaggi quanto l'intero tessuto sociale. Un romanzo di formazione capovolto, poichè l'integrazione all'interno della classe borghese sperimentata dagli eroi romantici della letteratura dei due secoli precedenti, non trova possibilità di realizzarsi se non nella decadenza che essa ormai rappresenta.

Berlino, la città, le sue vie, similmente alla Dublino dell'Ulisse di Joyce, compaiono instancabilmente, dal carcere militare di Tegel in Seidelstrasse, nel quale fu realmente internato tra gli altri Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al nazismo hitleriano, nell'ambito della Chiesa, e dove Franz Biberkopf, il personaggio principale del romanzo di Döblin finisce di scontare una pena a cinque anni proprio all'inizio della vicenda in esso narrata. Poi, ovviamente, la piazza che dà titolo all'opera e tutte le vie e le piazze attorno ad essa, Kleiststrasse, Lothringer Strasse e Elsasser e Rosenthaler Platz, e così via.

Berlin Alexanderplatz è stato adattato per una mini serie TV da Rainer Werner Fassbinder nel 1980.

Quel clima cupo di feroce decadenza riscontrabile nel romanzo risulta amplificato nella miniserie televisiva, forse perché Fassbinder aveva davvero un talento nel mostrare gli aspetti della degradazione della società borghese, di quella tedesca in particolare; del resto, il vissuto abbastanza recente del nazionalsocialismo e di tutto quanto esso aveva portato con sé, era vivo e, certamente, per gli intellettuali più lucidi, difficile da dimenticare e metabolizzare. Non esistevano rassicurazioni nel cinema di Fassbinder, così come nel romanzo dal quale ha preso spunto questa mia riflessione. Il capitalismo, la finanza, le ingiustizie, la disparità nella qualità della vita delle diverse classi sociali, la mancanza di istruzione adeguata, lo sfruttamento del lavoro, la corruzione che ne derivava nell'animo umano, tutto veniva dipinto in modo tagliente e lucido, crudo e spesso molto pesante da osservare, pesante quanto lo può essere la presa di coscienza della propria condizione nel mondo.

Copertina di una delle traduzioni in inglese del libro, con estratti dalla sceneggiatura del Berlin Alexanderplatz di Rainer Werner Fassbinder

Copertina di un'altra raccolta del film di R. W. Fassbinder per la TV

Immagini dal film:









Questa bellissima immagine è la copertina dell'opuscolo relativo alle note sulla produzione facente parte del cofanetto Criterion Collection DVD  contenente i quattordici episodi di Berlin Alexander Platz di Rainer Werner Fassbinder. Qui troverete un'interessante articolo riguardante il design che accompagna l'opera in DVD, rimasterizzata nel 2006.
 


Ma se la società borghese dell'epoca era soffocante e invivibile nella sua grandiosa ingiustizia, se la divisione in classi era palese e atroce lo sfruttamento del lavoro umano, in accordo alle leggi capitalistiche, l'arte, in tutte le sue forme creava dei capolavori. 
Metropolis, il film di Fritz Lang, è del 1927, considerato il capolavoro del cinema espressionista e ispiratore di film quali Blade Runner e Guerre Stellari


 Una delle locandine del film e sotto alcune scene










Degli anni Venti sono molte delle opere più significative di Otto Dix


Gross Stadt, (Metropolis), 1928





Girl in front of the mirror, 1922





e di Georg Grosz

Eclipse of the sun, 1926




lunedì 9 luglio 2018

Germania Anno Zero


Ho iniziato questa serie di post sui film ambientati a Berlino in preparazione di un viaggio in quella città, che ancora non ho visitato mai. Certo, riconoscere la città attuale nelle immagini di Germania Anno Zero di Roberto Rossellini, sarebbe impresa da stupidi se non si avesse consapevolezza del fatto che ogni città è rappresentata dalla sua storia, così come, in fondo, accade per ogni essere umano. Ho raccolto qui una serie di immagini pubblicate sul web che riproducono momenti di alcune scene del film che ho rivisto da poco, mandato in onda da RAI Storia, nella serie Binario Cinema della domenica sera.


 Il film è uno tra i capolavori del cinema mondiale. Tante le interpretazioni date di esso, a partire dall'analisi del titolo, al considerarlo quale punto di svolta tra il Neorealismo e il Nuovo Cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, quello che si realizzava nella volontà di rappresentare sullo schermo qualcosa che andasse oltre la realtà storica e sociale, concentrando invece l'attenzione sull'esplorazione dell'animo umano.


 Una brevissima sintesi, a mio parere, molto ben riuscita della critica del film si può trovare qui.


Quello che io posso aggiungere è semplicemente l'estensione di quell'immagine di distruzione prodotta dalla guerra, molto specifica nel tempo, a quelle immagini di distruzione immutate ma recentissime, fuori dall'Europa.  










L'angoscia dell'innocenza che non trova un proprio spazio tra le macerie provocate dal mondo degli adulti. L'anno zero, qualcuno lo ha interpretato come la rinascita dalle macerie, come la conclusione di un mondo e l'inizio di un mondo nuovo, diverso dal precedente. Riguardando il film in questi giorni si può constatare come non molto sia cambiato dalle ceneri del dopoguerra, stesse le macerie delle guerre odierne e altrettanto mostruose



stessa la morte dei bambini 

mercoledì 4 luglio 2018

Le vite degli altri



Le vite degli altri, è un altro dei film che hanno per ambientazione le grigie strade gelide di Berlino nel 1984. Film del 2006, ripercorre la vicenda umana e politica di alcuni intellettuali che aderiscono inizialmente all'ideologia del partito comunista sovietico trapiantato in terra tedesca, nella DDR, Repubblica Democratica Tedesca, e che lentamente, per il solo processo inarrestabile del pensiero libero e indipendente dagli schemi politici o morali imposti, porterà uno scrittore e un'attrice ad entrare nella lista dei sospettati di anticomunismo e sedizione ai danni dello Stato.


 






In seguito a questo sospetto e all'interesse personale che il ministro della Cultura nutre nei confronti di  lei, l'attrice Christa Maria  Sieland, compagna di Georg Dreyman, autore della piece teatrale in cui lei recita, vengono collocate all'interno della loro casa delle microspie che hanno lo scopo di verificare, attraverso le loro parole, i loro incontri, le conversazioni tra di loro e tra loro e la cerchia degli amici che frequentano la casa, la volontà di Dreyman di nuocere al regime.
Uno dei protagonisti del film è però indubbiamente l'agente della Stasi, la polizia di Stato della Germania dell'Est, che ha il compito di controllare ventiquattro ore su ventiquattro la vita della coppia. Anzi, è lui il filo conduttore di tutti gli eventi del film e la rappresentazione in se stesso di due aspetti fondamentali della vita umana di quel tempo in quella società. Da un lato la fede e la convinzione che il pensarsi dalla parte giusta potesse giustificare qualsiasi metodo per tentare di correggere il pensiero e l'azione altrui; dall'altro l'impossibilità , o, almeno, l'imprevedibilità, delle reazioni umane di fronte alla realtà. L'agente, verso la fine della vicenda, pur non riuscendo ad intervenire in modo determinante nelle sorti della coppia, sarà costretto a rivedere le proprie convinzioni poco prima che quel sistema crollasse.










Quest'ultima è una delle ultime immagini del film, dove, a muro caduto, l'ex agente della Stasi, che aveva ascoltato la vita di Christa e Georg, sperimentando, attraverso loro, emozioni e sentimenti a lui sconosciuti, osserva il ritratto di Georg che annuncia la presentazione del suo nuovo libro. La libreria che compare nel film è quella che ho pubblicato in apertura del post, foto che ho tratto da internet, e che, pare ora sia chiusa. Libreria storica in Karl-Marx Allee.

lunedì 2 luglio 2018

Berlin






Peter Handke, Elogio dell’infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.
Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.
Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.


Forse il più bel film con Berlino come ambientazione. Per me uno dei film più belli in assoluto. Gli angeli in esso rappresentati detengono tutto ciò che l'essere umano ha di più bello, l'empatia, la comprensione, l'indulgenza verso alcune mancanze dei propri fratelli, poiché, a volte, è il dolore e la sofferenza quella che predomina sulla occasionale cattiveria individuale. Persino il colore scelto per rappresentarli è azzeccato, il monocromatico, le sue sfumature, richiamano l'essenziale, quello che fa di un uomo un uomo, guarda caso in questo caso l'uomo è l'angelo. L'unica cosa che non riescono a fare è intervenire nella vita degli altri, di coloro che osservano, che accompagnano, che amano




Tra i personaggi angelici in carne ed ossa, destinati dunque a soffrire oltre che a vivere sperimentando le infinite gamme delle sensazioni e delle emozioni, vi è una donna, poteva essere diversamente?
L'acrobata, la trapezista, quella che del volo degli angeli riproduce una semplice metafora, sperimentandone, però, una invidiabile pratica.




essere capaci di dire: "Ah, oh e hey"
invece che "Sì e così sia!" 
ode in due battute, quasi internazionali, alla presa di posizione, allo spirito critico, all'azione consapevole, della compassione.




È un'eternità che aspetto
di sentire una parola amorevole



 Sono qualcuno senza radici . . . senza storia, senza nazionalità.
Va bene così. Sono qui, sono libera.

L'immagine dice molto. La solitudine è un aspetto della condizione umana soprattutto laddove vi è la ricerca profonda di un senso in essa. Non è una tragedia è malinconia ma anche la sperimentazione della leggerezza, del volo.


Peter Handke, Lied Vom Kindsein
Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.
Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.
Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.
Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?
Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.
Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken
und schaudert heute davor.
Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.
Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.
Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeder Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.
Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.