mercoledì 17 gennaio 2018

Grazie alla vita

Sento sempre più persone che cercano di ripararsi dal brutto che dilaga senza chiudersi al mondo, ma vivendo in cerca e ritagliandosi luminosi angoli di resistenza. La volgarità, mancanza d’amore, incombe, pronta a fagocitarci nei suoi subdoli automatismi, ma c’è chi continua a risponderle coltivando memoria e umanità, percorrendo lunghi o brevi cammini all’insegna dell’incontro: al di fuori degli spazi eterodiretti si vanno cucendo comunità differenti o campi di appartenenza dove ci è dato riconoscere la nostra risonanza più profonda. Pian piano ritroviamo la parola perduta, nella forma che ci è più congeniale e ci schiudiamo a quello che Violeta chiamava “il miracolo del contatto”. Dalla prima volta che ho conosciuto Sofie della Vanth, mi è rimasta impressa una sua definizione secondo cui il patriarcato neoliberista è un sistema fondato sulla disconnessione, sulla perdita del legame, sull’incapacità di vedere le corrispondenze. È la mortificazione del contatto che ci precipita in quella sensazione di perenne scarsità che genera le brame voraci del capitalismo: la separazione, la connessione recisa. Contatto è il contrario di tutto questo: è “la condizione di lasciarsi toccare e di toccare a nostra volta. La premessa del contatto è il mostrarsi con tutto ciò che è, con gli aspetti che consideriamo brutti, con le impossibilità, con lo splendore, la genialità, l’irripetibile diversità e bellezza unica, al di là dei giudizi” (1)
Violeta, “aspra e sincera”. Radicata nella terra e controcorrente – o, meglio, onestamente aderente al suo personale flusso – in un’epoca in cui le donne che non vivevano sottomesse erano rarissime, in Sudamerica e non solo. Il suo innato senso della giustizia la spingeva a contestare: non si indignava passiva, Violeta faceva, inarrestabile. “Chitarra lavoratrice, dal profumo di primavera”, come le diceva Victor Jara in Manifiesto la canzone dove il cantautore esplicita la sua poetica che è poi quella della Nueva Canción Chilena che in Violeta trovò  la propria coraggiosa iniziatrice. “Viola vulcanica”, uno dei tanti appellativi che le rivolge il fratello maggiore, Nicanor, in quel poema d’amore struggente e celebrazione della vita che è la Difesa di Violeta Parra, scritta dopo la morte della sorella.

da qui 








la foto è stata tratta da qui


domenica 14 gennaio 2018

1997, Sanremo e tanto altro




si ringrazia Italianmelodies per il video


Nel post sugli anni '90 avevo dimenticato questa splendida canzone italiana che mi aveva accompagnato in quell'anno cruciale (cambio di lavoro, acquisto casa, viaggio bello).

L'ho risentita oggi, che già si inizia a parlare del nuovo Sanremo; e così, il primo post di questo nuovo anno, riguarda un bel passato, con forti desideri e forte malinconia, con forte vita e discreto coraggio.

Sono belle, a mio parere, anche le parole


Guarda, io sono la sola ormai
Credi, non c'è più nessuna che
Quando chiedi troppo e lo sai
Quando vuoi quello che non sei te
Ricordati di me, forse non mi credi
Sguardi, guarda sono qui per me
Non ti ricordi, eri come loro te
Tutti quanti sono degli eroi
Quando vogliono qualcosa, beh
Lo chiedono lo sai, a chi può sentirli
La cambio io la vita che
Non ce la fa a cambiare me
Bevi qualcosa, cosa volevi
Vuoi far l'amore con me
La cambio io la vita che
Che mi ha deluso più di te
Portami al mare, fammi sognare
E dimmi che non vuoi morire
Dimmi, sono solo guai per te
Dimmi, ti sei ricordato che
Hai una donna che se non ci sei
Come fa a resistere senza te
Piangi insieme a me, dimmi cosa cerchi


La cambio io la vita che
Non ce la fa a cambiare me
Bevi qualcosa, se non ti siedi
Vuoi far l'amore con me
La cambio io la vita che
Che mi ha deluso più di te
Portami al mare, fammi sognare
E dimmi che non vuoi morire, la la la, la la la
E dimmi che non vuoi morire, la la la, la la la
La la la la la la


Dedicata al nuovo anno.

lunedì 25 dicembre 2017

Mother

Povera madre
da sempre incapace
di riconoscere per sé
e i suoi figli
la possibilità di Volere.

Volere, desiderare,
afferrare, chiedere
Esistere.

Povera vecchia madre
Bella quanto
solo Bellezza può creare.
Bella persino nella più cupa vecchiaia,
curva,
corpo informe,
tenero e dolce.
Troppo il peso
da sopportare.
Troppo il dolore
evitato
comunque vissuto,
in forme strane,
senza forma, anch'esse
difficili da decifrare.

Rancida questa vita
che, a tratti, appare
inutile
a tratti si veste
del tuo sorriso
fiorito.