sabato 3 febbraio 2018

Poesia in febbraio

Succede che sei sola e sono solo.
Fai le cose di ogni giorno e pensi
e penso anch’io e ricordo e sono solo.
Alla stessa ora ricordiamo qualcosa
e ci soffriamo. Come una droga, mia e tua, siamo,
una follia cellulare ci percorre
un sangue ribelle e senza sosta.

Io non so dove sei. Ho già scordato
chi sei, dove sei, come ti chiami.
Sono soltanto un brano, solo un braccio,
una metà soltanto, appena un braccio.
Ti ricordo nella mia bocca e nelle mani.
Con la mia lingua e i miei occhi e le mie mani
ti so, sai d’amore, di carne dolce, di carne sai,
di semina, di fiore; odori di te, di me.
Nelle mie labbra ti so, ti riconosco,
e giri e sei e continui a guardare, infaticabile,
risuoni tutta intera
dentro il mio cuore, come il sangue.
Ti dico che sono solo e che mi manchi.
Ci manchiamo, amore, ci perdiamo
e null’altro faremo tranne questo.
Questo lo so, amore, lo sappiamo.
Oggi e domani, così, e quando saremo
tra queste braccia semplici e stanche,
mi mancherai, amor, ci mancheremo.

Jaime Sabines
(Trad. di M. Fernàndez)



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sabato 27 gennaio 2018

Family



Non sorrido, anzi

non ricordo, se non le parole dette da mia madre per giustificare l'aria di disappunto espressa dal mio sguardo. Riconosco il disagio nel tormentare una qualche cucitura del grembiulino, così si chiamavano allora, orribile, del resto. A dire il vero, il mio abbigliamento stona un po' con quello di tutti gli altri. Forse dovuto al fatto che fossi la più piccola. Non so, so solo che sono a disagio, che sono nel punto sbagliato, che sono lontana da mia madre, che quel grembiulino è veramente brutto e io sono scontenta, contrariata, delusa, spaventata. Non avevo ancora imparato il sorriso d'occasione, non sono brava neppure oggi.

È cambiato tutto, soprattutto io…a parte la sincerità del sorriso.

mercoledì 17 gennaio 2018

Grazie alla vita

Sento sempre più persone che cercano di ripararsi dal brutto che dilaga senza chiudersi al mondo, ma vivendo in cerca e ritagliandosi luminosi angoli di resistenza. La volgarità, mancanza d’amore, incombe, pronta a fagocitarci nei suoi subdoli automatismi, ma c’è chi continua a risponderle coltivando memoria e umanità, percorrendo lunghi o brevi cammini all’insegna dell’incontro: al di fuori degli spazi eterodiretti si vanno cucendo comunità differenti o campi di appartenenza dove ci è dato riconoscere la nostra risonanza più profonda. Pian piano ritroviamo la parola perduta, nella forma che ci è più congeniale e ci schiudiamo a quello che Violeta chiamava “il miracolo del contatto”. Dalla prima volta che ho conosciuto Sofie della Vanth, mi è rimasta impressa una sua definizione secondo cui il patriarcato neoliberista è un sistema fondato sulla disconnessione, sulla perdita del legame, sull’incapacità di vedere le corrispondenze. È la mortificazione del contatto che ci precipita in quella sensazione di perenne scarsità che genera le brame voraci del capitalismo: la separazione, la connessione recisa. Contatto è il contrario di tutto questo: è “la condizione di lasciarsi toccare e di toccare a nostra volta. La premessa del contatto è il mostrarsi con tutto ciò che è, con gli aspetti che consideriamo brutti, con le impossibilità, con lo splendore, la genialità, l’irripetibile diversità e bellezza unica, al di là dei giudizi” (1)
Violeta, “aspra e sincera”. Radicata nella terra e controcorrente – o, meglio, onestamente aderente al suo personale flusso – in un’epoca in cui le donne che non vivevano sottomesse erano rarissime, in Sudamerica e non solo. Il suo innato senso della giustizia la spingeva a contestare: non si indignava passiva, Violeta faceva, inarrestabile. “Chitarra lavoratrice, dal profumo di primavera”, come le diceva Victor Jara in Manifiesto la canzone dove il cantautore esplicita la sua poetica che è poi quella della Nueva Canción Chilena che in Violeta trovò  la propria coraggiosa iniziatrice. “Viola vulcanica”, uno dei tanti appellativi che le rivolge il fratello maggiore, Nicanor, in quel poema d’amore struggente e celebrazione della vita che è la Difesa di Violeta Parra, scritta dopo la morte della sorella.

da qui 








la foto è stata tratta da qui


domenica 14 gennaio 2018

1997, Sanremo e tanto altro




si ringrazia Italianmelodies per il video


Nel post sugli anni '90 avevo dimenticato questa splendida canzone italiana che mi aveva accompagnato in quell'anno cruciale (cambio di lavoro, acquisto casa, viaggio bello).

L'ho risentita oggi, che già si inizia a parlare del nuovo Sanremo; e così, il primo post di questo nuovo anno, riguarda un bel passato, con forti desideri e forte malinconia, con forte vita e discreto coraggio.

Sono belle, a mio parere, anche le parole


Guarda, io sono la sola ormai
Credi, non c'è più nessuna che
Quando chiedi troppo e lo sai
Quando vuoi quello che non sei te
Ricordati di me, forse non mi credi
Sguardi, guarda sono qui per me
Non ti ricordi, eri come loro te
Tutti quanti sono degli eroi
Quando vogliono qualcosa, beh
Lo chiedono lo sai, a chi può sentirli
La cambio io la vita che
Non ce la fa a cambiare me
Bevi qualcosa, cosa volevi
Vuoi far l'amore con me
La cambio io la vita che
Che mi ha deluso più di te
Portami al mare, fammi sognare
E dimmi che non vuoi morire
Dimmi, sono solo guai per te
Dimmi, ti sei ricordato che
Hai una donna che se non ci sei
Come fa a resistere senza te
Piangi insieme a me, dimmi cosa cerchi


La cambio io la vita che
Non ce la fa a cambiare me
Bevi qualcosa, se non ti siedi
Vuoi far l'amore con me
La cambio io la vita che
Che mi ha deluso più di te
Portami al mare, fammi sognare
E dimmi che non vuoi morire, la la la, la la la
E dimmi che non vuoi morire, la la la, la la la
La la la la la la


Dedicata al nuovo anno.